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Roma
Draghi come Giano: il Supermario Bce e il caso banche venete e Montepaschi
(fonte IPA)

di Andrea Augello

Ci sono due Mario Draghi nella memoria degli italiani: per un problema dissociativo tipico del Belpaese, tendiamo tutti a ricordarne però soltanto uno alla volta. Ad esempio, sul finire della scorsa legislatura, le cronache nazionali, i social e intere forze politiche, oggi entusiaste del nuovo corso, posero al centro del dibattito parlamentare, con l’istituzione della Commissione banche, l’operato di Draghi nell’attività di (insufficiente) controllo sulle banche venete e sul Montepaschi.

A quel tempo Beppe Grillo non aveva ancora compreso che Supermario – meglio sarebbe dire Supermario due, visto che il primo Supermario, celebrato dalla stampa, si chiamava Mario Monti – fosse in realtà un grillino in incognito e i suoi parlamentari non esitavano a lanciare accuse ferocissime sul suo operato.

Nonostante al tempo Draghi si trovasse al vertice della BCE, alcuni commissari grillini accarezzarono persino l’idea di trascinarlo in Commissione in audizione, soprattutto dopo una maldestra difesa dell’operato degli organi di vigilanza improvvisata da Bankitalia e Consob, che avevano forse un po’ sottovalutato le difficoltà di spiegare errori al limite dell’inspiegabile davanti ad un’inchiesta parlamentare.

Toccò quindi al Presidente Casini, con un’intervista a Radio Capital, poi ripresa dal Sole 24 ore il 23 novembre del 2017, raffreddare il furor inquisitorio pentastellato, spiegando come i Dirigenti della Vigilanza della Banca centrale gli sembrassero più che sufficienti per rispondere ad ogni curiosità del Parlamento. Per la verità a quel tempo neppure Matteo Renzi era proprio un estimatore di Draghi: tanto che anche Matteo Orfini, di fronte alla convocazione della Boschi in Commissione, non ebbe esitazioni nel minacciare che, se si fosse insistito in quella direzione, allora sarebbe stato necessario chiamare in audizione anche Draghi, in base ad un sillogismo invero assai obliquo. Allora mi schierai senza esitazioni contro quelle richieste, non perché fossero irragionevoli rispetto ad alcuni nodi irrisolti dell’inchiesta, ma perché irragionevole mi sembrava trascinare il Presidente della BCE in un contraddittorio assai difficile da gestire, in un momento in cui alcuni settori ben individuabili tra i più irriducibili rigoristi e detrattori del nostro Paese cercavano un qualsiasi appiglio per metterne in discussione il ruolo nella Banca centrale.

Purtroppo gli atti della Commissione sono lì a testimoniare come, in realtà, su diverse cruciali questioni le risposte non siano mai giunte.

C’è però poi un altro Mario Draghi, il Presidente della BCE, eroe eponimo del salvataggio dell’Italia – o almeno del suo debito - e dell’euro, che tutti amiamo come l’Arcangelo Michele: gli mancano – almeno per ora – le ali, ma nell’iconografia agiografica brandisce addirittura un bazooka lucente e non una semplice spada. Quel Draghi piacque anche a me, per il coraggio e la lucidità con cui riuscì ad incunearsi in un corridoio stretto che gli consentì, almeno per una volta, di separare Angela Merkel dai falchi della finanza e del rigorismo teutonico. La morale è semplice: nulla impedisce che una persona incapace di evitare il fallimento delle banche venete e di impedire una cazzata ingiustificabile come la fatale acquisizione di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena, possa successivamente rivelarsi un formidabile Presidente della BCE e anche l’unica persona in grado di dare una prospettiva all’Unione europea in un momento drammatico, in cui era all’ordine del giorno il rischio di un’implosione dell’euro. Del resto, anche Churchill aveva sulla coscienza il disastro della campagna di Gallipoli, nei Dardanelli, del 1915, ma poi toccò a lui guidare, con successo, il governo britannico nello scontro con Hitler.

Tuttavia, quando nella biografia di un leader si fronteggiano così grandi contraddizioni, è bene serbarne memoria perché è nella natura umana la coazione a ripetere gli stessi errori. Ecco perché è un gran bene che qualcuno rimanga coraggiosamente all’opposizione di questo nascente governissimo – dati i numeri sarebbe meglio dire governone – di Mario Draghi.

La mia non è un’affermazione riferibile ad un bene astratto o a teorie generali di buon governo delle democrazie parlamentari, anche se, persino da questo punto di vista, mi pare inevitabile rilevare come, in nessun Paese civile al mondo, siano ritenuti affidabili governi sostenuti dalla quasi totalità del Parlamento, perché un esecutivo senza opposizione è di fatto privo non solo di un’alternativa ma anche di un contrappeso che si occupi di vigilare sul suo operato. Persino la Tunisia del post Bourghiba, il cui premier, Zine el Albidine Ben Alì, incassava alle elezioni il 95% dei consensi, fu costretta al paradosso di inserire nella legge elettorale del 1994 un premio di minoranza – se non ricordo male del 15% - per dare diritto di presenza ad almeno una forza di opposizione e così mettere a tacere i rilievi di diversi organismi ed istituzioni internazionali rispetto all’ effettiva democraticità di quel regime.

Nel nostro caso la necessità di una vigile opposizione è però di natura più concreta ed immediata, come può rilevare chiunque dia uno sguardo anche superficiale all’agenda di governo: per un bizzarro gioco del destino, una delle prime cose che dovrà fare il nuovo governo è proprio salvare il Monte dei Paschi di Siena, rimasto a navigare in pessime acque nonostante un robustissimo intervento governativo sul capitale della banca. Immagino sia comprensibile, visti i precedenti, l’aspettativa dei correntisti di quella banca che, questa volta, qualcuno controlli meglio l’operato del Governo e degli organi di vigilanza: in sostanza hanno bisogno di un’opposizione competente e capace. Né è possibile rassicurarli con il mantra di Supermario: sarebbe come se nel 1940 si fosse preteso di cantare le doti di Churchill ai superstiti di Gallipoli del 1915, senza essere presi a pernacchie.

Tanto più che i succitati correntisti hanno appena visto tornare in campo un’altra vecchia conoscenza dei risparmiatori italiani, Andrea Orcel, temerariamente definito dai suoi plauditores il Ronaldo dei banchieri italiani. Orcel, quando era in Merrill Lynch, collaborò con la Banca Santander nella valutazione del prezzo di Antonveneta da proporre a MPS. Ora ha fatto carriera ed è diventato CEO di Unicredit, cioè capo della banca più seriamente indiziata di un possibile salvataggio dell’Istituto toscano. Infine direi che anche i contribuenti italiani abbiano un forte interesse a tenere un faro ben acceso sulle mosse del nuovo premier riguardo il salvataggio di Mps, se non altro per capire quanto denaro pubblico andrà o meno in fumo – e a vantaggio di chi – quando verrà individuato un nuovo assetto.

Per il momento il titolo saltella felicemente verso l’alto, come tutto il resto del listino, sulla scia dell’entusiasmo dei mercati per la sostituzione di Giuseppi con Draghi. Ma non mi farei troppe illusioni. I numeri della banca sono quelli che sono e il Tesoro ha già sborsato più di sette miliardi dal 2017 ad oggi per evitare la catastrofe.

Come ben si vede, dunque, il problema non è solo vigilare sugli inevitabili effetti delle contraddizioni che separano gli interpreti della sterminata coalizione interna al governone, dalla stesura del piano per il Recovery, alla gestione della pandemia, fino alle ipotizzate riforme attese da decenni sul fronte della fiscalità e della giustizia, ma anche sul controllo delle mosse di Mario Draghi e dei suoi tecnici negli scenari in cui i suoi precedenti non sono particolarmente esaltanti.

Aspettiamo quindi i primi passi del nuovo governo e speriamo anche nella qualità dell’opposizione che, da sola, Giorgia Meloni si è impegnata a garantire al Paese.

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