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Roma
“Negazionisti alimentati dalla confusione”. Il Covid secondo Valentina Petrini

di Valentina Renzopaoli

“Riduzionisti e negazionisti del Coronavirus alimentati dalla confusione delle Istituzioni e della Scienza. Le bufale più dannose sono quelle che spacciano finte cure, finti farmaci per prevenire o curare il virus”. Valentina Petrini, conduttrice di #Fake. La fabbrica delle notizie sul Nove racconta il suo 2020 e riflette sui cambiamenti epocali che ci hanno rivoluzionato la vita in una manciata di mesi.

Giornalista d'inchiesta e cronista di trincea, mamma da otto mesi, cresciuta nella squadra de La7 e nella “famiglia” di Piazza Pulita di Corrado Formigli, è alla guida di un programma televisivo che tenta di svelare le menzogne mediatiche e i meccanismi che le creano. Da ieri nelle librerie il suo libro “Non chiamatele fake news”, edito da Chiarelettere con la prefazione di Corrado Formigli.

Dopo Andrea Purgatori e Guy Chiappaventi, terzo appuntamento del ciclo di interviste ai “narratori della pandemia”.

Valentina Petrini, se ce l'avessero raccontato un anno fa, ci sarebbe sembrata una “fake news”. Invece, il 2020 in una manciata di settimane ha cambiato la nostra vita. Che cosa ci lascia l'anno appena trascorso? Come siamo cambiati?

“Vorrei aspettare per dire se davvero siamo cambiati: nutro, infatti, dei dubbi sul fatto che certi individualismi collettivi, che spesso sono delle zavorre della nostra società, siano cambiati. Per quanto riguarda l'eredità del 2020, già prima della pandemia avevo ben chiaro che il sistema dell'informazione dovesse aprirsi in modo diverso alla società, dovesse adattarsi ad una circolazione dei contenuti più dinamica e dovesse interrogarsi su come rispondere ad alcune legittime critiche di chi segue l'informazione e di chi ritiene che non sempre essa riesca a fotografare e servire la realtà. Ora, questo concetto mi si è reso granitico. Quella che stiamo vivendo è una grande sfida mondiale che ci impone di maneggiare tanti contenuti diversi e specifici e penso che, per quanto singoli colleghi e singole realtà editoriali abbiamo fatto un buon lavoro, la media della nostra resa non è altissima perché continuiamo a farci dominare dagli eccessi - dagli eccessi di drammaticità agli eccessi di semplificazione - e questo è pericoloso perché il lavoro dei giornalisti ha un impatto sull'opinione pubblica”.

In Italia, dall'inizio dell'anno, sono morte oltre 50mila persone per Coronavirus, l'età media delle persone decedute è di 80 anni. Il 2020 ha falcidiato la generazione dei nonni e dei bisnonni: cosa significa per la nostra società?

“Un dolore immenso: ogni volta che ascolto opinionisti, anche esteri, che cinicamente commentano il fatto che sia normale la perdita degli ultra ottantenni, provo un grande dispiacere. Non ho goduto del privilegio di crescere con i nonni, mio padre è il decimo figlio della famiglia, mia madre la sesta, quindi sono la nipote che ha perso prima i nonni. Ma sono profondamente orgogliosa della cultura italiana che ha nel suo dna l'unione familiare dal più piccolo al più grande, e sono infastidita dal dibattito se sia giusto o ingiusto mobilitarsi come in guerra per far sì che i nonni abbiamo le cure che meritano. La morte è una cosa con cui doversi confrontare ma non deve essere un evento che avviene per mancanza di rispetto dei diritti degli altri. Sono profondamente preoccupata per quello che sta avvenendo, anche perché i nonni sono uno zoccolo duro del nostro sistema sociale, non solo dal punto di vista affettivo: gli anziani rappresentano spesso un sostegno economico alle famiglie, con figli spesso precari che non hanno una stabilità economica. In Italia gli anziani sono un pilastro”.

La redazione di #Fake. La fabbrica delle notizie ha vissuto molto da vicino gli effetti del Coronavirus, quando uno dei tuoi giornalisti si è ammalato nel mese di marzo: come avete vissuto quel momento?

“Come la maggior parte degli italiani che scopre che un membro della sua famiglia si è ammalato, quindi con ansia, perché quello che si combatte è un nemico invisibile; con apprensione perché non si sa se il suo impatto sarà violento o tenue, se passerà in fretta o no; con fiducia perché sapevamo che Vito Romaniello sarebbe stato un leone e avrebbe combattuto. Vito è stato 45 giorni in ospedale, è stato in coma, il nemico non è stato dolce con lui. Ora è di nuovo tra noi, ed è bellissimo vedere la sua forza, il suo sorriso che sembra aver cancellato quel brutto periodo. Purtroppo ci siano ricaduti, perché anche un altro collega, Matteo Flora ha preso la Covid, lo ha raccontato lui stesso, per fortuna sta bene, ha avuto la febbre alta, non ha ancora recuperato del tutto ma per il momento ci sentiamo fortunati perché due dei membri della nostra famiglia sono stati colpiti ma hanno superato la prova”.

Il tuo programma si occupa di fake news, di bufale mediatiche: quanto mai attuale in una fase come questa, in cui hanno trovato spazio e, a volte anche consenso, dietrologi, cospiratori, riduzionisti, negazionisti... Quali sono le grandi menzogne che rischiano di passare per verità?

“Ritengo che le più dannose e pericolose siano quelle che continuano a negare la pericolosità della malattia, e quelle che spacciano finte cure, finti farmaci per prevenire o curare il virus. Quando si gioca con la salute delle persone si mette in atto un'operazione di marketing sulla nostra pelle: queste sono le menzogne più difficili da scardinare perché toccano nostri bias cognitivi, chi le crea e le diffonde sa quali punti del nostro cervello toccare e lo fa a tavolino per indurci a credere in una certa ricetta o in un certo farmaco, investendoci soldi. Vorrei aggiungere alcune riflessioni su negazionisti e riduzionisti: spesso queste categorie trovano asilo in programmi televisivi, giornali e siti web; non è sbagliato l'idea di parlarne, è sbagliato, secondo me, concedere loro un palcoscenico uguale a quello di una tesi contraria, perché in questo modo non viene segnalato che quella opinione è falsa ma, al contrario, viene messa in contrapposizione alla scienza; e questo confonde le idee. Aggiungo che queste posizioni sono state alimentate da confusioni istituzionali e mediche: mai come ora, scienziati, medici, politici e istituzioni hanno mostrato il loro lato debole contraddicendosi e litigando. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha mandato, in una prima fase, messaggi poi rivisti e corretti: in questo clima generale è stato più semplice per i bufalari alimentare le loro teorie”.

Tra le novità di quest'anno della trasmissione #Fake. La fabbrica delle notizie, sul Nove, c'è l'indicatore di #pauracovid, studio creato dal Digita4good Lab dell'Università di Pavia, sotto la guida del professor Stefano Denicolai, e da The Fool, società italiana leader di Reputazione e Customer Insights, fondata dallo stesso Flora. Che cosa sta emergendo?

“All'inizio della stagione ci siamo domandati come avremmo potuto misurare la paura, che spesso è un sentimento negativo, ma che, nella fase storica che stiamo vivendo, può aiutarci a non fare passi falsi. Ed è stato elaborato l'indicatore di #pauracovid. Gli studiosi hanno suddiviso la popolazione in tre fasce, per età: under 25, 26-65 anni, e over 65. Lo studio si avvale dei dati dell'Università di Pavia sulle parole più usate e cercate in rete dagli italiani in relazione all'emergenza sanitaria, mettendoli in correlazione con un sondaggio a campione su circa 1.500 persone. Concentrandoci, in particolare, sul target dei giovani, sono emersi dati interessanti. Come ha spiegato anche il professor Denicolai, la paura economica, per le conseguenze socioeconomiche dell'impatto del virus, cresce quasi linearmente in tutte e tre le categorie. La paura sociosanitaria è invece sempre molto alta negli over 65, resta alta tra i 26 e i 65 anni, ma è molto bassa sotto i 25 anni. In generale, mentre i contagi si stabilizzano o scendono, anche la paura si stabilizza o scende. Ma il dato che salta all'occhio è che "chi ha meno di 25 anni sottostima pesantemente il problema e questo può rivelarsi molto pericoloso. Vorrei aggiungere una cosa sulla mia trasmissione”.

Prego...

“La seconda parte del titolo della trasmissione parla di “fabbrica delle notizie”. Questo perché il nostro obiettivo è provare ad interrogarci sul fatto che le notizie siano diventate un “prodotto”: la preoccupazione di venderle come prodotto spesso è superiore alla volontà di diffonderle”.

Un tema che immagino si colleghi a quello affrontato nel tuo libro, freschissimo di stampa, Non chiamatele fake news, edito da Chiarelettere, con la prefazione di Corrado Formigli?

“Non chiamatele fake news è il prodotto di un giro di boa che sto compiendo. Dopo vent’anni di professione sul campo, tiro una linea e faccio i conti. Con me stessa prima di tutto e con il sistema dell’informazione. La lotta alla disinformazione è diventata una priorità in questa fase della mia vita. Non solo web e social, anche noi giornalisti di tv e carta stampata abbiamo delle responsabilità, alimentiamo la disinformazione e questo ci rende una società peggiore. Incapace di guardare la realtà dei fatti e scacciare i fantasmi. Una comunità pronta a puntate il dito contro un nemico fittizio, spesso capro espiatorio delle nostre sofferenze”.

La tua generazione è quella che ha scoperto e vissuto l'esperienza Erasmus, è quella che ha sempre pensato che non ci sarebbero limiti alle opportunità se non la volontà e la voglia di impegnarsi. Ora tutto quello che è accaduto, come influirà sui teenager di oggi?

“E' una bella domanda, andrebbe girata al mondo della psicologia perché stanno cambiando radicalmente le dinamiche sociali. L'uso della mascherina, il distanziamento sociale, i limiti al contatto umano sicuramente avranno un impatto sulle relazioni e sulla mobilità. Io stessa, che ho viaggiato moltissimo e ho basato il mio lavoro sul viaggio, da una parte aspetto con ansia il momento in cui si potrà nuovamente andare in altri paesi, dall'altra mi domando se avrò ancora la capacità di avvicinarmi agli altri con la stessa capacità e predisposizione di prima”.

In piena pandemia, sei diventata mamma. Come hai vissuto questo momento?

“Valerio è nato il 28 marzo e nonostante tutto, per me resterà l'anno più bello della mia vita. Certamente le difficoltà sono state molte: mio figlio è nato in un ospedale dove le mamme non potevano vedere nessuno, dopo un travaglio di 18 ore con infermieri e medici bardati come astronauti; Valerio non ha conosciuto la mia famiglia né la famiglia di Mario fino all'apertura dell'Italia il 4 giugno successivo. Ha vissuto i primi tre mesi chiuso in casa con telefoni e videocamere che erano l'unica finestra sui nostri affetti, ed è stato molto doloroso. C'è mancato tantissimo il calore della famiglia, ho sofferto molto per il fatto che Valerio non potesse conoscere subito i nonni e che ancora oggi non può vederli in modo assiduo”.

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