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Roma
Pasolini, nuovo giallo: i reperti. "Manipolati i pantaloni". Le prove

di Patrizio J. Macci

I reperti del "caso Pasolini" hanno dormito per oltre trent'anni nei depositi del Museo Criminologico di Roma di Via del Gonfalone. Nominati in decine di libri, film e documentari sono diventati icone dell'immaginario: la maglietta di Missoni indossata dal poeta di Casarsa, gli occhiali con "le lenti affumicate", la canottiera verde, le scarpe con il tacco di Pelosi, l'anello smarrito sulla scena del delitto non lontano dal corpo. Osservando attentamente le immagini dei pantaloni indossati da Pelosi la notte dell'omicidio e fotografati nel tempo, però qualcosa non quadra: il corpo del reato appare profondamente mutato, probabilmente manipolato.
A scoprirlo e a verificarlo a seguito di una segnalazione è Simona Zecchi, giornalista d'inchiesta e autrice del volume "Pasolini Massacro di un poeta" pubblicato da Ponte alle Grazie. Sul fronte giudiziario la vicenda è per il momento chiusa, ma nella realtà è come se Pasolini non desse tregua ai vivi che l'hanno portato alla tomba.
"La ricostruzione del massacro subito da Pier Paolo Pasolini è costellata di elementi che non tornano da sempre; di molti è stato ed è ancora possibile documentarne i lati oscuri, semplicemente mettendo a confronto le fotografie. Dalle immagini dei pantaloni di Giuseppe Pelosi, nello specifico, è possibile pensare se non a una manipolazione (eventualmente effettuata nei momenti immediatamente successivi all'omicidio) quanto meno a un fatto di estrema gravità.
La foto dei pantaloni di Pino "intrisi" di sangue nello specifico, già quando decisi di pubblicarla per la prima volta in assoluto nel mio libro, mostrava tutti i numeri di un conto sbagliato, se sommati alle esigue tracce presenti sugli altri indumenti. A questa fila di dati "insoliti" si deve aggiungere anche l'assenza di tracce di aggressione sul volto o sulle mani di Pelosi all'epoca minorenne, a parte una contusione irrilevante (visto che la violenta aggressione è stata tra i punti cardine affiancata al movente del contesto sessuale per chiudere per sempre nelle gabbie di una sentenza distorta il "caso Pasolini"). Ma grazie a una segnalazione dello scrittore Francesco Schietroma, dopo la pubblicazione del mio volume e una sua ricognizione presso il Museo Criminologico di Roma che aveva aperto al pubblico la esposizione dei reperti di quella notte, ho potuto verificare personalmente un fatto che ha dell'incredibile. Ho richiesto al Museo Criminologico di Roma di inviarmi le foto in digitale poiché i reperti esposti erano visibili solo attraverso le teche, e ho avuto la conferma che si trattava dei reperti originali, non di oggetti utilizzati per l'esposizione. Domanda che sembra banale ma che, se si confrontavano già i due capi, era necessario fare. Le due foto raffigurano dunque gli stessi oggetti dopo oltre quaranta anni: una quella intrisa di sangue proveniente dal vecchio fascicolo, l'altra quella appunto dal museo criminologico priva di quel grande alone. Sono questi i conti che faticano a tornare, anzi la cosa assume secondo me in questo momento una portata sconvolgente".

Cominciamo la storia dall'inizio però, qual è stato il destino dei reperti del delitto Pasolini?
"Intanto è utile chiarire che i reperti sono arrivati la prima volta nel 1985 presso il Museo tutti nello stesso stato, e cosa fondamentale i pantaloni erano già senza quella macchia enorme ben evidente dalla foto. Altra cosa rilevante è che non tutti i reperti sono stati inviati allora ai periti con la stessa tempistica e modalità, come si evince dalla lettura dei vecchi atti: un particolare questo che ha senso solo ora che si osservano insieme queste due foto. La cosa fondamentale da dire poi, è che nelle prime perizie svolte dai tre medici legali Rocchetti-Merli-Umani Ronchi, tra il 1975 e il '76, sugli stessi pantaloni blu di Pelosi non vi è alcun riferimento riguardo a quella grande macchia, la cui foto a colori è per la prima volta qui pubblicata. Il riferimento nelle vecchie carte su quell'indumento è sempre e solo - cito dalla perizia - "a carico della parte inferiore della gamba destra del pantalone [...]". Le tracce sulla parte inferiore infatti sono ancora tuttora evidenti, ormai nella loro forma essiccata, mentre tutto il resto di quell'enorme macchia è sparito. Secondo quanto da me verificato, i reperti una volta giunti presso la struttura del museo (l'8 febbraio del 1985) sono stati oggetto di "disinfestazione e disinfezione", ma questo non ha affatto inficiato sulla persistenza delle macchie di sangue rimaste sugli altri reperti (come si può vedere guardando la camicia Missoni di Pier Paolo Pasolini sempre proveniente dal Museo). Tanto meno è stato possibile che si sia cancellato quell'enorme alone nel momento in cui (come raccontò Pelosi al tempo) il ragazzo si sarebbe accostato presso una fontanella prima di essere "fermato" dai carabinieri all' 1.30 del mattino. Dinamica anche questa ormai priva di verità come chiarirò più avanti. Ciò che è importante rilevare a questo punto è un altro particolare: le indagini del Ris hanno indicato la presenza, ormai non più evidente a occhio nudo, di tracce ematiche sulla parte superiore dei pantaloni. Ecco come, se pensiamo a una sequenza nel tempo, si rivelano tre particolari: la foto con la parte quasi intera di una gamba piena di sangue, una con l'unica macchia nota sulla parte inferiore del pantalone, e i risultati del Ris che danno traccia ormai esigua di quell'abbondanza ematica sulla parte anteriore del pantalone".

Quali ipotesi si possono formulare secondo lei?
"In parte nel mio volume (senza avere al momento della scrittura ancora quest'ulteriore elemento di riscontro) ho formulato una ipotesi, l'unica possibile allora e cioè che qualcuno (vista l'esigua presenza di sangue sul resto degli indumenti di Pelosi) avesse "intriso" appunto quei pantaloni direttamente sul luogo in cui ormai giaceva Pasolini, prima di fuggire, inquinando così l'indumento e rafforzando la colpevolezza del solo Pelosi. Non c'era altra spiegazione allora. Oggi possiamo dire però qualcosa di più e di diverso, attraverso il raffronto con quest'altra immagine proveniente dal museo e l'analisi dell'intero quadro. I profili genetici individuati su quei pantaloni infatti sono quattro: tre dei quali, dall'esame del Dna sull'indumento nello specifico, riguardano la vittima, Pasolini; mentre per uno dei quattro profili cito le carte: "nessun risultato è stato ottenuto". E in effetti non è presente nemmeno la trascrizione del profilo. Di chi era quel quarto profilo dunque? Non di Pelosi, altrimenti sarebbe stato individuato e indicato. Difficile a questo punto non pensare a una manipolazione avvenuta su quel pantalone per cancellare altre tracce, altre presenze che potevano individuarsi allora come nel futuro. E inoltre perché questo fatto non è stato evidenziato e approfondito nelle ultime indagini? Al tempo non era certo possibile effettuare esami del Dna, si potevano però individuare altre eventuali tipologie di sangue, quindi altre presenze, che però i tre periti di allora non hanno notato su quell'indumento. Fu per quella possibile manipolazione? I pantaloni di Pelosi impregnati del sangue di Pasolini dunque non recano traccia del profilo genetico di Pelosi. A dir poco curioso".

Ma il caso è stato chiuso, anzi tombato. Questa scoperta apre nuovi scenari investigativi?
"Spero che questa ulteriore e direi sconvolgente scoperta, resa possibile grazie all'attenzione iniziale di un lettore, perché per mia scelta non ero interessata all'esposizione feticista di quei reperti, possa convincere il Parlamento a ritenere ormai necessaria una commissione d'inchiesta e perché no forse anche la stessa procura potrebbe rivedere la cosa. Ciò che è stato acquisito negli ultimi cinque anni nonostante l'archiviazione contiene molti fatti rilevanti che a tanto altro possono sommarsi. Ricordiamo anche le parole riferite da Graziella Chiarcossi, la cugina di Pier Paolo Pasolini, a 40 anni dalla morte al quotidiano La Repubblica, il 30 ottobre scorso, sul ritrovamento quella notte, da parte della polizia, dell'auto dello scrittore presso la Tiburtina, luogo lontano chilometri dalla Cristoforo Colombo dove sarebbe stato "fermato" appunto Pelosi da una volante dei carabinieri, mentre il ragazzo procedeva in contromano con l'auto di Pasolini. Una dichiarazione quella della Chiarcossi che stranamente è passata inosservata nonostante il significato che questa può avere e che ribalterebbe già la sola dinamica dell'arresto. Testimonianza questa non acquisita nelle indagini, perché ormai chiuse, sebbene la stessa Chiarcossi nel corso di questi ultimi 5 anni sia stata sentita. Il materiale per procedere a ulteriori indagini, dunque, c'è: sia per la Commissione parlamentare d'inchiesta che potrebbe aprirsi (c'è tempo ancora un mese) che per un nuovo filone d'indagine".

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