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Quella notte maledetta. Il silenzio di uno sparo

Agostino Di  Bartolomei, venti anni dopo che ha deciso di andarsene via con un gesto estremo e consapevole. In punta di piedi senza sbattere la porta, ma nel silenzio assordante di uno sparo che ha aperto una ferita destinata a non richiudersi nel cuore dei tifosi romanisti e di chi ama il calcio, dalla quale a ogni ricorrenza fuoriesce il dolore dei ricordi come un fiume carsico. Se le date non sono una coincidenza, “Dibba” ha atteso la ricorrenza della “finale maledetta” di Coppa dei Campioni persa ai rigori contro il Liverpool per fischiare il suo personale finale di partita.

Era il 30 maggio 1984 e la Capitale era in fiamme dopo lo scudetto, tutti sognavano la Coppa in cima al Colosseo. La squadra era l’A. S. Roma del presidente Dino Viola, del genio brasiliano di Paulo Roberto Falcao soprannominato “l’ottavo  Re di Roma”, il regista del movimento (il suo contratto era stato appeso a un filo per mesi, i maligni rumoreggiarono di una telefonata di Giulio Andreotti al suo procuratore per sistemare la questione), la potenza devastante del bomber Roberto Pruzzo, il comando sul campo esercitato con il carisma del silenzio dal suo capitano “Dibba” completavano l’undici in campo. Tutti quanti sotto l’ala protettrice del Barone Nils Liedholm.

Per chi vuole giudicare il destino dell’uomo prima che quello dell’atleta, non c’è speranza perché i due in Di Bartolomei coincidevano. Sul campo è stato come nella vita. Un leader nato, la fascia del capitano ce l’aveva incisa sulla pelle sin da quando sgambetta sui campetti polverosi di periferia. “Se andate a Roma sud, nei primi Anni Novanta c’era ancora, ora forse è stato inghiottito dai palazzi, un campo devastato da erbacce e buche, segno evidente che era in disuso, caduto nell’abbandono più totale. Da un lato, in uno stabile ormai pericolante, due stanzette che fungevano da spogliatoi e una piccola segreteria. Trovarlo è come fare un safari urbano. Bisogna attraversare un buco nel muro del recinto sbrecciato e oltrepassare una foresta di rovi. Superata quella che sembrava proprio una barriera naturale eretta dal tempo a difesa dei ricordi, davanti al campetto scalcinato, sotto la tettoia storta e pericolante, tra i due simulacri di spogliatoi c’era appoggiato per terra uno stemma enorme con la scritta OMI. Lì era cominciato tutto, cioè l’avventura calcicistica di “Ago”. Poi le giovanili dell’A. S. Roma fino alla prima squadra, fino a quella maledetta notte dei calci di rigore e al “gran rifiuto” di  Falcao di calciare il penalty. Qualcosa si era incrinato irrimediabilmente in lui.

In seguito gli allori di una vita tranquilla lontano dalla Capitale, dalle mura di quei quartieri che non avevano tolto una bandiera e uno striscione perché in cuor loro i tifosi la finale l’avevano vinta comunque e il Capitano rimaneva sempre e comunque uno solo. Il gesto, inspiegabile nelle parole dei compagni di squadra dell’epoca, non sottrae nulla al valore dell’uomo e del calciatore perché il colpo fatale che lo trafigge al cuore era partito dieci anni prima, in quella maledetta notte romana.

Patrizio J. Macci