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Roma
Roma, 161 immobili dimenticati dai proprietari. Un patrimonio per la città

di Andrea Catarci *

In otto anni, dal 2011 a oggi, al Nuovo Cinema Palazzo di via degli Ausoni, quartiere San Lorenzo, si sono succeduti 320 cantanti e band in concerto, 162 spettacoli e laboratori teatrali, 83 presentazioni di libri, 204 proiezioni di film, oltre 80 eventi per bambini, 41 residenze d'artista, decine di laboratori di danza e giornalismo, numerose iniziative a carattere sociale, storico e politico, di contrasto delle dipendenze, della dispersione scolastica, delle solitudini, delle povertà, centinaia di assemblee, riunioni e dibattiti.

Negli anni precedenti, dal 2003 al 2010 l’immobile era rimasto inutilizzato, prima ancora aveva ospitato una sala da biliardo che aveva soppiantato la vecchia attività cinematografica. Poi doveva diventare un casinò, l’ennesimo locale pieno di slot, carte e azzardi tecnologici e tradizionali, adibito allo sfruttamento dei sogni e delle debolezze umane, tra ludopatia e sottobosco di fenomeni annessi. Allora cittadini, artisti e realtà di base decisero di farne un presidio culturale e negli anni, a prezzo di denunce e attacchi di ogni genere, ci sono pienamente riusciti.

Come in un classico gioco delle parti la realtà viene messa tra parentesi. Nell’assolutizzazione della proprietà privata si indossano gli elmetti e si dimentica l’interesse della collettività. Arrivano i sigilli, che si vanno ad aggiungere agli attacchi giudiziari del passato; giunge qualche dichiarazione da parte di alcuni assessori della giunta Raggi, più di circostanza che non improntata alla reale volontà di schierarsi dalla parte della salute del quartiere; si scatena l’ennesimo linciaggio mediatico da parte di alcuni dei principali mass media della Capitale, mettendo insieme un malcelato interesse a stare sempre dalla parte della ricchezza con i tratti antistorici, giustizialisti e persecutori del peggior pensiero reazionario di questo Paese. Niente di nuovo, insomma, neanche di fronte a una città depressa, avvolta dall’onda lunga di crisi e declino. L’amministrazione comunale balbetta, pur riconoscendo i meriti innegabili dell’esperienza, aggredita in nome di una vuota concezione di legalità, individuata come il nemico e criminalizzata per le pratiche di occupazione e recupero del patrimonio. Mentre qualche organo di stampa arriva a mettere in discussione lo stesso diritto a animare strade e piazze e a conoscere la storia cittadina e nazionale, dopo poche ore un nutrito gruppo di giovani riapre i locali e riprende a macinare futuro.

L’assedio all’altra Roma

Non c’è solo il Nuovo Cinema Palazzo. Da più di tre decenni un mondo sommerso si contrappone alle derive nei e dei quartieri, composto di occupazioni socio-abitative, centri sociali, eccellenze artistiche, palestre popolari, scuole di sostegno, sportelli legali, orti urbani, servizi di assistenza e altro ancora. In qualche caso usufruisce di aree in concessione, spesso è il frutto di vertenze locali e di risposte dal basso a esigenze inevase, quasi mai intercetta finanziamenti pubblici. Nell’estrema differenziazione vale una regola generale: non sono sintomi di decadenza, sono espressioni di vitalità e di autodifesa; non sono pericoli per la sicurezza e la convivenza civile, ne costituiscono un fattore di garanzia e tutela; non sono peggioramenti dell’ambiente e della struttura urbana, ne sono un miglioramento. Tuttavia sono spesso sotto attacco. Negli ultimi tempi si sono effettuati sgomberi eclatanti come quello dell’agosto 2017 di via Curtatone, nelle vicinanze della stazione Termini, che finì con 800 persone - prevalentemente rifugiati - private di tutto senza alternative, o come quello dell’ex scuola di via Cardinal Capranica a Primavalle, eseguito militarmente la scorsa estate cancellando i percorsi di integrazione di oltre 300 persone - tra cui 80 bambini – e disperdendo le famiglie per la metropoli. Nei piani ci sono altri “capolavori”: tra circolari del Ministero dell’Interno, prefetture zelanti e tavoli per l’ordine pubblico ha preso forma il Piano sgomberi, con cui si intendono cancellare oltre cento esperienze sociali, culturali e politiche a cominciare da una trentina considerate “critiche”. Roma avrebbe solo da perdere, e molto, sia in termini di coesione sociale che di effervescenza e creatività. L’arcipelago dell’autogestione viene sistematicamente e volontariamente confuso con quel vasto numero di immobili abbandonati che diventano rifugio di sacche di disperazione sociale, essenzialmente migranti. Si tratta di fenomeni diversi, frutto avvelenato delle povertà, della contrazione dei servizi di accoglienza e delle normative che spingono alla clandestinità, in cui a dominare è proprio l’assenza di una organizzazione con un profilo pubblico.

Il patrimonio inutilizzato, una grande opportunità per Roma

Nel cingere d’assedio il Nuovo Cinema Palazzo, le occupazioni abitative e tutto il resto ci si dimentica del contesto. In un recente censimento svolto dalla prefettura di Roma, si sono individuati 161 immobili dimenticati dalle proprietà che potrebbero diventare tante ex Penicillina e che per questo sono sotto la vigilanza, onerosa, delle forze di polizia. Vecchi capannoni industriali, negozi, scuole, cinema, teatri, impianti sportivi, garage, distribuiti in tutti i quadranti, appartenenti per il 36% a Roma Capitale, per il 33% a privati, per il 13% ad altri enti pubblici e per il 18% a proprietari non identificati. Questi si che sono delle polveriere. Con una politica di assegnazione per scopi culturali, economici e sociali potrebbero trasformarsi da zavorra a opportunità di sviluppo, puntando sul coinvolgimento di cittadini e realtà di base fin dal momento della necessaria riqualificazione. Per di più sono pubblici per circa la metà, cioè in un’ottantina di casi. Si potrebbe inaugurare una nuova fase: incoraggiare le pratiche di riappropriazione di spazi vuoti sotto la regia pubblica dei municipi, per portare vita e luce dove c’è il buio, per abitare la città esistente in alternativa all’espansione edilizia e al consumo di suolo. Ragionando sui grandi numeri della metropoli, infine, va ricordato che nel Piano Regolatore Generale ci sono circa 9.000 ettari di città da ristrutturare, che in parte possono servire a rispondere a bisogni socio-culturali della comunità e in parte possono rappresentare una boccata d’ossigeno per quei segmenti di settore edilizio che decidano di abbracciare l’ambito della riqualificazione urbana.

Se il patrimonio pubblico è immediatamente disponibile, è innegabile che per la restante quota ogni provvedimento si deve contemperare con il diritto di proprietà. Accanto a esso, però, va considerata la sfera dei doveri, da cui molti possidenti si sono sottratti causando degrado abbondante per tutti, in una forma di radicale irresponsabilità sociale. Non sarà facile ma una cosa è certa: è tempo di cambiare e di lasciarsi alle spalle la disastrosa gestione patrimoniale della città. D’altronde non si può nemmeno pensare che tirare Roma fuori dalle secche attuali sia un pranzo di gala…

* Andrea Catarci, Movimento Civico

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