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Roma
Roma una città per vecchi. Fara, Eurispes: “Non è solo colpa della politica”

di Fabio Carosi

Roma? Non è una città per i giovani. O meglio: con la lentezza tipica delle grandi aree metropolitane, è destinata a diventare una città di anziani. I dati parlano chiaro: a Milano, ad esempio, i giovani residenti aumentano del 7%, mentre nella Capitale sono in diminuzione del 9%. È una crisi irreversibile, “a meno che la città non costruisca una nuova proiezione industriale”.

 

L'analisi del fenomeno Roma arriva da Gian Maria Fara, sociologo e presidente dell'Istituto di studi Politici, Economici e Sociali, Eurispes. Secondo Fara, che non ha mai risparmiato dolorose verità: “È normale che Roma diventi una città per vecchi – spiega – è sempre stata la città della pubblica amministrazione e della burocrazia e se non c'è ricambio, se i vecchi non lasciano i posti liberi, i giovani se ne vanno dove ci sono più opportunità, dove c'è una diversa qualità della vita e una proiezione internazionale”.

Roma quindi è fuori dai circuiti internazionali?

“Prendiamo la differenza tra Madrid e Barcellona. In Spagna c'è una Capitale che strutturalmente è vecchia e conservatrice e una città come Barcellona in pieno movimento, veloce, ricca e produttiva. Sono fenomeni abbastanza normali, solo Berlino fa eccezione ma ha tutt'altra storia”.

Si può curare questa “patologia” di Roma?

“Mi pare difficile. È una città che vive sull'apparato pubblico. Questa situazione si può invertire solamente con un cambiamento molto forte. Se non si ringiovanisce la pubblica amministrazione, se non si mettono in moto i meccanismi di ricambio generazionale, i giovani preferiranno andare altrove. Il ricambio nella PA in una città come Roma, rimette in movimento un percorso naturale. Se il ricambio non ci sarà – e Roma non ha mai avuto una forte vocazione industriale – la città deperirà e invecchierà ancora di più”.

Turismo e agroalimentare, sembra ci sia rimasto ben poco: ma perché è stato perso il treno dell'innovazione?

“Roma non ha saputo costruire una proiezione industriale, eppure avrebbe potuto dare molto proiettandosi sul fronte dell'innovazione con industrie 3.0 e 4.0 ma non è stata capace perché è mancato un vero progetto industriale. Pensiamo alla Tiburtina Valley: sono rimaste giusto concessionarie di auto e qualche azienda nel settore della produzione e della trasformazione ma a basso contenuto innovativo”.

Colpa della politica?

“È colpa della classe dirigente. Spesso la politica viene utilizzata come capro espiatorio ma la politica è solo un pezzo della classe dirigente che è composta dalla cultura, dall'informazione, dall'impresa. È la classe dirigente generale che ha la responsabilità, anche quella di coniugare la politica stessa”.

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