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Roma
“Se questa è mafia”. Salvatore Buzzi racconta una banda di mafiosi caciottari

di Patrizio J. Macci

La mafia caciottara di Salvatore Buzzi e Massimo Carminati raccontata da Salvatore Buzzi sei anni dopo gli eventi passati alla storia come Mafia Capitale. Perché dopo aver letto le 450 pagine del suo memoriale chiuso un anno prima della sentenza definitiva che lo ha condannato a diciotto anni di reclusione (cancellando l’accusa di mafia), è impossibile non andare con il pensiero a un paio di classici esilaranti del cinema italiano come I soliti ignoti e il più recente Febbre da Cavallo.

Fermo restando che il volume è la versione di Buzzi (a suo dire basata su uno studio analitico e filologico delle centinaia di migliaia di intercettazioni telefoniche acquisite dagli investigatori) e che insieme a Massimo Carminati l’autore ha ricevuto una pesante condanna emerge il quadretto di una banda di criminali, arruffoni, sciattoni e maldestri (a Roma si direbbe anche “cazzaroni”) impegnati oltre che a truccare gare d’appalto e recuperare crediti legittimi insoluti, a gonfiare la leggenda di Massimo Carminati re di Roma del crimine come cavalcato dalla vulgata giornalistica.

se questa è mafia salvatore buzzi
 

Buzzi ha uno stile narrativo tecnico e colto nei riferimenti letterari ma nel quotidiano è un uomo istintivo che usa un linguaggio colloquiale. Un giorno va a trovare il direttore de Il Tempo al quale vuole esporre materiale per un articolo che potrebbe interessarlo. Il direttore dell’epoca, Chiocci, sapendo che nella sua cooperativa ci sono parecchi ex detenuti domanda incuriosito se avesse qualche detenuto famoso. Un giornalista è sempre a caccia di storie è il suo lavoro e la sua deformazione. Buzzi gli risponde: “Certo abbiamo il top gun Pino Pelosi, l’omicida di Pasolini che di tanto in tanto rilascia dichiarazioni esclusive per integrare il suo stipendio di giardiniere!”. Dichiarazioni esclusive andrebbe virgolettato a lettere di fuoco, perché fa pensare che Pelosi cambiasse versione a gettone. Tutto questo avviene mentre gli investigatori su mandato della procura intercettano l’ambiente circostante e, siccome Carminati ha fatto da tramite per il contatto, viene intepretata come una pressione.

E parecchie altre - afferma Buzzi- sono le intercettazioni che vengono male intepretate o usate per connettere fatti e persone lontane anni luce durante il processo che, nel suo racconto, non brilla per l’uso della logica piuttosto per il tentativo di dimostrare un teorema precostituito; quello di un’organizzazione mafiosa in grado di influenzare l’immensa macchina amministrativa del Campidoglio.

C’è la vicenda ridicola della pulizia di una cantina a un funzionario dell’Ama. Buzzi delega a un operaio della cooperativa l’incarico che dura un paio d’ore. Evento che gli vale una parte sostanziosa della condanna quando invece nella realtà l’operatore viene lautamente remunerato con una mancia dalla moglie e la persona che riceve il favore chiede insistentemente di pagare il lavoro ricevuto. Anche Carminati che ha un passato criminale di spessore nell’area del neofascismo prima dell’arresto, appare come un tizio che ciondola nei pressi di una pompa di benzina tutto il giorno con un circo barnum multicolore di individui che spesso non sanno come mettere insieme il pranzo con la cena, impegnato a sollecitare politici e impiegati a far pagare le fatture dell’amico Salvatore. Certo il linguaggio che usa al telefono è sempre esplicito al limite della violenza, ma è lo stesso individuo che rientra in maniera precipitosa dall’Inghilterra quando sospetta che sta per essere arrestato.

C’è un soggetto che durante il processo che lo riguarda mentre assiste in videoconferenza al dibattimento si concentra sulla lettura del Corriere dello Sport senza mai interessarsi al proprio destino processuale, probabilmente perché neanche è in grado di seguire con cognizione di causa quello che viene detto in aula per evidenti limiti culturali.

Buzzi viene condannato per diversi episodi di turbativa d’asta e per alcuni episodi di corruzione in cui paga una tangente per vincere alcune gare, ma sono sempre i decisori (politici o funzionari) a chiedere una dazione di denaro per assicurargli la vittoria. Non c’è mai una sua proposta di corruzione diretta. E questo è confermato durante il dibattimento in aula. Un libro da leggere con il lapis rosso e blu che demolisce parecchie certezze e genera parecchi sospetti. I politici che lo braccavano alla ricerca di favori quando è in carcere di colpo spariscono tutti, neanche una letterina per gli auguri di Natale dopo che li ha letteralmente coperti di soldi finanziando le loro attività elettorali.

Il Partito Democratico (“con una faccia di bronzo”) addirittura si costituisce parte civile nel processo. Impensabile prendere la sua narrazione per oro colato anche perché, oltre ai tanti miracolati che sono stati esclusi dalla sua narrazione (solo per esigenze redazionali perché il libro quando è stato scritto aveva 700 pagine?) Buzzi, e questa è l’omissione più grande, nulla racconta della sua vita precedente nella quale ha subito una condanna per omicidio prima di risorgere come re delle cooperative romane. E’ stato sceneggiatore e regista anche della sua seconda vita, ma il risultato è stato di nuovo un film dell’orrore.

SE QUESTA E' MAFIA di Salvatore Buzzi
a cura di S. Liburdi

MINCIONE EDITORE

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