Armandino detto Armando (centocinquanta chilogrammi di peso certficati, tre bypass cardiaci sfoggiati in un fisico da lottatore di sumo, due pacchetti di sigarette senza filtro al giorno) a quella concessione ci teneva proprio tanto. Aveva cominciato a bramarla dalla fine degli Anni Ottanta. Dai tempi della Prima Repubblica, quando il padre ancora era in vita e militava in un partito politico che sarebbe stato azzerato dagli arresti di “Manipulite” e dal vento del rinnovamento.
Gli sembrava che lo spirito liberal-imprenditoriale che si stava affermando, avrebbe portato anche all’eliminazione dell’odiata legge Merlin che aveva chiuso le “case di tolleranza”. Suo padre gli aveva magnificato i bei tempi nei quali a Roma si poteva andare nelle “case” a Via dei Capocci nel Rione Monti, o in altri indirizzi che passavano di bocca in bocca. Il quartiere a luci rosse lì c’era dall’Antica Roma. Nel sito della Suburra si chiamavano lupanari. Avevano resistito trasformandosi fino al Dopoguerra, alla Roma felliniana dove si incontravano donnone che somigliavano a Mamma Roma e alle ragazze filmate da Pasolini.
Per questo motivo, dei tre appartamenti che il padre gli aveva lasciato in eredità al piano strada due li aveva tenuti vuoti per anni. Sempre nella speranza che accadesse qualcosa, la revoca di quella maledetta legge che impediava la realizzazione del suo sogno personale che oramai era diventata un’ossessione. Per questo motivo si era arrischiato a spedire (su carta bollata) una regolare richiesta di licenza per casa di appuntamenti. Il suggerimento glielo avevano dato al baretto sotto casa, tra il serio e il faceto: la situazione prima o poi si sarebbe sbloccata e lui voleva avere la licenza numero uno, la prima in assoluto. Per questo aveva tenuto gli appartamenti immacolati e pronti all’uso. Oramai era un sogno ricorrente che faceva tutte le notti. L’arrivo della fatidica raccomandata che lo convocava per la concessione di una licenza di esercizio di “casa di appuntamenti”. Tutto in regola con bolli e tasse pagate.
Poi qualcosa era accaduto che aveva modificato i suoi piani; la politica latitava. All’orizzone non si vedeva niente di nuovo. Sarebbero passati ancora anni prima che il Paese prendesse una risoluzione su un argomento tanto delicato.
Armando si era dato da fare in proprio, aveva reclutato quattro giovani e prosperose ragazze dell’Est e le aveva messe a lavorare nei due appartamenti. L’aumento della tassa sulla casa l’aveva costretto a rompere ogni indugio. Alla fine si sentiva “quasi in regola”. Oltre all’affitto le ragazze gli lasciavano in una busta la sua percentuale giornaliera del lavoro svolto. Quasi quasi si sentiva un benefattore, una di loro addirittura lo accompagnava in giro quando doveva fare le analisi. Oramai la notte non sognava più l’arrivo del postino con la raccomandata della licenza. Capì che non era arrivata neanche quella mattina che bussarono forsennatamente al suo uscio alle tre, quando vide una figura con un foglio di carta in mano. Il Maresciallo lo apostrofò, dopo avergli tirato uno schiaffone in pieno volto, con una parola che si pronunciava anche nell’Antica Roma: “Lenone”.
Patrizio J. Macci
