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Roma
Stadio Roma: “La foglia di fico per dare cemento a Parnasi”. Parola di Raggi

di Andrea Augello

C’è stato un tempo in cui le classi politiche venivano giudicate per la loro capacità di costruire grandi e moderne opere pubbliche, soprattutto nelle metropoli. Un ponte, un palazzo di giustizia, un quartiere per un’esposizione, una moderna università, un grande impianto sportivo, erano motivo di vanto per la città ed anche una vetrina imperdibile per i migliori architetti del momento, che vedevano prevalere i loro progetti attraverso concorsi di idee molto selettivi. Si trattava di opere interamente pubbliche, edificate su aree pubbliche o su aree rese pubbliche da tempestivi ed efficienti azioni di esproprio, realizzate a tempo di record.

Così a Roma fu costruita la Sapienza, progettato e in parte edificato l’E 42, realizzato il Foro Mussolini, oggi più noto come Foro italico.

Oggi invece si fa fatica persino a costruire uno stadio destinato a una società privata, come l’A.S. Roma, dove il compito del Comune è soprattutto autorizzare il progetto e ottenere dai costruttori il massimo delle contropartite per risolvere tutti i problemi di traffico e di trasporti pubblici che un moderno stadio di calcio determina, specie se ubicato in un quadrante densamente abitato e già messo a dura prova dalle infinite contraddizioni della mobilità capitolina.

Una fatica di Sisifo - che non è un giocatore brasiliano, ma il Re di Corinto condannato a ripetitivi lavori forzati da Zeus - , conseguenza di quanto fin dall’inizio apparve a tutti evidente: Virginia Raggi era incapace di misurarsi con un’opportunità di questo genere, mentre la base dei suoi militanti era fortemente contraria all’opera. La stessa Sindaca, tra le frequenti amnesie che la affliggono, include oggi l’oblio della sua posizione di netta condanna dell’amministrazione Marino per aver accettato il progetto di Parnasi. Nel 2014, Virginia scriveva infatti sul suo profilo Facebook: “Lo stadio è la foglia di fico per dare un po’ di cemento al caro Parnasi. Ci risiamo...”.

Poi, con le vittorie elettorali, le cose cambiano, come è successo con l’Alta velocità in Val di Susa o con il gasdotto TAP in Puglia e in diverse altre circostanze, in cui il nuovo glamour governativo ha indotto i pentastellati a ricadere spesso in questo tipo di amnesie e ripensamenti. Tuttavia il caso dello Stadio rimane, tra gli altri che abbiamo citato, il più clamoroso dei voltafaccia, a causa delle indagini che hanno travolto Marcello De Vito e l’avvocato Luca Lanzalone, quando la Procura ha aperto l’inchiesta per corruzione contro Parnasi.

Il Presidente del Consiglio Comunale e l’ex Presidente dell’Acea sono stati infatti arrestati e su di loro sono poi trapelate sulla stampa imbarazzanti intercettazioni, la cui rilevanza probatoria è in corso di verifica in un processo che si trascina con straordinaria lentezza, ma che sul piano politico rappresentano la definitiva perdita di ogni moralistica innocenza del Movimento di Beppe Grillo. Insomma, è come se in Val di Susa avessero beccato i quadri locali di M5S mentre intascavano consulenze poco chiare dal Consorzio dell’Alta Velocità. Non per questo l’inchiesta dei magistrati romani sembra in grado di descrivere un quadro coerente di quanto davvero accaduto intorno al progetto dello stadio di Tor di Valle e non mi scandalizzerei se l’intera faccenda venisse infine derubricata, nella sentenza definitiva, a mero finanziamento illecito da parte di Parnasi ad una serie di personaggi politici. La ricostruzione proposta dalle varie parti in causa potrebbe infatti risultare utile alla sceneggiatura di una commedia intrisa di humour britannico. La Procura sostiene infatti che Parnasi avrebbe distribuito denaro al fine di corrompere una lunga serie di “facilitatori” politici e amministrativi, affrettandosi però a chiarire che questa attività non avrebbe determinato distorsioni o forzature del procedimento amministrativo dello stadio contrarie alla legge.

Il che presuppone o che Parnasi sia uno stupidello, o che i personaggi politici e amministrativi finanziati siano degli abilissimi millantatori, o entrambe le cose. Ci sarebbe anche una terza, possibile spiegazione, che tra le righe sembra implicitamente offrire il principale imputato, e cioè che il denaro offerto tramite le consulenze non servisse a trovare dei “facilitatori” di un progetto discutibile sul piano urbanistico, ma comunque, secondo la Procura, passato attraverso un iter rispondente alle norme di legge, ma più probabilmente ad evitare un’ostilità “ideologica” e pregiudiziale alla realizzazione dell’opera: preoccupazione che potrebbe aver indotto Luca Parnasi - che di certo non condivide questa mia ipotesi - a muoversi con i modi di uno spregiudicato marketing influencer amministrativo e politico al solo fine di nascondere le sue paure di scoprirsi ben presto negli scomodi panni di un potenziale concusso, partendo dalla valutazione che i Cinque Stelle siano troppo somari per favorire o contrastare sul piano tecnico un complesso progetto urbanistico, ma in compenso risultino insuperabili nelle stroncature ideologiche - tipo il ritiro della candidatura di Roma alle Olimpiadi -, terreno sul quale non temono rivali. Insomma il costruttore potrebbe aver concesso favori e denari al solo fine di non essere ostacolato, senza troppa attenzione per gli aspetti tecnici del progetto, dai provvisori inquilini della stanza dei bottoni del Campidoglio.

A queste contrastanti ipotesi bisogna aggiungere la versione dei fatti proposta dalla Raggi, con il suo consueto intreccio di elementi narrativi sospesi tra il fiabesco e il paradossale. Beninteso la Raggi non ha preso un euro in questa storia e ha la sola colpa di essersi affidata molto, probabilmente troppo, a Lanzalone supervisore di diversi dossier totalmente estranei alla sua funzione di Presidente dell’Acea. Tuttavia ha invece gravi responsabilità sulla soluzione trovata per il “taglio” delle cubature rispetto al progetto approvato dalla Giunta Marino, che sarà anche ineccepibile, come dice la Procura, sul piano formale, ma di certo ha privato la città di importanti opere compensative tanto da rendere ancor più insostenibile l’impatto dell’opera sui quartieri che gravitano nel suo quadrante. La storia che racconta il Sindaco è invece che la sua Giunta avrebbe ricondotto all’interesse pubblico l’intera operazione proprio con il taglio delle cubature, minimizzando il ruolo di Lanzalone e De Vito: il primo, secondo la Raggi, sarebbe stato solo un interlocutore tecnico occasionale, rivelatosi poi infedele, e il secondo semplicemente un personaggio indegno di restare nel Movimento. Il che lascia inspiegato perché il Sindaco affidasse così tanti dossier a Lanzalone, uomo vicino a Fraccaro e Bonafede, approdato a Roma come Problem Solving Manager e rivelatosi, ben presto, come l’ennesimo, straordinario pasticcione. Non spiega il complesso passaggio della cacciata di Berdini da Assessore all’urbanistica, maturata proprio sulla questione dello stadio. Soprattutto non offre una ricostruzione credibile del rovesciamento di 180 gradi dell’originaria posizione di ostilità della stessa Virginia Raggi al progetto.

Alla fine di questa storia avremo solo una verità processuale e rimarranno molti interrogativi su questo benedetto stadio, sul quale incombono tutt’oggi la predizioni sibilline di sventura del Politecnico di Torino, secondo il quale conseguenze catastrofiche colpiranno, sul piano della viabilità e del traffico, l’Eur, il Torrino, la Laurentina e tutti i quartieri collegati dalla Via del mare e dalla Colombo, a meno di un robusto intervento a spese dell’erario che rafforzi il quadro dei servizi offerti dal tpl nel settore.

La mia impressione è che molti dei fattori di contraddizione che hanno portato la città in questo groviglio politico e giudiziario, vadano ricercati proprio nella legge Gentiloni sugli stadi che affida allo Sviluppatore - nel nostro caso il Gruppo Parnasi - il compito di individuare e proporre un’ area su cui realizzare l’opera. In una città come Roma - dove il valore delle aree in qualunque modo proponibili per un processo di edificazione è elevatissimo e ben diverso da quello delle città di provincia - è abbastanza logico che la scelta si orienti su aree degradate e strangolate dal traffico, le uniche accessibili a costi relativamente contenuti, che consentono elevati margini di incremento della rendita fondiaria, a condizione che il progetto riesca a trovare un soggetto privato, nel nostro caso Pallotta, in grado di raccogliere, attraverso un veicolo finanziario, le risorse necessarie all’investimento richiesto dalla realizzazione dell’opera. E’ in questo secondo passaggio che le opere di compensazione, necessarie almeno ad attenuare l’impatto sul tessuto urbano preesistente, devono essere “pagate” da formidabili incrementi di cubatura. Ne scaturisce una procedura assai arbitraria, ma legale, in cui lo Sviluppatore è chiamato ad agire direttamente per mobilitare il consenso sull’opera pubblica, creare sinergia col sistema creditizio, che accetta garanzie ex ante e non ex post: il che ci riporta alla necessità di partire da una bassa rendita fondiaria da valorizzare, per presentarsi in banca con un robusto margine di garanzia già acquisito. Ultimate queste operazioni, il veicolo viene utilizzato per pompare denaro attraverso l’emissione di obbligazioni, il cui rendimento costituisce un onere da ammortizzare attraverso i successivi margini dei ricavi dell’investimento. E’ dunque la legge a porre le premesse di una montagna di problemi, che Sviluppatore e Finanziatore possono risolvere solo attraverso un imponente sistema di intense quanto pericolose relazioni istituzionali, che ha ottime possibilità di suscitare un certo interesse in qualsiasi Procura della Repubblica.

Da tutto questo groviglio di contraddizioni nascono i colpi di coda dei consiglieri comunali grillini “dissidenti”, che in queste ore la Raggi si accinge a domare per giungere indisturbata all’agognata posa della prima pietra nell’ultimissima fase del suo dimenticabile mandato.

Il tutto mentre la Roma vive una stagione di crisi di risultati e di immagine che alimenta grandi incertezze sulle intenzioni di Pallotta, venuto, in fondo, nella Capitale non tanto per fede calcistica, quanto per una ben più granitica fiducia nella futura realizzazione dello stadio di Tor di Valle, una struttura che oggi rischia di seguire il singolare destino del Circo di Massenzio, completato alla vigilia della battaglia di ponte Milvio, nella quale, come è noto, Massenzio perse la vita, e quindi mai utilizzato per le sue originarie finalità. Intendiamoci, Pallotta gode di ottima salute, ma il suo futuro romano e romanista appare incerto e la media dei punti della Magica nel post Covid è da retrocessione: tutte cose che mal si conciliano con la realizzazione di uno stadio miliardario di cui tra qualche mese si dovrebbe aprire il cantiere. Già, perché fra tante polemiche per costruire lo stadio della Roma, tutti hanno finito per disinteressarsi alla crisi della Roma stessa digerita da cittadini e tifosi, al netto dello psicodramma cittadino della Totteide, con insolita rassegnazione, quasi fosse, come in effetti sembra a tutti, uno dei tanti indizi di un rapido quanto incontrastato declino della città.

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