Dal Mondiale del 1970 ai trionfi europei: una carriera lunghissima tra Romania, Italia, Turchia e Ucraina
Mircea Lucescu è morto a 80 anni. L’ex commissario tecnico della Romania, tra gli allenatori più vincenti della sua epoca e volto noto anche del calcio italiano, era stato colto da un malore il 29 marzo mentre dirigeva un allenamento in vista dell’amichevole con la Slovacchia, giocata il 31 marzo. Trasportato in ospedale, le sue condizioni erano inizialmente sembrate in miglioramento. Il 3 aprile era però stato colpito da un infarto miocardico acuto. Ricoverato all’Ospedale universitario d’emergenza di Bucarest, il quadro clinico si è aggravato a causa di gravi aritmie, fino al trasferimento in terapia intensiva e al coma farmacologico. Poi la morte.
Nato a Bucarest il 29 luglio 1945, Lucescu era stato prima calciatore e poi allenatore di lunghissimo corso. Da attaccante aveva esordito tra i professionisti con la Dinamo Bucarest, dove aveva giocato tra il 1963 e il 1965 e tra il 1967 e il 1977, con in mezzo l’esperienza allo Sportul Studentesc. Aveva chiuso la carriera nel Corvinul Hunedoara, la stessa squadra da cui era partita anche la sua avventura in panchina. Con la Romania era stato anche capitano e aveva partecipato al Mondiale del 1970.
La carriera da allenatore era iniziata nel 1979 come allenatore-giocatore al Corvinul Hunedoara. Dall’81 all’86 era stato ct della Romania, portandola alla prima storica qualificazione alla fase finale di un Campionato Europeo, quello del 1984 in Francia. Tornato alla Dinamo Bucarest, aveva vinto due Coppe di Romania, nel 1986 e nel 1990, e un campionato nel 1990. Da lì si erano aperte per lui le porte dell’Italia.
La sua prima esperienza in Serie A era stata al Pisa nella stagione 1990-1991. I toscani, sotto la sua guida, erano partiti fortissimo, arrivando anche per un breve periodo in testa alla classifica. La corsa si era però fermata in marzo, con l’esonero dopo una sconfitta contro il Cagliari. Più lunga e più significativa la parentesi al Brescia, dal 1991 al 1996. Presa la squadra in Serie B, la trascinò fino alla promozione in A e fu decisivo nel fare esordire uno dei centrocampisti più forti della storia della Serie A (e non solo): Andrea Pirlo. Nel 1992-1993 non riuscì a evitare la retrocessione, ma nel campionato successivo riportò di nuovo le Rondinelle nella massima serie. L’ultimo posto in classifica gli costò l’esonero nel febbraio 1995, prima del ritorno per la stagione 1995-1996 in Serie B. Nel mezzo ci fu anche una brevissima esperienza alla Reggiana, nel 1996.
Rientrato in patria, al Rapid Bucarest vinse subito la Coppa di Romania. Poi, nel 1998-1999, tornò in Italia dalla porta principale: quella dell’Inter. Massimo Moratti lo scelse al posto di Gigi Simoni in quella stagione passata alla storia come “l’anno dei quattro allenatori”. Anche Lucescu finì travolto da quel caos, venendo sostituito da Luciano Castellini, che a sua volta lasciò spazio a Roy Hodgson.
La fase più ricca della sua carriera arrivò all’estero. In Turchia vinse due campionati, uno con il Galatasaray e uno con il Besiktas, oltre a una Supercoppa Europea con il Galatasaray. Dal 2004 al 2016 guidò lo Shakhtar Donetsk, firmando la parte più imponente del suo palmarès con 21 trofei nazionali e la Coppa Uefa. In seguito allenò lo Zenit San Pietroburgo, con cui conquistò una Supercoppa di Russia, e poi per due anni la nazionale turca.
La sua storia in panchina non si fermò lì. Tornato in Ucraina alla Dinamo Kiev, vinse una Supercoppa nazionale e nel luglio del 2022 fu protagonista anche di un gesto politico: dopo la partita di ritorno del secondo turno di qualificazione di Champions League vinta 1-2 a Istanbul contro il Fenerbahçe, si rifiutò di partecipare alla conferenza stampa per protestare contro i tifosi di casa, che avevano inneggiato a Vladimir Putin. Nell’agosto del 2024 aveva accettato un’ultima sfida tornando sulla panchina della Romania, chiudendo così un cerchio lungo una vita.
Commovente il ricordo della Federcalcio romena: “È morto un uomo che è stato più di un allenatore, colui che ci ha insegnato che il calcio non è solo uno sport, ma un modo di vivere con dignità. Mircea Lucescu è stato un modello per decine di generazioni, un uomo che amava il calcio più di se stesso. Ci restano i ricordi, le lezioni di vita e l’eleganza inconfondibile con cui camminava in ogni stadio del mondo. Di una cosa sola siamo convinti: se dove ti trovi adesso c’è un campo da calcio, lo troverai sicuramente. Grazie di tutto, signor Lucescu! Riposa in pace”.

