Fondato nel 1996 da Angelo Maria Perrino
Direttore responsabile Marco Scotti

Home » Sport » Gravina, chi è l’ormai ex presidente della Figc: ascesa, riforme e il conto finale pagato dopo il flop azzurro

Gravina, chi è l’ormai ex presidente della Figc: ascesa, riforme e il conto finale pagato dopo il flop azzurro

Da Castellaneta al vertice federale, il percorso del dirigente finito nel mirino dopo il crollo azzurro e le tensioni nel sistema

Gravina, chi è l’ormai ex presidente della Figc: ascesa, riforme e il conto finale pagato dopo il flop azzurro
gravina figc

Il consenso larghissimo del sistema, le riforme contestate e il conto pagato dalla Nazionale

Gabriele Gravina non è più il presidente della Figc. Le dimissioni sono arrivate all’indomani dell’ennesimo crollo della Nazionale, battuta ai rigori dalla Bosnia e ancora fuori dal Mondiale. La federazione ha già fissato al 22 giugno l’assemblea elettiva per il nuovo presidente. Il passo indietro chiude un ciclo cominciato nel 2018 e travolto, stavolta, da una pressione diventata politica oltre che sportiva.

A 72 anni, Gravina arriva da un percorso tutto interno al sistema calcio. È nato il 5 ottobre 1953 a Castellaneta, in provincia di Taranto, è laureato in giurisprudenza e prima di salire al vertice federale aveva guidato la Lega Pro, di cui era diventato presidente nel 2015. Non è mai stato l’uomo calato dall’esterno per rifondare il pallone italiano. Al contrario, è stato uno dei dirigenti cresciuti dentro le sue stanze.

Ed è proprio il sistema ad averlo portato in alto. Nell’ottobre 2018 la sua candidatura alla Figc era stata spinta dai club di Lega Pro, con il sostegno di Dilettanti, AIA e AIAC. Pochi giorni dopo arrivò l’elezione da candidato unico con il 97,20% dei voti, a chiusura della fase di commissariamento seguita all’era Tavecchio. Nel 2021 Gravina fu poi rieletto con il 73,45%, sostenuto da Serie A, Serie B, Lega Pro, calciatori e allenatori. Nel 2025, infine, è arrivato il terzo mandato con il 98,7%. Più che un presidente divisivo in partenza, è stato per anni il punto di equilibrio del blocco federale.

Nel suo bilancio, però, ci sono anche risultati che non si possono cancellare. Sotto la sua presidenza l’Italia ha vinto l’Europeo del 2021. La Figc ha introdotto il professionismo nella Serie A femminile dal 2022, diventando la prima federazione sportiva italiana a farlo. In questi anni è arrivata anche l’assegnazione di Euro 2032 all’Italia con la Turchia, mentre Gravina ha consolidato il suo peso internazionale fino a diventare primo vicepresidente UEFA. Sul piano economico, il bilancio 2024 della Figc è stato approvato con un risultato positivo di 2 milioni di euro e un valore della produzione di 224 milioni.

Le riforme più visibili hanno toccato soprattutto governance e controlli. Gravina ha spinto la norma anti-Superlega, ha irrigidito i criteri per le licenze nazionali e ha tentato di imporre maggiore disciplina finanziaria ai club, anche attraverso l’indice di liquidità. Proprio qui, però, è esploso uno dei fronti di scontro più duri con la Serie A, che contestò tempi, metodi e soglia fissata dalla Figc. Anche la promessa di una riforma profonda dei campionati, evocata più volte, è rimasta in gran parte incompiuta. Su quel terreno si è consumata la rottura. Nell’assemblea federale del novembre 2024 la riforma dello Statuto proposta da Gravina passò, ma senza voti favorevoli dei club del massimo campionato. Prima del voto lo stesso presidente parlò di “lotte di potere” e di un clima avvelenato, segno di quanto il suo rapporto con una parte pesante del sistema fosse ormai logorato.

I rapporti con la politica, del resto, erano già tesi da tempo. Nell’estate 2024 Gravina si scontrò con il fronte che sosteneva l’emendamento Mulè, pensato per ridisegnare gli equilibri interni del calcio e dare più peso al professionismo. Lui lo lesse come un’ingerenza sul sistema federale; Mulè replicò parlando di un modello “antistorico” da superare.

A travolgerlo, comunque, è stata la Nazionale. Nel marzo 2022 l’Italia uscì contro la Macedonia del Nord e mancò il Mondiale in Qatar. Martedì è arrivato un altro crollo, stavolta con la Bosnia ai rigori, che ha lasciato gli azzurri fuori anche dal Mondiale 2026. Per l’Italia è la terza esclusione di fila. Per Gravina è la seconda mancata qualificazione mondiale maturata da presidente federale. Troppo, per uno che nel 2021 sembrava aver rimesso il calcio italiano al centro del villaggio europeo.

Gravina ha finito per aggravare il clima anche con alcune uscite giudicate fuori luogo. La più contestata è arrivata nel confronto con gli altri sport italiani: “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici”, ha detto, parlando anche di “sport di Stato” e citando Arianna Fontana. Una frase che ha acceso subito la polemica, perché pronunciata mentre il calcio italiano sprofondava e molte altre discipline continuavano invece a portare risultati all’Italia

Non ha aiutato nemmeno la linea tenuta nelle ore successive al ko con la Bosnia. Mentre cresceva la richiesta di un passo indietro, Gravina aveva risposto che le dimissioni erano una valutazione da rimettere al Consiglio federale e aveva anche chiesto a Gattuso e Buffon di restare. Parole lette da molti come il segno di un presidente più intento a proteggere l’assetto federale che a prendere atto, subito, della portata del fallimento. Sul suo nome, negli ultimi mesi, ha pesato anche un fronte extra-campo. Nel 2025 l’indagine per autoriciclaggio a suo carico è stata trasferita dalla Procura di Roma a quella di Sulmona; già nel 2024 Gravina aveva parlato pubblicamente di “complotto” e di dossieraggio ai suoi danni. È un capitolo diverso dai risultati sportivi, ma contribuisce a spiegare perché attorno alla sua figura si fosse addensato da tempo un clima pesante.

Gravina lascia una Figc che in questi anni ha aumentato il proprio peso nelle sedi UEFA, anche grazie alla sua nomina a primo vicepresidente e all’assegnazione di Euro 2032 a Italia e Turchia. Restano risultati concreti anche sul femminile e sui conti. Ma lascia pure una Nazionale schiacciata dai suoi limiti, un movimento che continua a dividersi sulle riforme e un’opinione pubblica che ormai vedeva in lui il simbolo di un sistema fermo.

LEGGI TUTTE LE NOTIZIE DELLA SEZIONE SPORT