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Milan, cercasi disperatamente identità. Dalla lotta scudetto al rischio Champions: cosa sta succedendo ai rossoneri?

I fischi di San Siro e lo 0-3 con l’Udinese spingono il Milan nella fase più delicata della stagione. I problemi dei rossoneri partono da più lontano: una rosa fragile, pochi gol dagli attaccanti e una corsa Champions che adesso si complica

Milan, cercasi disperatamente identità. Dalla lotta scudetto al rischio Champions: cosa sta succedendo ai rossoneri?
Max Allegri e Rafa Leao

Il Milan non è crollato in una sera: con l’Udinese sono esplosi limiti che si trascinano da tempo

C’è chi canta Luci a San Siro e c’è chi, di questi tempi, sente solo fischi a San Siro.

Lo 0-3 con l’Udinese non è stata soltanto una sonora sconfitta. È stata la fotografia del momento rossonero, di una squadra che fino a poche settimane fa era la principale antagonista nella corsa scudetto e che oggi si ritrova a guardarsi alle spalle. Anche molto da vicino.

Il Milan resta terzo, ma la sensazione di controllo che ha avuto, diciamolo, per gran parte della stagione, si è persa. La Juventus si è riavvicinata, il gruppo alle spalle corre e la zona Champions non è più un territorio da amministrare con tranquillità. Il margine esiste ancora, ma si è assottigliato. E soprattutto è cambiato il clima.

A Milano è arrivata la primavera. Sul Milan, invece, è calato inspiegabilmente un freddo inverno.

La crepa, in realtà, non si è aperta con l’Udinese. Quello di San Siro è stato il plot twist più eclatante di un film che va avanti da settimane. Dopo una lunga fase in cui Allegri era riuscito a ridare ordine, equilibrio e continuità, il Milan ha iniziato a perdere terreno proprio quando la stagione entrava nel vivo. Il ko di Napoli aveva già ridimensionato la rincorsa al vertice. Quello con l’Udinese ha acceso la spia della riserva. Cercasi carburante, in un periodo in cui di carburante ce n’è poco, anche per gli aerei di linea.

Allegri ha provato il 4-3-3, modulo invocato da una grande parte dell’ambiente e non senza ragioni. Con Leao e Pulisic larghi, infatti, il Milan sulla carta valorizza meglio due dei suoi uomini più forti nell’uno contro uno e nell’attacco della fascia. Il problema è che il 4-3-3 non appartiene davvero al calcio di Allegri, almeno non a questo Allegri e non a questo Milan. E sabato si è visto.

Si è visto ancora di più per come è stato interpretato. Se scegli di aprire gli esterni e di dare ampiezza vera al gioco, poi serve anche un riferimento centrale che riempia l’area, tenga occupati i difensori e dia un senso ai cross, ai tagli alle spalle e alle seconde palle. Invece né Fullkrug né Gimenez sono partiti titolari. Entrambi sono rimasti inizialmente in panchina. Così Leao, usato più dentro al campo, ha finito per occupare la stessa zona che ha occupato per tutta la stagione e, che, a parte un inizio speranzoso, i fatti dicono non appartenergli. Se Rafa fa la punta senza un riferimento accanto o davanti, il Milan non trova comunque quel baricentro offensivo che il 4-3-3 dovrebbe garantire.

Una scelta del genere, forse giusta come prospettiva, è arrivata in una partita delicatissima. Nella stessa giornata il Napoli era impegnato a Parma, c’era lo scontro diretto tra Juve e Atalanta, l’Inter andava a Como. Era un turno che poteva pesare parecchio nella corsa Champions e anche, perchè no, negli equilibri in vetta. In una giornata così, forse, si poteva aspettare. Si poteva mangiare il cibo che si sa cucinare meglio, tenere il Milan dentro le sue certezze e lavorare al 4-3-3 più avanti, quando la classifica fosse stata un po’ più al sicuro. Perché il 4-3-3 può essere la scelta giusta, ma non funziona se diventa improvvisata.

Contro l’Udinese, la squadra si è allungata, ha perso distanze, ha difeso male le transizioni. Nel primo tempo non è arrivato nemmeno un tiro in porta. A fine partita i tiri nello specchio sono stati appena 3, nonostante un volume complessivo di conclusioni più alto. Tradotto in modo semplice, il Milan arriva anche a tirare, ma costruisce poco di davvero pulito e arriva male in area avversaria.

Sarebbe comodo fermarsi qui e scaricare tutto sull’allenatore. Ma sarebbe anche tremendamente sbagliato. L’esperimento di sabato non ha funzionato, questo sì. Però non basta per spiegare la “crisi”. Allegri ha preso una squadra che dopo lo scudetto e la semifinale di Champions aveva iniziato lentamente a perdere spessore, identità e qualità. Qui però va fatto anche un discorso più onesto su Allegri. Perché qualcosa, in questa stagione, l’ha rimessa davvero in piedi.

Il Milan ha perso solo una delle prime 24 giornate di campionato, quella dell’esordio contro la Cremonese, e in quel tratto ha viaggiato a una media di 2,12 punti a partita, chiaramente una media da scudetto. È anche da lì che sono cresciute le aspettative, forse persino oltre la reale dimensione della rosa. Da quel momento in poi, però, il passo è cambiato: tra la 25ª e la 32ª giornata il Milan ha raccolto 12 punti in 8 partite, cioè 1,5 di media, con le sconfitte contro Parma, Lazio, Napoli e Udinese che hanno cambiato il clima e ridimensionato la stagione. Il punto è che quella partenza brillante ha probabilmente alzato l’asticella del giudizio più di quanto questo organico potesse reggere fino in fondo.

Per questo oggi criticare (solamente) Allegri rischia di essere troppo comodo. Più che cercare un colpevole unico, il Milan dovrebbe chiedersi se questa squadra, così com’è, abbia davvero abbastanza qualità, personalità e soprattutto profondità per stare stabilmente al livello che il suo nome impone. Una dimensione del genere non può bastare a una squadra che resta comunque una delle più blasonate e titolate al mondo

Da settimane i rossoneri producono poco negli ultimi metri e segnano ancora meno con gli uomini che dovrebbero fare la differenza. Leao sembra scontato essere ormai al capolinea della sua avventura: svogliato, poco incisivo, nervoso e soprattutto fischiato; Pulisic non incide con continuità sotto porta, Gimenez non ha ancora spostato davvero gli equilibri, Fullkrug non è mai entrato nel sistema.

Anche il clima si è fatto piuttosto pesante. I fischi a Leao, i segnali di insofferenza in campo, i volti tesi di Maignan e compagni raccontano una squadra che sente il peso del momento. Quando il Milan va sotto, oggi, non trasmette la sensazione di avere la forza per ribaltare la partita. Si scompone. Si innervosisce. Perde lucidità.

Questa è la parte che preoccupa di più. Per mesi Allegri aveva tenuto il gruppo dentro una linea chiara. Pochi fronzoli, molto controllo, partite gestite spesso più con la testa che con la brillantezza. Non era un Milan spettacolare, ma era un Milan concreto. Nelle ultime uscite quella struttura si è incrinata e, senza quella protezione, la squadra ha mostrato il suo lato più fragile.

Il Milan, comunque, è ancora in tempo per salvare il suo finale di stagione. La Champions resta alla portata (e sarebbe forse anche immeritato, da un certo punto di vista e se si valuta l’intero campionato, non centrarla) e dipende ancora soprattutto dai rossoneri. Questo però non cancella il resto. La sconfitta con l’Udinese dice che serve tornare ad avere una forma credibile, riconoscibile, stabile. E a fine stagione serviranno scelte vere sul mercato. Più qualità, più personalità, più italiani, forse anche più coraggio. La ricostruzione passa inevitabilmente da scelte pesanti e importanti in chiave mercato. Il Milan quest’anno doveva e deve centrare la Champions, l’anno prossimo però deve essere l’anno della verità.

Perché il rischio più grande non è perdere una partita o complicarsi la classifica. Il rischio è raccontare tutto come se fosse colpa di un sabato sbagliato o di un modulo provato nel momento peggiore. La verità è più scomoda. Il Milan sta pagando errori più lunghi, una rosa che da tempo galleggia tra ambizione e mediocrità e false aspettative, e una crescita che si è fermata troppo presto e soprattutto alle prime difficoltà. Allegri può avere sbagliato una mossa. Ma ridurre tutto ad Allegri sarebbe un alibi. E il Milan, oggi, di alibi non può più permettersene. Con o senza Massimiliano Allegri.

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