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Cose Nostre
Marchionne: "Io in politica? Mai, mai, mai, mai. Per chi non ha capito... mai"
Le Ferrari in Piazza Affari, sotto il dito di Maurizio Cattelan, nel giorno della quotazione. Foto di Angelo Maria Perrino

Di Angelo Maria Perrino


Sembrava invincibile, Sergio Marchionne. E invece il manager abruzzese cattivissimo, ruspante e scontroso che osò salire fino alla Casa Bianca col maglione, era delicato dentro e molto vulnerabile. Specie quando si riusciva a superare la sua scorza da duro e  il suo slang Italo-americano da timido un po’ sbruffone, mettere da parte conti e performance aziendali, e farlo parlare del proprio sé.

Mi riuscì quella mattina del 4 gennaio 2016 in piazza Affari, in occasione della quotazione in borsa della Ferrari.

Faceva freddo nella city milanese mentre gli italiani, dopo i bagordi di Capodanno, aspettavano la Befana.

Lui no, non attendeva i re Magi per raccogliere investimenti utili ai rilancio del Cavallino.

Si era presentato con i più bei bolidi di Maranello piazzati lì, davanti al palazzo della borsa, casualmente sotto la famosa statua del dito medio alzato di Maurizio Cattelan. Una performance involontaria di arte contemporanea.

Per l’occasione aveva interrotto le vacanze perfino Matteo Renzi, allora premier, presentatosi ancora odoroso di lenticchie e cotechino al fianco di Marchionne pur di cavalcare il meglio mondiale del Made in Italy.

La conferenza stampa, gremita di giornalisti di settore, si era dipanata, noiosa, sulle questioni scontate e prevedibili, come è normale quando certi mondi autoreferenziali si parlano tra di loro.

Domande banali, risposte scontate, un rito prevedibile di una noia mortale.

Decisi allora di rompere il clima ossequioso e conformista e da outsider chiesi la parola e sparai tre domande secche e impertinenti a bruciapelo: "Buongiorno Marchionne, quando lascia la guida di Fca? Che cosa farà dopo? E’ vero, come si vocifera, che potrebbe scendere in campo in politica?"

Colto di sorpresa come da una schioppettata improvvisa, il manager di ghiaccio impiegò qualche secondo per cambiare registro, smettere di parlare di circuiti, pole position e bilanci e scoprire davanti a tutti il suo privato, le scelte di vita, il suo futuro, la sua filosofia.

Ma non deluse.

Anzi, quel video fece il giro del mondo.

Indicò nel 2018 la data del suo addio agli Agnelli-Elkann e rivelò che dopo avrebbe voluto fare il giornalista.

Soprendente il perché: "Mi piace il mestiere di giornalista perché puoi rompere le scatole e fare domande a tutti e su tutto senza rispondere mai di niente a nessuno”.

E alla domanda sulla possibilità di una discesa in politica (molti in quei giorni lo indicavano come il manager cui faceva riferimento Silvio Berlusconi come guida del centrodestra) prese fiato e, aiutandosi con i gesti delle mani e del viso, disse con lunghe, significative pause di silenzio: ”Mai, mai, mai... mai”. Quattro lunghissimi mai sospesi nel silenzio della sala.

E mentre già un altro giornalista dopo di me aveva iniziato una nuova domanda, Marchionne incurante lo interruppe. "E se qualcuno non avesse capito” aggiunse definitivamente “maiiiii”.

Una distanza incolmabile con la politica, dunque.

Un ritrarsi inorridito davanti a partiti, leader e correnti come davanti a una bestemmia.

Unito a un involontario sberleffo a tutti i pennivendoli, onniscienti e onnipresenti ma irresponsabili e vuoti.

Significanti senza significato.

Anime belle intrusive, garrule e pervasive, ma prive di sostanza etica e di essenza.

Questo ci lascia come eredità filosofico-esistenziale su cui riflettere Sergio Marchionne, il manager fuoriclasse che amava il pensiero e si era laureato in filosofia.

Tags:
marchionnesergio marchionnemarchionne mortomarchionne politica

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