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Cronache
Ora l'Alzheimer si può combattere. Bisogna cambiare abitudini

di Paola Serristori

Un crescente numero di studi sull'Alzheimer ed altre forme di demenze dimostra che lo stile di vita influisce sulla salute del nostro cervello. Le conclusioni sono state presentate davanti ad oltre 4 mila esperti durante Alzheimer's Association International Conference 2014 (AAIC 2014), a Copenhagen, la più importante piattaforma al mondo delle conoscenze su cause, diagnosi, trattamento, e prevenzione del morbo che inizia ad uccidere i neuroni a metà della vita, senza che ce ne accorgiamo. I sintomi compaiono quindici-venti anni dopo, quando alcune capacità cognitive sono già compromesse: perdita di memoria, difficoltà nel linguaggio, nell'orientamento, sia quando dobbiamo riconoscere il tempo, il giorno o l'ora, sia lo spazio, il luogo che vogliamo raggiungere o dove ci troviamo. Mentre i neuroni muoiono, il malato di Alzheimer diventa incapace di affrontare la vita.

conferenza alzheimer logo
 

La nuova ed immediata certezza scientifica riguarda i benefici che la regolare attività fisica ha sul cervello, più di quanto si intuisse. Le altre abitudini da adottare per mantenere un cervello brillante sono dieta equilibrata, stimoli intellettuali, rapporti sociali. Al contrario, isolamento e depressione nuocciono alla vitalità dei neuroni.

Tra i tanti temi di AAIC 2014, sempre in primo piano gli straordinari dati di Neuroimaging, la tecnica che consente di “fotografare” e “misurare” che cosa succede nel cervello di una persona che passa dallo stato di salute a quello di malattia nel primo studio preventivo transnazionale Dominant Inherited International Network (DIAN), coordinato dallo scienziato John Morris, Washington University, St. Louis, e che coinvolge anche l'Italia.

Ma è alla regole di prevenzione, per ogni persona facili da seguire, che gli scienziati ed Alzheimer's Association, che raccoglie i loro imput e li diffonde, affidano il messaggio globale di questo raduno. La relazione di apertura dei lavori, nella riunione plenaria, è stata affidata allo scienziato francese Bruno Vellas, Clinic of Internal Medicine and Gerontology, Toulouse, che ha riferito dei principali studi sull'efficacia di un adeguato stile di vita.

Professore Vellas, quali sono le priorità nella lotta contro l'Alzheimer?

“C'è bisogno di prevenire l'Alzheimer e di trials, sperimentazioni, molto vaste e ed estese nel tempo. Affinché si possano realizzare questi programmi serve la collaborazione tra i Paesi e con l'Unione europea. Ora alcuni trials ci sono, per cui occorre cambiare la concezione di studi da portare avanti nazione per nazione, è arrivato il momento in cui dobbiamo lavorare tutti insieme per il successo”.

La scienza come sta procedendo?

“L'approccio negli Stati Uniti è più strettamente legato a specifiche sperimentazioni basate sui biomarcatori, in Europa si seguono approcci in più campi ed io penso che i due metodi sono complementari. Come ho detto nel mio intervento, in futuro ci sarà bisogno di iniziare ad attuare larghi piani per sempre più specifiche iniziative e progressi”.

Che cosa si può dire alle famiglie?

“Io penso che i familiari devono capire che l'Alzheimer è una malattia di lungo corso, che inizia qualche decennio prima che appaiano i sintomi clinici. Bisogna attuare la prevenzione, allo stesso modo in cui raccomandiamo di controllare l'apparato cardiovascolare. Dobbiamo ridurre il colesterolo, il diabete, l'ipertensione, per evitare i disturbi vascolari e, ovviamente, infarto. Dobbiamo fare capire alle persone che bisogna monitorare tutti i fattori di rischio ed incoraggiare gli anziani ad introdurre e seguire questo tipo di comportamenti”.

A che età?

“Dopo i 65 anni”.

AlzheimerMaria Carrillo, Vice President of Medical and Scientific Relations Alzheimer's Association
 

Heather Snyder, Ph.D., Direttore di Alzheimer’s Association Medical and Scientific Operations, ha ribadito: "Determinare i fattori che alzano o abbassano il rischio di malattia di Alzheimer e le altre demenze è una componente essenziale nella nostra battaglia contro l'epidemia di Alzheimer. Ci stiamo formando una più chiara idea delle opportunità di riduzione del rischio attraverso la modifica di comportamento e di altri fattori di salute. Stiamo imparando che il rischio di Alzheimer e relativi fattori protettivi possono cambiare nel corso della nostra vita".

La scienza va avanti. Gli scienziati, solitamente prudenti, appaiono ottimisti. Si può dire che è rinato l'entusiasmo, ma servono anche soldi. I programmi di ricerca sono costosi, tantopiù quanto vasti. "I dati presentati ad AAIC 2014 – sottolinea Snyder - ribadiscono la necessità di finanziare grandi studi a lungo termine tra popolazioni differenti per cultura ed etnia, per permetterci di sviluppare “ricette” per cambiare stile di vita: per esempio, quali cibi mangiare e quali evitare, quanta attività fisica e quali tipi è utile praticare. E per saperne di più su come nell'Alzheimer e nella demenza i fattori di rischio cambiano con l'età”.

Gli Usa hanno formulato nel 2012 il primo piano sanitario contro l'Alzheimer (National Plan to Address Alzheimer's Disease, in collaborazione con Alzheimer’s Association) che include l'obiettivo fondamentale - adottato nel 2013 dal Summit G8 sulla Demenza - di prevenzione e trattamento efficace del morbo di Alzheimer entro il 2025. Lo sforzo economico per sostenere la ricerca ed i programmi di informazione e prevenzione è imponente e necessita di ulteriori 200 milioni di dollari nel 2015.

Sull'Alzheimer serve informazione tra la popolazione. Da AAIC 2014 emerge che alcune notizie relative a pochi Paesi potrebbero fare credere che il pericolo di epidemia, previsto anni fa dagli scienziati, è passato. Niente affatto. Maria Carrillo, Vice Presidente Medical and Scientific Relations Alzheimer's Association, osserva: “C'è un numero crescente di casi di Alzheimer nel mondo. Servono più conoscenza della malattia ed impegno di tutti noi per fermare l'epidemia. In alcuni Paesi, come Stati Uniti e Germania, c'è stata una diminuzione dei casi, ma in altri, come Colombia e Cina, il numero dei malati è cresciuto, o perché in passato erano stati sottostimati o perché è maggiore l'incidenza di obesità e diabete che contribuiscono all'aumento dei casi di Alzheimer. L'età media della popolazione sta salendo e l'impatto economico-sociale della malattia sarà altissimo. Gli studi che abbiamo ascoltato ad AAIC 2014 riferiscono che il controllo del rischio cardiovascolare e l'informazione sono stati fattori fondamentali per invertire questa tendenza. Non dobbiamo mai stancarci di lavorare per la prevenzione”.

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