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Cronache
Alkamar Gulotta con Biondo

di Lorenzo Lamperti

 twitter@LorenzoLamperti

"Nelle carte che ho letto si parla di un intreccio tra servizi segreti, mafia e Gladio". Giuseppe Gulotta fu arrestato nel 1976 per la strage di Alkamar, la caserma di Alcamo Marina (Trapani) dove furono uccisi due carabinieri. Nel 2012 Gulotta è stato assolto e sceglie Affaritaliani.it per raccontare la sua storia: "Fui picchiato e torturato. Avevano bisogno di un colpevole per nascondere qualcosa di più grande".

Pur avendo trascorso 22 anni in carcere da innocente "non ho mai ricevuto delle scuse da parte delle istituzioni. Ero solo un manovale di 18 anni che voleva vivere la sua vita, invece sono stato in un incubo". Come è riuscito a resistere? "Non ho mai perso la speranza che la verità venisse riconosciuta. E ho incontrato anche delle persone buone. Prima fra tutte mia moglie. Ora mi affaccio alla finestra e sorrido senza motivo..."

ALKAMAR - La mia vita in carcere da innocente

LEGGI L'ESTRATTO DAL LIBRO (per gentile concessione di Chiarelettere editore)

Una storia vera e incredibile, che si legge come un giallo. A diciotto anni Giuseppe Gulotta, giovane muratore con una vita come tante, viene arrestato e costretto a confessare l’omicidio di due carabinieri ad “Alkamar”, una piccola caserma in provincia di Trapani. Il delitto nasconde un mistero indicibile: servizi segreti e uomini dello Stato che trattano con gruppi neofascisti, traffici di armi e droga. Per far calare il silenzio serve un capro espiatorio, uno qualsiasi. Gulotta ha vissuto ventidue anni in carcere da innocente e trentasei anni di calvario con la giustizia. Non è mai fuggito. Ha lottato a testa alta e in questo libro racconta tutto per la prima volta: l’arresto, le torture, i processi (ben nove), la prigione, l’amore per Michela, che ha conosciuto mentre attendeva la sentenza definitiva (cioè l’ergastolo), il figlio,William, che ha visto crescere dall’altra parte del vetro divisorio, durante i colloqui settimanali, la verità su Alkamar.

Giuseppe Gulotta, 55 anni, nel febbraio del 2012, dopo trentasei anni di calvario giudiziario e dopo ventidue anni di carcere, è stato assolto per non aver commesso il fatto. Era accusato dell’omicidio di due carabinieri ad Alcamo Marina, in provincia di Trapani. È stato picchiato e costretto a confessare. La sentenza di revisione che lo ha assolto dopo più di trent’anni è arrivata grazie alle rivelazioni di uno dei carabinieri presenti alle torture, che per la prima volta e solo a partire dal 2008 ha riportato ai magistrati la sua versione.

Giuseppe Gulotta, si è mai dato una spiegazione per quello che le è successo?

No, non ce l'ho mai fatta a darmi una spiegazione. Credo sia stata un'azione fatta dagli stessi carabinieri, ma capire ora il motivo per cui sono state uccise queste due persone è molto difficile. Io in tutti questi anni ho pensato solo alla mia libertà e alla mia assoluzione. E alla fine per fortuna è arrivata.

Pensa che il suo coinvolgimento sia stato solo sfortuna o che sia parte di un disegno più ampio?

Penso che abbiano preso me e gli altri ragazzi solo per dire che giustizia era stata fatta. Avevano bisogno di prendere qualcuno che non ne sapeva niente, forse per coprire qualcosa di più grande. Ma nella sfortuna io mi ritengo anche fortunato. Fortunato di aver incontrato una donna, mia moglie, che mi è stata vicino per tutti questi anni.

Che cosa ha provato al momento del primo arresto?

Non è nemmeno stato un arresto, mi hanno prelevato da casa dicendomi semplicemente che avevano bisogno di alcune informazioni. Addirittura pensavo avesse a che fare con la mia domanda per entrare a far parte della Guardia di finanza. Cascavo dalle nuvole, non ne sapevo niente. Della storia dei due carabinieri uccisi sapevo solo perché l'avevo letto sui giornali. Quando sono venuti a prendermi io ero tranquillo. Ero un ragazzo semplice e mai avrei pensato di finire in una situazione del genere. L'unica risposta che riuscivo a dare, durante le torture che ho subito in carcere, era che non ne sapevo nulla.

Qual è stata la prima cosa che ha pensato dopo l'assoluzione, arrivata nel 2012?

L'assoluzione è arrivata esattamente a 36 anni di distanza dal mio arresto, la stessa data. Ero lì in tribunale con mia moglie e mio figlio e mi sono subito messo a piangere di gioia. Quel momento lo aspettavo da 36 anni: l'ho voluto e desiderato per tantissimo tempo. 

Ha sempre avuto fiducia in questo epilogo positivo?

Fiducia no, direi speranza. Speravo che qualcuno prendesse in mano il caso per riaprirlo e dimostrare la verità. Speravo di riabilitarmi, anche se fosse successo a 60 o 70 anni. Non mi importava, volevo solo venisse fuori la verità. Ho sempre sperato perché la prova della mia innocenza era nelle carte, bastava leggerle. Cosa che non fecero i magistrati dell'epoca. Se l'avessero fatto avrebbero visto documentazioni false e verbali piene di dichiarazioni che non avevo mai fatto.

Questa vicenda le ha fatto perdere la fiducia nelle istituzioni?

Credo che bisogna avere sempre fiducia nelle istituzioni. Ora ne ho ancora di più, dopo che sono stato assolto. Forse stavo per perderla, ma ho sempre sperato che la verità sarebbe venuta fuori. Anche senza la confessione del carabiniere Renato Olino.

Si sente una vittima dello Stato?

Io mi sento la terza vittima di Alkamar. Può darsi anche che ci sia un'altra vittima, Vesco (il primo arrestato che fece il nome di Gulotta e poi trovato impiccato nella sua cella, ndr). Anche lui deve avere subito tanto e passato delle notti orrende in cella. Un pentito di mafia una volta ha detto che Vesco è "stato suicidato"...

Dopo l'assoluzione ha ricevuto delle scuse?

Fino a questo momento in cui sto parlando con lei c'è stato un silenzio assordante. Nessuno si è fatto sentire in alcun modo. Mi dispiace molto. Io le scuse le accetterei anche ma dovrebbero scusarsi anche con i familiari dei due carabinieri morti ai quali hanno messo davanti colpevoli che non erano tali.

IL 26 MAGGIO A GORIZIA Festival della Storia

L’incontro si intitolerà “Bandito a chi?” dove, insieme a un’altra vittima di errori giudiziari (Elisabeth Gaviria Rochas, giovane colombiana perseguitata per 15 anni dalla magistratura italiana perché presunta collaboratrice del narcotrafficante colombiano Pablo Escobar, detenuta per danni nelle celle italiane e poi risultata innocente, dopo oltre dieci anni di detenzione durante i quali si è anche ammalata di tumore) racconterà la sua storia.

Su quello che è successo veramente ad Alkamar si sono fatte varie teorie: mafia, Gladio... Lei ha una sua idea?

Nello carte che ho letto si parla di un intreccio tra servizi segreti, Gladio e mafia. Ma non lo so, è qualcosa che va al di là di me e della mia vita. Io ero solo un ragazzo di 18 anni che non faceva altro che lavorare. Ero un manovale e queste cose erano più grandi di me. Avrei voluto solo vivermi la mia vita.

Dal pm Peri a Impastato sono stati in tanti a indagare su Alkamar. Ma tutti però sono stati fatti da parte...

Peri è stato dimenticato. Impastato è stato addirittura ucciso. Forse perché voleva entrare in qualcosa di troppo grande.

Lei ha chiesto un maxi risarcimento allo Stato. Nel caso le venga concesso che cosa ne farà?

Insieme ai miei avvocati fonderò un'associazione a mio nome per aiutare chi, anche per motivi economici, non può affrontare un processo giusto. E poi per dare una mano ai ragazzi, per non farli sbagliare e trovargli un posto nella società.

Questo è un momento in cui tanti cittadini hanno perso fiducia nella politica. C'è chi addirittura, come Preiti, arriva ad azioni violente. Secondo lei è comprensibile?

Io credo che le difficoltà bisogna semper affrontarle e prendere la vitaper quella che è. Non si può arrivare a pensare di fare del male a un'altra persona. E' chiaro che la popolazione in questo momento è sfiduciata, però bisogna andare avanti, con tenacia. Io posso parlare della mia tristissima vita. Per fortuna ora dopo 36 anni mi è tornato il sorriso. Oggi mi affaccio dalla finestra e sorrido, anche senza motivo. Mi sono aggrappato per decenni alla speranza che la verità venisse fuori. Mi sono aggrappato alla fede. E anche nel momento più nero ho cercato di non perdere la speranza. Mi sono accorto che c'è anche del buono nel mondo e delle persone pronte ad aiutarti. Non bisogna dimenticarsene.

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