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Cronache
Il 1° infiltrato nella 'ndrangheta: "Vita dura, colpa di leggi e pm"
Una scena del film "Donnie Brasco"

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

Si chiama Angelo Jannone. Oggi è consulente aziendale, docente di criminologia e scrittore. Ma in passato è stato comandante della compagnia dei carabinieri di Corleone dal 1989 al 1991. Ha lavorato fianco a fianco con Giovanni Falcone. In Calabria ha inferto duri colpi alle cosche, prima di passare al Ros di Roma. Jannone è stato anche uno dei primi infiltrati all’interno delle famiglie mafiose e dei narcos. Agendo sotto copertura all’interno di organizzazioni di narcotrafficanti colombiani legati a camorristi e ‘ndrine ha permesso un maxi sequestro di cocaina e l’arresto di oltre 40 persone tra Napoli, Milano, Roma, Amsterdam e il Venezuela. Dopo la vicenda di Jimmy, l’agente sotto copertura dell’operazione “New Bridge”che negli scorsi giorni ha portato a decine di arresti tra Italia e Stati Uniti, AffariItaliani.it gli ha chiesto di raccontare la sua esperienza da under cover.

Angelo Jannone

ANGELO JANNONE è nato ad Andria il 26 gennaio del 1962. è stato comandante della compagnia carabinieri di Corleone dal 1989 al 1991 ed autore con Giovanni Falcone delle indagini sul patrimonio di Totò Riina e sul commercialista Pino Mandalari. Da Corleone fu trasferito per ragioni di sicurezza, poiché entrato nelle mire del Clan dei Corleonesi. A Catania ha comandato il Nucleo Operativo Provinciale ed è stato al centro di una cruenta sparatoria, nel corso della quale, il 18 giugno 1992, fu catturato un intero gruppo di fuoco del clan dei Cursoti. Dopo Catania, in Calabria ha comandato la compagnia di Roccella Ionica, ed è stato protagonista di diverse importanti operazioni contro le famiglie della Locride ed i Piromalli. Sempre in Calabria ha firmato l'informativa dell'operazione Galassia, che portò all'arresto di 187 esponenti di Cosa Nostra e delle famiglia della Sibaritide. Dalla Calabria viene trasferito dopo che un pentito aveva rivelato un progetto di attentato nei suoi confronti voluto dalle Ndrine della Locride. Dopo un’esperienza di tre anni presso il Nucleo operativo di Mestre è stato trasferito al Raggruppamento Operativo Speciale di Roma nel 2000. Durante il periodo al ROS si è infiltrato in Italia ed all'estero in organizzazioni di narcotrafficanti colombiani legati a camorristi permettendo il sequestro di 280 chilogrammi di cocaina e l'arresto di oltre 43 persone, tra Napoli, Milano, Roma, Amsterdam ed il Venezuela. Ha lasciato l'Arma nel dicembre 2003, con il grado di tenente colonnello. Dal 2004 è entrato in Telecom Italia e ha assunto diversi incarichi dirigenziali, tra cui quello di responsabile della sicurezza di Telecom per l'America Latina. Si dimette da Telecom nel marzo 2007. Attualmente è Amministratore Delegato di una società di consulenza nel settore Audit & Compliance aziendale, insegna all'Università La Sapienza di Roma e collabora con l'Osservatorio Criminalità di Eurispes. Collabora con il quotidiano online Sostenitori.info.

Angelo Jannone, lei è stato tenente colonnello dei Carabinieri e si è trovato a fare l’infiltrato. Com’è arrivato a svolgere attività sotto copertura?

Intanto un plauso allo SCO ed all’agente Jimmy per la splendida operazione. Normalmente un ufficiale non si infiltra perché deve dirigere le indagini. Personalmente ho diretto varie indagini che prevedevano anche l’impiego di infiltrati. In quel caso, però, non avevo a disposizione la figura giusta. Serviva un pugliese. Iniziai con l’idea di sganciarmi non appena fossimo riusciti a creare la struttura necessaria. Ma oramai si era creato un certo legame. I criminali volevano parlavano solo con me. Così sono dovuto arrivare fino alla fine.

Quali caratteristiche bisogna avere per essere in grado di infiltrarsi nella criminalità organizzata?

Bisogna essere attenti, metodici, ma al tempo stesso creativi e profondi conoscitori di quel mondo. Si deve saper ragionare come ragionano i mafiosi. Si deve essere in grado di sopportare un’incredibile dose di stress. Non esiste una scuola specifica per “infiltrati”, ma non è un caso che per esempio che nei Reparti Speciali, come Ros, Scico o SCO, si selezionano solamente persone con certe caratteristiche attitudinali.

Agendo da infiltrati si rischia di sconfinare in rapporti troppo stretti con i criminali?

Il rischio c’è, ma proprio per questo è importante che l’infiltrato sia una persona preparata e in grado di svolgere il proprio compito senza mai dimenticare che sta solo recitando una parte. Da un certo punto di vista i rapporti umani aiutano nel lavoro dell’infiltrato, basta riconoscerne i confini. Certo, all’inizio vi sono stati soprattutto errori interpretativi, anche perché i primi corsi in Italia venivano tenuti da agenti della Dea (Drug Enforcement Administration, ndr) che insegnavano metodiche adatte al quadro normativo statunitense, ma non a quello italiano. Molti dei primissimi infiltrati italiani si sono cacciati nei guai perché ricevevano indicazioni non compatibili con la nostra normativa.

Quanto si rischia a fare l’infiltrato?

Il rischio c’è, soprattutto durante l’attività sotto copertura. Lì non puoi permetterti cali di attenzione perché se vieni scoperto è finita. Ma, conclusa l’indagine, i rischi si riducono notevolmente. Questo perché, soprattutto nel riciclaggio e nel narcotraffico le organizzazioni criminali hanno una vision da azienda. Per loro perdere un carico o subire arresti a causa di un infiltrato costituisce un “rischio d’impresa”. Sanno che può accadere e quando accade non pensano a vendicarsi ma a gestire i processi. Semmai chi rischia di più è che ti ha presentato, chi si è fidato di te e ha garantito per te non accorgendosi che eri un agente sotto copertura. Pensi al film Donnie Brasco: non è un caso se alla fine Cosa Nostra “giustizia” Al Pacino, il fiduciario, e non Johnny Depp, l’infiltrato.

Quanto si resta segnati da un’attività come questa?

Lo stress è altissimo. Devi essere concentrato 24 ore su 24. Magari sei a casa con tua moglie e i tuoi figli e ricevi una telefonata da loro, sul telefono da “infiltrato”. Devi ricordarti che in quel momento devi smettere di essere chi sei ed essere qualcun altro. devi cambiare tono voce e modo di parlare. E tutto questo alla fine può segnarti. Per questo avevo suggerito tempo fa di sottoporre a visite psicologiche tutti gli agenti sotto copertura, al termine di ogni indagine.

L’operazione degli scorsi giorni ha dimostrato che ormai le redini del narcotraffico internazionale sono in mano alla ‘ndrangheta?

Sorrido perché questa storia viene ripetuta ciclicamente. In realtà la ‘Ndrangheta ha preso le redini del narcotraffico già dai primi degli anni ’90, controllando le principali “piazze europee”. Già in quell’epoca la famiglia Mazzaferro, ad esempio, riceveva svariate tonnellate di cocaina in conto vendita dai colombiani, come accaduto qualche anno dopo per la famiglia Scali, sempre di Giojosa. E Cosa Nostra, in quel settore, era “finita” già da ben prima delle stragi. Ha vissuto i suoi momenti d’oro con la Pizza connection, con le raffinerie di eroina in Sicilia e con i rapporti eccellenti con i cartelli colombiani tenuti dalle famiglie Caruana-Cuntrera. Ma da tempo i cartelli colombiani non esistono più. I boss colombiani si sono trasformati in grandi broker internazionali ed a tirare le fila sono le grandi organizzazioni in grado di gestire le rotte del narcotraffico verso le due maggiori destinazioni, Europa e Stati Uniti. Un potere enorme è in mano ai cartelli messicani, come i Las Zetas, con cui l’‘ndrangheta ha stretto rapporti da tempo. Colombiani e messicani hanno eccellenti rapporti soprattutto con le famiglie della costa Jonica Reggina. Si tratta di famiglie con una storia da contrabbandieri internazionali di tabacchi che nei decenni hanno sviluppato un know how nelle relazioni internazionali e sono considerati altamente affidabili. La ‘ndrangheta è potente perché è, tra virgolette, seria, credibile e affidabile.

Lo strumento dell’attività sotto copertura viene sfruttato a dovere in Italia?

Assolutamente no. E questo per una serie di fattori, culturali, di risorse, normativi e processuali. Le attività sotto copertura sono molto condizionata dal quadro normativo di riferimento. Nel sistema anglosassone l’esercizio dell’azione penale è facoltativo e l’infiltrazione full time è ampiamente possibile. Ma in Italia l’esercizio dell’azione penale è obbligatoria. Ed Il nostro sistema normativo a partire dal 1990 è tutto impostato sul principio del “differimento atti”. Cerco di spiegarlo con semplicità: formalmente tu quella cocaina che ricevi, o compri, durante l’attività di infiltrazione è come se la stessi sequestrando. Solo che formalizzerai il sequestro in un momento successivo, quando verrà meno l’esigenza investigativa e di copertura. Prima del 1990 un carabiniere o un poliziotto poteva infiltrarsi, ossia entrare in confidenza e carpire la fiducia di un organizzazione criminale. Ma di fronte ad una partita di droga era obbligato ad intervenire arrestando e sequestrando. Altrimenti commetteva un reato. Nel 1990, quindi, fu introdotta la prima normativa di settore che permetteva, a condizioni molto restrittive e tra mille dubbi interpretativi, di spostare in avanti il momento dell’arresto o del sequestro e non far saltare la copertura. Ma i limiti erano ancora troppi. Si diceva, ad esempio che l’infiltrato non fosse autorizzato ad utilizzare documenti falsi perché la legge non lo prevedeva ed era reato. O non poteva partecipare ad una cessione di droga perché reato. Ma allora se, ad esempio, un trafficante chiedeva di accompagnarlo ad una consegna di droga l’infiltrato cosa doveva fare? Di qui nascevano mille problemi, spesso anche giudiziari. Con un “no” finiva tutto. Con un “sì” si guadagnava la fiducia dei criminali e si portavano avanti le indagini. Ma l’ufficiale di polizia giudiziaria, anche se infiltrato, in Italia, non può chiudere gli occhi: deve qualificarsi e procedere all’arresto. Questa normativa, soprattutto nelle sue prime versioni, ha creato una marea di problemi, anche perché le nostre Procure e anche i singoli Pubblici Ministeri sono tante repubbliche a parte. Ci siamo trovati con tanti agenti sotto copertura indagati e processati per delle cavolate. Si era giunti a dire all’infiltrato: “Tranquillo, devi prima essere indagato poi in giudizio faremo valere la scriminante speciale”. Lei se lo immagina un carabiniere o un poliziotto che dopo aver rischiato la pelle deve prendere un avvocato, essere iscritto nel registro degli indagati e magari rischiare una condanna? Purtroppo è quanto accaduto. E magari con indagini sulle indagini, svolte da un’altra Procura che vanificano una certa elasticità interpretativa de magistrato che aveva diretto la prima indagine. È quanto accaduto soprattutto nella fase iniziale di applicazione della normativa speciale, con non poche aberrazioni. Un esempio su tutti il processo non ancora concluso, a carico del generale Ganzer e di altri uomini del ROS.

Insomma, non si viene proprio incentivati a utilizzare questo strumento?

Certamente no. Quanto accaduto agli esordi, ha fatto disaffezionare le forze di polizia a questo genere di attività, nonostante la profonda riforma della normativa che vi è stata solo nel 2010. Ora ci sono tantissime possibilità in più, prima inibite. Il problema è che tantissime forze di polizia giudiziaria forse non ne conoscono a fondo i contenuti e le enormi potenzialità operative.

Che cosa prevede la nuova normativa?

Ad esempio si può estendere il differimento del sequestro a qualunque corpo del reato, anche a documenti. C’è la possibilità di impiegare anche “esterni” alla polizia giudiziaria per i quali operano le stesse garanzie. Si può vendere o cedere, oltre che acquistare. Si pensi all’intermediazione o alla cessione di documenti falsi ad organizzazioni di trafficanti di esseri umani o a terroristi. Ma nel frattempo però la cultura dell’attività sotto copertura non si è sedimentata. Questo perché ad un certo punto un carabiniere, un poliziotto o un finanziere dice: “Ma chi me lo fa fare? Devo rischiare la vita e pure l’onore con un procedimento penale? Allora al diavolo voi, i trafficanti di droga e il sistema giudiziario italiano”.

I fondi per le forze dell’ordine non sono sempre adeguati. Esiste anche un problema di costi?

Sicuramente. Queste operazioni costano e il budget a disposizione è sempre più risicato. Si va avanti, in maniera tipicamente italiana, con una grande dose di creatività ed improvvisazione. Senza considerare che l’operatività si scontra spesso con la burocrazia. Alla fine della mia operazione da infiltrato mi sono sentito rifiutare una richiesta di rimborso di 300 euro per la fattura del fax della società di copertura che avevamo creato, perché la richiesta iniziale non chiariva che lo avremmo anche utilizzato. Mi sono cascate le braccia. Insomma, c’è tutto un coacervo di elementi che fa capire perché in Italia si ricorre poco a questo importante strumento di indagine. A tutto ciò si aggiunga che nella cooperazione internazionale, spesso ci si scontra con sistemi legali non facilmente conciliabili tra loro. Io stesso, per un’inezia, ho rischiato un’incriminazione in Olanda perché mi ero recato ad un secondo appuntamento richiestomi dai narcos, non “coperto” da rogatoria internazionale. Solo la flessibilità del Procuratore della Repubblica di Amsterdam mi ha salvato.

Qual è il livello delle indagini antimafia in Italia?

Il livello di professionalità della polizia giudiziaria italiana è molto apprezzato in tutto il mondo. E tutto sommato anche gli strumenti normativi di investigazione e contrasto a disposizione sono adeguati. Il problema è che fa acqua il processo penale. Abbiamo voluto scimmiottare il processo americano, ma alla fine è venuto fuori un mostro che non è né carne né pesce. Il risultato? Le verità processuali spesso sono lontanissime da quelle reali. Tanto valeva tenersi il vecchio processo inquisitorio. Vanno ridefiniti ruoli e confini. L’esperienza mi ha insegnato che le indagini ed i processi funzionano bene solo quando affidate a strutture di eccellenza in grado di sfruttare al meglio tutti gli strumenti investigativi. Le indagini funzionano male quando si fa tanto rumore. Nicola Gratteri, per esempio, è un’eccellente magistrato perché a differenza di altri sa valorizzare il ruolo della polizia giudiziaria. Il pm non si deve sostituire alla polizia giudiziaria, ma essere il garante della legalità nella fase investigativa guardando alla fase dibattimentale ed al risultato finale: far condannare i colpevoli e assolvere gli innocenti.

Secondo lei il ruolo dell’infiltrato è considerato nella maniera giusta in Italia?

Spesso si crea un cortocircuito mediatico giudiziario sbagliato. I pm guardano le strutture investigative d’eccellenza con ammirazione da una parte ma con sospetto dall’altra. Purtroppo quando superi delle norme facendo attività sotto copertura non esiste un “eccesso colposo”. Non hai la legittima difesa. E il punto è che non è sempre chiaro quando queste norme si sforano. Si è in balia di una giurisprudenza oscillante e dell’interpretazione, a volte maliziosa del singolo magistrato che può essere del tutto diversa dall’interpretazione di un altro suo collega. E in un secondo puoi ritrovarti da eroe ad indagato per narcotraffico. E lì si scatena l’opinione pubblica, il mondo dei social network, del web 2.0, specie di quelli che pensano che tutto ciò che dicono i magistrati sia il vangelo. E agenti valorosi si possono veder scambiati per corrotto e collusi, senza neanche il beneficio del dubbio.

Lei ha definito gli agenti sotto copertura ed i carabinieri e poliziotti di cui parla nel suo ultimo libro degli “eroi silenziosi”. Quanto dà fastidio a un eroe silenzioso vedere magari un magistrato che, dopo aver condotto immagini di grande impatto mediatico, si candida in politica?

Dà tanto fastidio perché è una delle anomalie tutta italiana. L’indipendenza non deve essere solo un fatto sostanziale ma anche di percezione. Personalmente non mi sono mai trovato a fare servizio dove sono nato e cresciuto. È già anomalo che i magistrati, i controllori supremi della legalità, spesso prestino servizio nella città dove sono nati, vissuti e cresciuti, dove hanno amici, compari e familiari. E ciò non può che compromettere l’indipendenza tuo operato. Se poi il passaggio successivo è la politica allora è tutto il sistema che perde di credibilità. Non a caso pur essendo i magistrati per due terzi giudicanti e per un terzo inquirenti, la proporzione si inverte nell’Anm e, di riflesso, nella loro rappresentanza in seno all’organo di autogoverno, il CSM. Ciò denota che la medianicità del loro operato ha un risvolto elettorale ed un peso ai fini del potere anche in seno alla stessa magistratura. Per questo io sono solito dire quando sento parlare di magistratura politicizzata che in realtà la magistratura a volte è politica.

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