Magistratura, terrorismo e laicità. "Office at Night", il libro di Guido Salvini

INTERVISTA A GUIDO SALVINI, GIP DI CREMONA ED EX GIUDICE ISTRUTTORE SULLA STRAGE DI PIAZZA FONTANA, E ANTEPRIMA DEL SUO LIBRO "OFFICE AT NIGHT"

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OFFICE AT NIGHT, IL LIBRO DI GUIDO SALVINI (edizioni Getta la Rete) ora disponibile con una nuova postfazione. (Per info: www.gettalarete.it)

 

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

Anni di indagini e di vita all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano possono essere, per chi sa usarlo, un osservatorio privilegiato sulla città e sulla magistratura, un’istituzione quasi ‘sacrale’ di cui dall’esterno è facile percepire le luci ma meno le ombre”. Comincia così l’introduzione di “Office at Night. Appunti non ortodossi di un giudice”, il libro di Guido Salvini edito da Getta la Rete. Il Gip di Cremona, Giudice istruttore dal 1989 al 1997 nella nuova inchiesta milanese su piazza Fontana, ha raccolto in un unico volume una serie di riflessioni e scritti pensati “quasi sempre a tarda sera nel Palazzo ormai deserto”.

Appunti che vanno dal caso Tobagi al processo Ruby, dal caso Sallusti all’inchiesta sulla strage del 12 dicembre 1969. Un libro importante e coraggioso, che non ha paura di andare al di là delle luci e descrivere anche le ombre. Le ombre delle invidie e degli auto depistaggi della magistratura. Le ombre che ancora nascondono la verità sulla strage delle stragi, quella di piazza Fontana.

LA MAGISTRATURA – Tra i tanti temi affrontati da “Office at Night” un posto di rilievo ce l’ha, ovviamente, la magistratura. Una magistratura della quale Salvini, giudice indipendente non affiliato a nessuna Corrente, non ha paura di sottolineare i pregi e insieme portarne alla luce i difetti. Il tutto accompagnato da una serie di proposte che potrebbero migliorare il sistema giudiziario. Un esempio è quello delle nomine del Csm che, secondo il giudice, non verrebbero decise con l’ imparzialità richiesta: “Non si tratta più di concorsi, ma di decisioni prese riservatamente in altre sedi, le segreterie delle Correnti”. Un primo rimedio? “Sottrarre al Csm la designazione diretta dei vincitori dei posti direttivi”, lasciandogli solo “l’indicazione di un’ampia rosa di idonei tra i concorrenti, al cui interno un onesto sorteggio porterebbe al vincitore”.

Un principio importante richiamato da Salvini nel libro è quello di un ritorno all’attenzione per i processi “normali”, quelli lontani dalla luce dei riflettori. In questo senso Salvini propone di “non valutare più le promozioni di giudici e pm solo in base ai processi eclatanti che hanno gestito, rivelatisi magari in alcuni casi scatole vuote. Piuttosto andare a vedere prima di ogni altra cosa come hanno trattato i processi normali, quelli dei comuni cittadini”.

L'INQUIETANTE VICENDA DEL "FABBRO FANTASMA"

SalviniFoto da www.gettalarete.it
Tra le tante vicende raccontate dal giudice Guido Salvini nel suo libro “Office at Night” trova posto quella del “Fabbro fantasma” del Palazzo di Giustizia. Una storia che può sembrare piccola ma che nasconde aspetti inquietanti e che lo stesso Salvini ha descritto in un articolo apparso anche sul sito Getta la Rete. Nel 2010 Salvini si era reso disponibile a un’applicazione temporanea a Cremona, sede a corto di personale. “Sapevo di essere poco gradito a Milano ma non lo era nemmeno, chissà perché, questa mia libera scelta di dare una mano altrove”, racconta Salvini. “Tanto poco gradita che il Consiglio Giudizario, espressione delle Correnti, aveva dato parere contrario, con buona pace delle esternazioni sull’aiuto alle sedi disagiate”.

In una tarda sera di gennaio Salvini torna al suo ufficio di Milano “ancora con atti da scrivere e mandare a Cremona, non robetta ma omicidi, provvedimenti di libertà personale, Calcio-scommesse e intercettazioni urgente”. A questo punto l’incredibile sorpresa: “Ho trovato la serratura dell’ufficio magicamente cambiata da un Fabbro fantasma”, racconta il giudice. “Di nascosto, con tutto, fascicoli e computer dentro. Sono rimasto fuori, in cortile, con la borsa in mano. Qualche giorno dopo, sempre in segreto, un ordine dai piani alti ha fatto disattivare la mia linea telefonica che faceva funzionare il fax necessario per mandare i provvedimenti a Cremona: non assegnata ad altri proprio “congelata” e da quel giorno rimasta inutilizzata. L’importante era che non la usassi io. Per completare mi è stato inibito di usare la fotocopiatrice”.

Ho cercato vanamente di protestare per questa situazione e subito è partito il procedimento disciplinare”, conclude Salvini. “Contro di me, non contro chi aveva mandato il Fabbro fantasma. Ovviamente sono stato assolto ma dopo due anni di viaggi Roma al CSM per spiegare questa vicenda incredibile, di sofferenza e di esclusione dai concorsi. Una storia che spiega molto bene come un magistrato che preferisce non far parte di gruppi possa venire isolato all’interno del suo stesso ufficio.

Intervenendo in tema di riforma della giustizia, Salvini propone anche cinque azioni per rendere brevi i processi: adeguare la geografia giudiziaria, forse l’unica riforma da poco in parte realizzata, recuperare i giudici sottoutilizzati, impiegare nelle aule come segretari i laureati in Giurisprudenza per poter fare qualche processo in più, migliorare la collaborazione con gli avvocati, non celebrare processi inutili. Tutte proposte di buon senso che servirebbero forse di più della tanto discussa separazione delle carriere. Tema sul quale Salvini è tornato nella vibrante postfazione aggiunta nella nuova edizione di “Office at Night”, dove ha spiegato che “chi pensa che separando le carriere possano essere d’incanto” risolti tutti i problemi “dimostra di aver capito poco del funzionamento profondo della magistratura italiana”. La soluzione problema non è un concorso separato se poi Giudici e PM continuano a incontrarsi quotidianamente al CSM e nelle Correnti per discutere di incarichi e di promozioni e lì nascono i rischi di influenze contiguità. Salvini ricorda anche come sarebbe giusta l’abolizione o la forte riduzione degli incarichi fuori ruolo per i magistrati “che si collocano a centinaia in gabinetti ministeriali” o altri impieghi, il tutto “a discapito della giustizia ordinaria per i cittadini e dimostrando”, con tali pratiche, “di considerare il servizio in magistratura solo uno strumento per intraprendere una carriera parallela”.

Insomma, Salvini ci ricorda, e lo fa (importante sottolinearlo) da magistrato ancora in servizio e a suo rischio, di non prendere per oro tutto ciò che luccica e sviluppare sempre quel senso critico necessario a ogni cittadino per cercare di immaginare, senza timore reverenziale neppure nei confronti della magistratura, una giustizia che funzioni meglio .

IL TERRORISMO – Gli appunti di Salvini affrontano da vicino anche il tema del terrorismo. E non poteva essere altrimenti visto il suo lungo impegno nelle inchieste su piazza Fontana e l’eversione di matrice nera e rossa . In “Office at Night” si trovano riflessioni su Cesare Battisti, del quale dice “è stato nostro imputato e so che è davvero indifendibile” e Breivik, il sanguinario autore della strage di Oslo che ha “copiato” i terroristi islamici, fino al caso Walter Tobagi. Anche in questo caso, parlando della condanna di due giornalisti che indagavano sulla zona grigia del delitto, Salvini non risparmia serie critiche nei confronti di una magistratura spesso incapace di rivedere le proprie convinzioni.

Non mancano i riferimenti alla strage di piazza Fontana e alle indagini da lui stesso riaperte. Si legge molta amarezza quando nella postfazione del libro Salvini scrive: “I PM di Milano, che hanno i loro uffici a poche centinaia di metri da piazza Fontana, sono riusciti, facendo tacere i familiari delle vittime che hanno avuto sempre l’ingenuità di avere troppa fiducia in loro, a far chiudere l’ultimo segmento delle indagini sulla strage”. Parole forti, dure, che già in passato Salvini aveva rivolto ai magistrati milanesi, in particolare nel suo saggio contenuto nel libro “Piazza Fontana 43 anni dopo”. Parole che erano rimaste, e forse rimarranno, senza risposta.

LA LAICITA’ – Il terzo filone fondamentale degli appunti contenuti in “Office at Night” è quello dei temi legati alla laicità. Salvini riflette, senza tesi preconcette, su vicende scomode come la sentenza su Eluana Englaro e l’integrazione degli stranieri. All’idea di ius soli lanciata dal ministro Kyenge, Salvini contrappone quella di ius affectionis, in base alla quale possa essere data una residenza permanente a quegli stranieri che dimostrino un effettivo attaccamento e rispetto verso i valori della Costituzione italiana.

Una sintesi di tutti questi argomenti la si ritrova, come indica Salvini nella postfazione, nella Carta della Laicità francese. “Nei suoi semplici 16 articoli si legge tra l’altro che lo Stato garantisce la libertà di coscienza e quindi il diritto di credere o di non credere e che protegge da tutti i proselitismi aggressivi e da tutte le coartazioni all’interno delle comunità religiose”, spiega Salvini. “Laicità nelle scuole e in tutte le istituzioni pubbliche senza privilegi per nessuna Chiesa significa formare studenti e cittadini sulla base di un’idea di libertà individuali e di scelte condivise da tutti”. Quei diritti e quelle libertà che vanno difesi singolarmente da ogni cittadino, chiamato a esercitare sempre il suo senso critico verso ciò che lo circonda. Proprio quel senso critico che Salvini ha messo in pratica in “Office at Night”.

guido salvini

L'INTERVISTA DI AFFARI AL GIP SALVINI: "HO VISTO PROCESSI USATI PER LA CARRIERA. PIAZZA FONTANA? UN AUTODEPISTAGGIO"

Guido Salvini, si legge spesso di una “guerra” in corso tra politica e magistratura. In questa “guerra” la magistratura è solo vittima degli assalti esterni o ha anche qualche colpa?

La magistratura italiana ha grandi meriti ma non può continuare ad attribuire le disfunzioni della giustizia solo alla classe politica o ai vari governi. Proprio i suoi meriti rischiano di elevarla a quello che i greci chiamavano Hybris, la mancanza di critica e dell’onestà di guardarsi dentro, la convinzione eccessiva di essere nel giusto e la magnificazione autoreferenziale. E nel pensiero greco Hybris era contrapposta a Dike, la giustizia. In più di trent’anni di carriera ho visto tante negligenze. Ho visto indagini, magari quelle non destinate a finire sui giornali ma importanti per chi vi è coinvolto, fatte con disattenzione e sciatteria. E al contrario processi-trampolino subito utilizzati, anche prima e indipendentemente dai loro esiti, per carriere politiche o incarichi prestigiosi. Ho visto spesso presunzione e quasi arroganza nei confronti degli interlocutori, imputati, vittime e difensori. Un atteggiamento che purtroppo l’autocelebrazione della magistratura ha trasmesso soprattutto ai magistrati più giovani. Essere vincitori del nostro concorso dà per tutta la vita, e non è poco, il diritto di giudicare gli altri. Ma nessuno controlla che chi vince questo concorso sappia anche ascoltare.

All’esterno la magistratura richiede, giustamente, autonomia. Ma la magistratura è autonoma al suo interno?

L’Anm e il Csm sono sempre stati molto determinati, e anche giustamente, nel difendere l’”autonomia esterna”. L’indipendenza dei giudici da qualsiasi tentativo di controllo da parte del potere politico o di altri poteri è un principio voluto dalla Costituzione. Ma non hanno avuto lo stesso impegno, anzi direi che hanno avuto spesso un impegno contrario, nel tutelare l’ “autonomia interna”, cioè quella dei singoli giudici dalla magistratura come “istituzione”, dalle sue correnti, dai suoi gruppi di potere. Il vero padrone di ogni magistrato, molto più del Ministro di Giustizia, è il Csm, occupato saldamente da correnti che funzionano come centri di potere e dalle quali ciascuno dipende per ogni più piccolo dettaglio della sua vita professionale. Trasferimenti, promozioni, punizioni sono tutte influenzate dalla’appartenenza o meno a un gruppo. Questo sistema di controllo “interno” favorisce conformismi e piaggerie nella speranza di beneficiare di qualche vantaggio e trasforma i mediocri in grandi magistrati cui affidare incarichi direttivi se “militano” nel gruppo giusto. Io credo invece che il cittadino sarebbe più garantito se si trovasse sempre di fronte non all’esponente di un aggregato politico-correntizio di magistrati con la sua “linea” ma a un giudice singolo del tutto libero, che non deve rispondere a nessuno, nemmeno all’interno della sua categoria. Un giudice che sa decidere in solitudine e solo secondo coscienza. Io preferisco un giudice libero pensatore.

Tra le tante indagini che ha seguito nel corso degli anni spicca quella su Piazza Fontana. Quando riaprì quell’indagine si aspettava un sostegno diverso da parte della Procura di Milano?

Quando nel 1991 ho riaperto il caso non ho avuto il minimo aiuto, si percepiva anzi il poco interesse e quasi il fastidio del Procuratore aggiunto d’Ambrosio. Come se non fosse gradito che qualcuno, tra l’altro un Giudice Istruttore e non l’ufficio della Procura, andasse oltre i risultati raggiunti negli anni ‘70 a cui la sua figura era legata. Forse anche per questo l’incarico di seguire Piazza Fontana è stato affidato a un sostituto appena arrivato che non aveva mai condotto un’indagine di terrorismo e che si è impegnato soprattutto a cercare di togliermi di mezzo bersagliandomi di esposti al Csm. La conseguenza è stata semplicemente quella di paralizzare gli sviluppi dell’indagine. E per quanto avvenuto negli anni ‘90 non è più possibile nascondersi dietro l’operato dei Servizi segreti. È stata la magistratura ad “auto depistarsi” da sola e su questo, per una “ragion di Stato” interna, si è sempre preferito tacere.

Proprio nelle scorse settimane è stata disposta una nuova archiviazione su Piazza Fontana. È stata una decisione giusta?

Vent’anni dopo si è riproposto lo stesso copione con gli stessi protagonisti. Nel 2009 sono emersi nuovi e promettenti spunti di indagine. Ne parlo nel libro Office at night. Ma a Milano non è stato fatto nulla e l’indagine è stata bruciata subito. Ad esempio non è stato consentito ai Carabinieri, gli stessi che avevano lavorato con me e che si occupano ancora della destra eversiva, nemmeno di svolgere i primi accertamenti. E sarebbe stata un’indagine a costo zero perché era sufficiente affiancarsi al lavoro che la Procura di Brescia sta ancora conducendo con determinazione sulla strage di Piazza della Loggia e praticamente sugli stessi ex-ordinovisti al centro della strage di Piazza Fontana. È avvenuto il contrario di quanto nel 2009 il presidente Napolitano a Milano, nel quarantennale della strage, aveva esortato i magistrati a fare: “continuare a cercare ogni frammento di verità”.

L.L.

 


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