La Brexit rende nervose le grandi banche d’affari che operano da Londra, con Deutsche Bank che stima in almeno 4 mila gli addetti che verranno trasferiti dalla capitale inglese a Francoforte, Dublino o altre città europee per continuare a operare con la clientela del vecchio continente quando la Gran Bretagna, nel marzo 2019, uscirà dall’Unione Europea. Ciò nonostante la City resta il mercato più attraente a livello mondiale, davanti a New York, Singapore, Hong Kong e Tokyo secondo l’annuale classifica del Global Financial Centres Index (del resto compilata dal Qatar Institute of Economics e dalla City of London Corporation).

Così non deve stupire eccessivamente se proprio la City è in pole position per essere la piazza finanziaria dove, oltre naturalmente al listino domestico di Ryad, debutterà Saudi Aramco, il colosso petrolifero controllato dall’Arabia Saudita che l’anno prossimo dovrebbe collocare una prima quota del 5% circa sul mercato. Visto che la valutazione complessiva di Saudi Aramco potrebbe aggirarsi attorno ai 2 mila miliardi di dollari (ossia più del doppio dei 782 miliardi di Apple, attualmente il titolo con la maggiore capitalizzazione al mondo), quel 5% potrebbe valere 100 miliardi di dollari, un’operazione colossale che fa gola a tutti i principali listini mondiali e a tutte le maggiori banche d’affari, disposte ad “accontentarsi” anche di una commissione ridotta pur di mettere le mani sull’operazione.
Mohammed bin Salman, da poco proclamato principe ereditario saudita (nonché primo Vice primo ministro, ministro della Difesa e presidente del Consiglio per gli affari economici e di sviluppo), dovrebbe prendere una decisione ufficiale a breve ma secondo fonti citate da Bloomberg Londra sarebbe in vantaggio, dopo che il mese scorso sono state proposte delle modifiche normative che se approvate consentiranno agli stati di quotare le proprie controllate sul segmento premium del London Stock Exchange (Lse), segmento che consente l’accesso ad una platea di investitori più ampia di quella del segmento standard, anche solo con un 5% di flottante (contro il 25% finora richiesto).

A contendere a Londra l’ambita preda restano tuttavia una serie di rivali da non sottovalutare, prima tra tutte Wall Street, grazie alle relazioni che Mohammed bin Salman coltiva da tempo col presidente Usa, Donald Trump. Aramco è stata inoltre uno dei tre maggiori fornitori di petrolio agli Usa negli ultimi quattro decenni e possiede la maggiore raffineria del paese, a Port Arthur, in Texas, attraverso la sua controllata Motiva Enterprises Llc.
Per contro il fatto che 15 dei 19 dirottatori dell’attentato alle Torri Gemelle, l’11 settembre 2001, fossero cittadini dell’Arabia Saudita esporrebbe Aramco al rischio di una causa promossa dai parenti delle vittime dell’attacco. Aramco, tuttavia, vende due terzi del suo petrolio in Asia, in particolare alla Cina (paese dove possiede una raffineria a Fujian e dove sta valutando la costruzione di due altri impianti) e questo potrebbe favorire Hong Kong, il maggior listino cinese dove possono essere quotate società di altri paesi. Secondo alcune fonti, poi, il fondo sovrano China Investment Corporation potrebbe prendere parte all’Ipo e insieme a un paio di altre grandi società statali di Pechino sottoscrivere una parte dei titoli.
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Sempre in Asia non paiono intenzionati a fare passi indietro sino all’ultimo anche i listini di Singapore e Tokyo: il primo può giocare la carta di essere il maggior centro di intermediazione sul petrolio in Asia, e potrebbe rafforzare il proprio appeal facendo intervenire alcuni dei suoi fondi sovrani in veste di sottoscrittori dell’Ipo, Tokyo (dove Aramco possiede già una partecipazione in una società di raffinazione petrolifera oltre a vari impianti di stoccaggio petrolifero) offrirebbe l’accesso a investitori che non operano sui listini di Londra, New York o Hong Kong, come ha già ricordato il Ceo del listino giapponese, Akira Kiyota.

Ultimo ma non meno agguerrito, anche il “piccolo” listino canadese di Toronto, da tempo specializzato nella quotazione di società legate al settore delle materie prime (che pesano per circa i due terzi dell’indice TSX Venture e per un terzo del S&P/TSX Composite Index), incrocia le dita e lancia segnali di disponibilità a venire incontro alle esigenze di Aramco pur di vedere sbarcare il colosso saudita sul suo listino.
Così il principe Mohammed bin Salman sfoglia la margherita, dopo aver consolidato la sua presa interna intestandosi il controllo dei servii segreti e delle forze speciali anti terrorismo dopo l’estromissione il 21 giugno scorso del cugino Mohammed bin Nayef, fino a quel momento ministro dell’Interno ed erede al trono.
Luca Spoldi

