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Morte Fakir, il testimone che lo tenne fermo racconta: “Mi hanno minacciato e picchiato”

Vive nascosto da un amico e torna dalla madre solo di notte. Il 37enne racconta le minacce ricevute dopo la diffusione del video e ricostruisce quei momenti

Morte Fakir, il testimone che lo tenne fermo racconta: “Mi hanno minacciato e picchiato”

Morte Fakir, il racconto del testimone che lo tenne fermo: “Mi sono sentito in colpa

È rimasto accanto agli agenti durante le fasi concitate dell’intervento, fino a quando Abderrahim Fakir è stato immobilizzato. Il 37enne kosovaro, padre di tre figli, era sceso in strada dopo aver sentito le urla dell’uomo e aver ricevuto dai poliziotti la richiesta di portargli dell’acqua. Poi aveva accettato di aiutarli a tenerlo fermo. Oggi, a distanza di oltre un mese, racconta di essere stato costretto a lasciare il quartiere per le minacce ricevute: «Ti spacchiamo la testa», gli avrebbero detto. «Devi sparire». «Vattene perchè ti fanno la pelle». E denuncia: «Mi hanno anche picchiato».

La mattina del 19 luglio, tutto era iniziato con delle urla provenienti dal cortile. «Stavo dormendo e alle 10.45 sono stato svegliato da un uomo che urlava e stava male. Non avevo mai incontrato Fakir – precisa – ma quando mi sono affacciato ho visto che si stava facendo male, sbattendo la testa nello spigolo delle scale del cortile. Dopo sono arrivati gli agenti, provavano a tranquillizzarlo. Non ho visto cattiveria. Lui però era agitato, in stato di sofferenza fisica. Allora i poliziotti, vedendomi dalla finestra, mi hanno chiesto di portare per lui un po’ d’acqua».

Il 37enne, che ha chiesto di restare anonimo, è sceso con una bottiglia. Fakir ha bevuto, poi l’ha gettata via. «Fakir ne beveva un po’, e dopo la buttata via. Stava male, ma non era violento. A quel punto è arrivata una macchina, di alcuni miei vicini di condominio, lui l’ha urtata e poi si è buttato verso l’auto e poi verso il guidatore. Ma semplicemente perché non stava in piedi e perché stava male, non con violenza. Ma i poliziotti, per evitare il peggio, lo hanno fermato. Forse avevano paura che ne potesse nascere una lite».

Il suo coinvolgimento nelle operazioni di contenimento è arrivato poco dopo. «Prima di me c’erano due ragazzi del Marocco che collaboravano con gli agenti e che non stanno avendo nessuna delle conseguenze che sto subendo io. Poi, dopo che si sono allontanati, le forze dell’ordine hanno chiesto a me, in modo spontaneo, di aiutarli: tenendolo fermo per bene dato lui che non si calmava. Io l’ho fatto, quasi per un senso di generosità: faceva veramente molto caldo, era chiaro che quell’uomo che stava troppo male, non volevo fargli assolutamente niente di brutto, volevo solo aiutarlo».

Poi qualcosa cambia. Fakir, ormai immobilizzato, smette di reagire. Il 37enne dice di aver notato subito che c’era qualcosa che non andava. «Sono stato uno dei primi a chiedere: “Ragazzi, ma respira?”. Si sente anche nel video che è circolato. La situazione però sembrava sotto controllo, forse aveva avuto un mancamento e c’era del personale qualificato vicino. Sono andato via a sciacquarmi nel mio appartamento, al piano di sopra, e quando sono tornato lo stavano rianimando, non rispondeva più. Mi sono sentito subito in colpa, ho avuto paura, ma soprattutto ho provato dispiacere».

Quando arriva la famiglia di Fakir, l’uomo prova a spiegare al fratello ciò che aveva visto. «Sono andato dal fratello, ho provato a spiegargli quello che avevo visto e quello che era accaduto. Ma da quel momento, dopo quel video, la mia vita si è fermata», racconta.

La diffusione delle immagini segna infatti l’inizio di un’altra fase della sua vicenda. «Da quando sono circolate le immagini, non ho avuto un attimo di tregua. Mi hanno minacciato subito i residenti, e le persone più fidate mi hanno chiesto di allontanarmi dal quartiere. Avevo dei lavoretti a chiamata in un ristorante, e li ho dovuti sospendere. Il titolare mi ha detto: “per il momento non farti più vedere”. Ma come faccio a mantenermi? Vorrei vedere mia mamma, e vorrei poter rivedere anche i miei tre figli. Anche loro per ora vivono in isolamento, con la mia ex moglie. Cosa ho fatto di male? Ho portato giù un po’ d’acqua ad una persona che stava male, che gridava e poi mi sono fermato lì pensando di aiutare. Perché non posso vivere più? Perché?».

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