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A perdita d’occhio , di Emanuela Mancino, Mursia 2014

A perdita d’occhio , di Emanuela Mancino, Mursia 2014
mancino libro

Di Alessandra Peluso

Ne “Il crepuscolo degli idoli”, Nietzsche scrive: «Definisco subito i tre compiti per i quali c’è bisogno di educatori. Si deve imparare a vedere, si deve imparare a pensare, si deve imparare a parlare e a scrivere». La vista ha una funzione propedeutica rispetto alle altre azioni: idea condivisa da Emanuela Mancino, che – nell’opera “A perdita d’occhio” – compie una vera e propria apologia dello sguardo.
L’autrice educa ad andare oltre la semplice vista degli occhi, come senso, e a guardare nel profondo; aiuta a lasciarsi coinvolgere dal grande occhio inconscio, dal pensiero; accompagna la vista su ciò che non è visibile allo sguardo, ma si ascolta e si sente.
“Riposare lo sguardo per una pedagogia del senso sospeso”, sottotitolo del testo scritto da Emanuela Mancino, conduce proprio a questo: tenere a riposo la vista per far agire il potere del pensiero. Pertanto, “il guardare non è meramente un’azione correlata alla questione fisica per cui un oggetto è focalizzato dall’occhio; il guardare, in senso più ampio, richiede un grado di profondità maggiore, poiché si deve percepire l’oggetto nelle sue relazioni con il sistema simbolico che gli conferisce senso” (p. 194). Ecco che l’azione del guardare diventa osservazione e ascolto.

L’autrice, dunque, evidenzia in chiave filosofica, il significato e il senso dello sguardo, ricorrendo a filosofi quali ad esempio Sartre, Merleau-Ponty, Zambrano, Heidegger, e persino al mito di Omero attraverso il racconto di Ulisse.
Un’analisi completa, oculata, un’esperienza affascinante che comporta un interrogarsi, riflettere e al contempo un meravigliarsi, “lustrarsi gli occhi per illustrare il senso”, ed è questo che Mancino spiega nel secondo capitolo, sino a guidare il lettore, ricorrendo anche ai poeti e alla loro unicità nell’esprimersi attraverso lo sguardo. La grandezza del guardare consiste nel vedere anche con la cecità, ossia a non soffermarsi alle apparenze, e a ciò che si vede semplicemente con gli occhi, ma proseguire, fissare il buio che ci riguarda. Così come scrive Rimbaud: «Voglio essere un poeta e lavoro per rendermi veggente» (p. 110); vale a dire pre-vedere con gli occhi, immaginare un mondo, una realtà.
“A perdita d’occhio” di Emanuela Mancino offre una filosofia dell’educazione dell’occhio, del senso reale, ma, soprattutto, del suo potere divinatorio, affinché ciascun lettore possa adeguatamente riflettere, comprendendo così le potenzialità dell’individuo celate dall’ovvio e dalla ripetitiva quotidianità.
A ben vedere, si tratta di un testo che induce all’abbandono di pregiudizi, di mere visioni, aiuta a comunicare e a comunicarsi ciò che si è e non ciò che si appare. Una lezione, pertanto, di umano senso civico ed etico.