Fondatore e direttore
Angelo Maria Perrino

Insulti e litigi dal mondo dei libri: quante "faide" tra scrittori...

Forse non tutti sanno che fra Mark Twain e Jane Austen, tra Faulkner e Hemingway, tra Philip Roth e Jonathan Franzen non è corso buon sangue... Arriva in libreria "Nemici di Penna - Insulti e litigi dal mondo dei libri" (Editrice Bibliografica), a cura di Giulio Passerini - LEGGI UN ESTRATTO

Philip Roth e Jonathan Franzen

Forse non tutti sanno che fra Mark Twain e Jane Austen, tra Faulkner e Hemingway, tra Philip Roth e Jonathan Franzen non è corso buon sangue. Le loro faide hanno fatto la storia, quelle tra Gore Vidal e Norman Mailer sono leggenda e così tutte quelle che Passerini racconta in questo agile libretto che raccoglie i migliori insulti, i litigi epocali, i duelli in punta di penna e le sciabolate più volgari che hanno fatto la storia della letteratura. I più grandi scrittori di sempre si sfideranno per difendere il proprio onore, la propria donna, i propri scritti e per i motivi più futili e ridicoli. Ma, soprattutto, perché si detestano dal profondo del cuore. Perché i libri, e non gli scacchi, sono lo sport più violento che ci sia...

L'AUTORE - Giulio Passerini (su Twitter: @giuliopasserini) si occupa di comunicazione e della collana degli Intramontabili per le Edizioni E/O. Scrive di grafica per Panorama.it, di innovazione e editoria per Ho un libro in testa e di copertine (poco) sul suo blog Who’s the reader. Ha curato per Hacca i Racconti del giorno e della notte di Giuseppe Bonura.

NemiciDiPennaPasserini
 

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(per gentile concessione dell'editore)

Sapete come si dice, no? Verba volant, scripta menant: quando cominciano a volare parole grosse niente di meglio di un bell’insulto scritto per colpire e far male. E chi meglio di un artigiano delle parole potrebbe comporre i migliori insulti che abbiate mai sentito? Tutto è pronto signore e signori, benvenuti. State per assistere, su queste pagine, ad alcuni dei duelli più celebri della storia della letteratura. I più grandi scrittori di sempre si sfideranno per difendere il proprio onore, la propria donna, i propri scritti e per i motivi più futili e ridicoli fra cui anche la sessualità di un cane. Ma prima di dare inizio allo spettacolo torniamo per un attimo ai fondamentali dell’insulto.

Le tecniche di attacco e difesa personale elaborate nell’antichità nell’estremo oriente prendono il nome di “arti” marziali. Secondo il letterato cinese Liang Shiqiu, anche l’insulto è una di queste e fra le più nobili per giunta. Proprio come il Judo o il Karate, il suo esercizio è sottomesso allo studio di una dottrina e solo successivamente alla sua messa in pratica. L’attacco implacabile e la frase esatta sono infatti frutto di studio e non di semplice esercizio. Non è proprio dell’arte dell’insulto invece nascere dalla disciplina.

Le discipline artistiche come la danza o la ginnastica, infatti, si fondano sulla pratica piuttosto che sulla teoria in quanto è solo attraverso la ripetizione sempre identica di un movimento che si potrà acquisire la naturalezza necessaria per giungere alla perfezione. Un insulto degno di questo nome è invece un gesto ispirato dell’arte, non la ripetizione di un esercizio provato e riprovato mille volte, ma il guizzo improvviso di una mente allenata, la torsione imprevista di un ragionamento implacabile.

E se nel guizzo si sacrificheranno logica, coerenza o buongusto, non ci si dovrà preoccupare più di tanto. Come ha scritto Schopenhauer: «Con l’ingiuria si fornisce una conclusione rimanendo in debito delle premesse»; un debito di cui difficilmente qualcuno chiederà soddisfazione nel corso di una disputa, preferendo in genere ricambiare con gli interessi o pagando pegno con la svalutatissima moneta dell’indignazione.

A tal proposito nel saggio L’arte dell’insulto, contenuto nella raccolta Storia dell’eternità, Borges racconta di un uomo, tal Dottor Henderson, che in occasione di una disputa teologico-letteraria ricevette un bicchiere di vino in faccia dal suo avversario. Senza scomporsi minimamente dichiarò: «Questa, signore, è una digressione: aspetto la sua argomentazione». L’insulto è infatti un meccanismo dannatamente stringente, e non ammette divagazioni. Come le ciliegie, una tira l’altra senza avere neanche il tempo di sputare il nocciolo.

Certo, sulla legittimità morale dell’insultare o meno un avversario sarà necessario interrogarsi di volta in volta, ma in quei casi in cui retorica e falsità minacciano di inficiare qualunque prospettiva di verità è quasi un diritto riportare il nostro avversario alla dura realtà dei fatti con un insulto ben assestato. Ma quando un insulto corrisponde a verità, può ancora dirsi insulto? Senz’altro, e che insulto, il migliore che si possa proferire: vendicare la realtà, fanciulla sempre in pericolo, non può che essere un gesto nobile. Per non parlare dell’importanza igienica del dar sfogo al nostro più profondo sentire. Il suddetto Liang Shiqiu parla chiaro: «Reprimendo costantemente il desiderio di insultare il prossimo, infatti, prima o poi la salute ne risente sviluppando malanni». Insomma, se non legittima, una certa frequentazione con l’insulto è quantomeno consigliabile.

Ciò non toglie che insultare abbia le sue regole e la sua dottrina. Dice ancora Liang Shiqiu: «L’arte dell’insulto richiede un alto livello di risolutezza e di profonda abilità mentale; non significa che ognuno possa fare tutto ciò che gli pare e persino parlare in modo sventato». Ecco dunque le cinque regole per una buona lite letteraria:

1. Per disprezzare devi prima assaggiare: conosci le opere del nemico tuo come le tue tasche.

2. Sfida solo chi è al tuo livello, meglio se ha venduto più copie di te (l’invidia è considerata sempre un’ottima attenuante).

3. Prendersela con un morto è valido solo nel caso in cui abbia il canone mondiale dalla sua parte e il cadavere sia freddo, diversamente non avrai speranze.

4. Ingegno ed eleganza sono armi improprie, non essere così stupido da non usarle.

5. Non cercare la lite per motivi diversi dall’invidia, il tuo ego, l’odio personale o l’amor di realtà. Sono tutte ottime ragioni.

Ci sarebbe poi da fare una postilla sui cosiddetti “insulti che non lo erano”, frequentissimi nell’ambiente delle patrie lettere. Un caso su tutti, quello di Stefano D’Arrigo che a un critico che lo definì “sperimentale” replicò offesissimo: «Come si permette! sperimentale io, che mi sono fatto un culo così?».

Manie persecutorie a parte, gli insulti i duelli e le liti scoppiate per motivi più o meno futili non sono certo mancati nel corso della storia della letteratura. I giudizi poco lusinghieri di Mark Twain su Jane Austen sono ormai entrati nel canone così come le intemperanze di Hemingway, Norman Mailer o Gore Vidal. E ancora andranno ricordati i duelli di Tolstoj, Dumas e Proust e le scazzottate di Marinetti, Kerouac e Bukowski. Quanto ai giorni nostri impossibile non fare i nomi di polemisti di razza come Franzen, Bret Easton Ellis e Houellebecq.

E i lettori non sono da meno. Nel 2011 due fan di Melville sono stati arrestati a Los Angeles per aver malmenato un seguace di Joyce in seguito ad alcune divergenze letterarie. In Russia, nel settembre del 2013, un sostenitore di Kant per avvalorare le proprie idee ha ben pensato di aprire il fuoco contro il proprio avversario.

Insomma, per quanto possa essere difficile da immaginare, i casi di bullismo letterario sono sempre più spesso all’ordine del giorno. Immaginate la scena? «Ah! È questo che pensi dell’uso della metonimia nell’Ulisse? Te la sei voluta, ti aspetto fuori». Ma per carità, se proprio dovete scendere in singolar tenzone, almeno insultatevi da persone civili. Le ingiurie che troverete nelle pagine seguenti sono un ottimo punto di partenza.

 

(continua in libreria)


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