Vijay Iyer, piano jazz di alta classe

Il pianista indiano, naturalizzato statunitense, Vijay Iyer, torna alla ribalta con un nuovo lavoro che si intitola Break Stuff, con Stephan Crump al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria

di Raffaello Carabini

Ci sono artisti che debuttano con un capolavoro e passano la carriera a inseguirne la qualità. Ce ne sono altri che si comportano come le montagne russe, alternando opere eccellenti ad altre del tutto da dimenticare. Ce ne sono ancora, infine, che partendo da un discreto pregio continuano progressivamente a migliorare, senza grandi balzi e senza scossoni, ma proponendo ogni volta una ricerca espressiva per vari aspetti superiore alla precedente.

Appartiene a quest’ultimo gruppo il pianista indiano, naturalizzato statunitense,  Vijay Iyer, uno della generazione dei quarantenni che stanno prendendo nelle proprie mani le “magnifiche sorti e progressive” del jazz attuale. Il suo nuovo lavoro si intitola Break Stuff (ECM/distr. Ducale), e lo vede accompagnato dalla sua abituale coppia ritmica: gli ottimi Stephan Crump al contrabbasso e Marcus Gilmore alla batteria. Diciassettesimo album da leader di Iyer, segna una sorta di punto fermo nella sua carriera, uno di quei momenti topici, che sono insieme pietra miliare e punto di ripartenza.
“Materiale”, stuff, adatto, come dice l’artista, a quel break, quel “momento in cui tutto prende vita”, quell’“arco di tempo in cui agire”, quell’attimo che è “di rottura” così come “di pausa”.
Riflessioni su materiale noto – una composizione per il MOMA di New York oppure i tre brani da Open City, la suite per grande ensemble realizzata in collaborazione con il romanziere nigeriano Teju Cole -, omaggi a Robert Hood, il pioniere della techno, e a Thelonious Monk, “il mio eroe number one di ogni tempo”, rivisitazioni di John Coltrane – “Countdown” dagli influssi afro – e Duke Ellington – “Blood Count”, l’ultimo brano composto da Billy Strayhorn prima di morire, proposta in solitaria riflessione -, la “Mystery Woman” di matrice ritmica sud-indiana.
“La logica del riuso”, spiega Iyer, “è sempre stata una parte di ciò che il trio fa: prendiamo qualcosa che non era destinato a nostra disposizione e ce lo facciamo calare addosso. Questo ci porta in ambienti per noi sempre nuovi. E il feeling della scoperta ci dà moltissima energia.”
Difficile che i tre calpestino i territori tipici del piano trio, preferiscono rincorrere traiettorie più complesse, irregolari, argute, esplorando dinamiche incrociate e giochi combinatori. Una sorta di continua esplorazione delle potenzialità di ciò che suonano li conduce incessantemente verso prospettive alternative – non distanti da quelle degli “Starlings” e “Geese” che volano su New York – punteggiate da influenze sottotraccia che passano da Monk all’hip-hop, da Amad Jamal al funky, da Miles Davis perfino a Jimi Hendrix.
Il tutto retto da un tocco pianistico di livello assoluto e da un’abilità quasi vocale nel costruire gli accordi. Non per nulla Iyer è stato nominato per il Grammy, cinque volte vincitore del Down Beat International Critics Poll 2012 (nelle categorie Artista dell’anno, Pianista, Album dell’anno, Gruppo e Compositore emergente), quattro volte premiato nel referendum di “JazzTimes”, designato Pianista dell’anno nel 2012 e 2013 dalla Jazz Journalists Association, vincitore dell’Echo Award (il Grammy tedesco) come miglior pianista internazionale.
Lo attendiamo in trio al Festival Jazz di Bergamo il prossimo 21 marzo e a Messina il giorno successivo.

 


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