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Politica
Lega, Salvini completa la svolta nazionale. Il piano per andare al governo

Barcellona chiama, Milano non risponde. Nel giorno in cui il Parlamento della Catalogna vota l'indipendenza da Madrid, scatenando la furiosa reazione del governo spagnolo di Mariano Rajoy, in Via Bellerio il consiglio federale del Carroccio scrive una pagina storica per la politica italiana: via la parola 'Nord' dalla Lega e simbolo unico nazionale dal Trentino alla Sicilia alle prossime elezioni politiche del 2018.

Matteo Salvini ha parlato di decisione quasi ovvia e che ha trovato il consenso di tutti i dirigenti leghisti. "La Lega ha ambizioni di governo a livello nazionale e avrà un unico simbolo e si presenterà come Lega in tutti i collegi e in tutte le città d'Italia. Su questo il Consiglio federale è assolutamente d'accordo. Abbiamo esaminato la situazione politica ed è assolutamente positiva che la Lega si chiamerà Lega mi sembra chiaro da mesi, su questo 65 milioni di italiani penso che non vedano l'ora di votare", chiosa il segretario federale.

Ma al di là delle dichiarazione ufficiali, secondo quanto risulta ad Affaritaliani.it, in seno al Consiglio federale si è consumato lo strappo (forse definitivo) con Umberto Bossi. Il Senatùr ha contestato apertamente la cancellazione della parola 'Nord' usando anche parole forti. Il fondatore del movimento già non aveva digerito l'addio al sogno della Padania libera e lo sbarco al Sud di Salvini; ora, l'accelerazione sul partito nazionale, potrebbe spingerlo a un gesto clamoroso, anche se i pontieri sono al lavoro per tenere unita la Lega. Al momento, comunque, appare altamente improbabile che Bossi possa essere ricandidato alle prossime elezioni. Con lui una parte di quella fetta decisamente minoritaria che alle ultime primarie per la segreteria si era schierata con l'assessore lombardo Gianni Fava.

Polemiche con il Senatùr a parte, Salvini prosegue dritto per la sua strada. I referendum autonomisti di domenica scorsa non hanno modificato la strategia del leader. Anzi, in Consiglio federale si è arrivata ad un'intesa tra Luca Zaia e Roberto Maroni per procedere su una linea comune. L'obiettivo è quello di un partito nazionale e sovranista che tenga insieme il federalismo e l'interesse nazionale, magari attraverso il presidenzialismo come proposto da Giorgia Meloni e da Forza Italia.

L'autonomia del Veneto e della Lombardia non sono quindi in chiave anti-Roma e anti-Meridione, anzi vengono proposte come opportunità al resto del Paese. E infatti lo stesso segretario e i responsabili di NoiconSalvini locali hanno già proposto un referendum autonomista per la Regione Puglia. Ipotesi presa in considerazione perfino dal Governatore Dem Michele Emiliano.

Con questa svolta la Lega completa la metamorfosi iniziata qualche anno fa e diventa una destra sociale che punta alla guida del Paese. Addio al partito satellite o costola del Pdl e di Forza Italia, com'era in passato all'epoca dei governi di Centrodestra e della Casa delle Libertà, e competizione alla pari con Forza Italia per chi sarà la prima forza della coalizione, esprimendo, in caso di vittoria alle elezioni politiche, il presidente del Consiglio. Ed è evidente che in quel caso, nonostante i dubbi dell'ex Cavaliere, il premier sarebbe solo e soltanto Matteo Salvini.

Zaia è troppo locale, troppo legato alla sua terra e, lui stesso, ai fedelissimi ha sempre confessato di "voler restare nel suo Veneto". Maroni rappresenta troppo il passato e certo non avrebbe mai l'ok del segretario. Salvini ha poi il pieno appoggio dei dirigenti leghisti, primo fra tutti il vice-segretario Giancarlo Giorgetti (uno dei padri del Rosatellum 2.0), probabile sottosegretario alla presidenza del Consiglio o ministro dell'Economia in un eventuale esecutivo a guida Lega.

Regolamentazione dell'immigrazione e stop agli sbarchi di clandestini, ma senza nessuna guerra ai migranti, rivoluzione fiscale con la flat tax, riforma della Giustizia, via la Buona Scuola e la Legge Fornero, fermezza con l'Europa e richiesta di ridiscutere tutti i trattati, non solo quelli che regolamentano l'euro, saranno le parole d'ordine che Salvini userà in campagna elettorale per chiedere il voto degli italiani. Senza dimenticare il piano B. Se Berlusconi sotto sotto non esclude un governo di larghe intese con il Pd dopo il voto, con Gentiloni premier, il numero uno della nuova Lega nazionale non esclude a priori un accordo post elezioni con i 5 Stelle.

Intanto al voto con la Lega non più Nord. Comunque vada, il 27 ottobre 2017 entrerà nella storia della politica italiana.

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