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Roma
Rifiuti in discarica invece che a bruciare. Processo Cerroni: "La Regione sapeva tutto"

di Valentina Renzopaoli

Una truffa da 4 milioni e 850mila euro: un guadagno illecito che sarebbe stato prodotto conferendo in discarica una parte del cosiddetto cdr (combustibile da rifiuti), che, invece, si sarebbe dovuta spedire agli impianti di termovalorizzazione per la produzione di energia. E' la tesi accusatoria di uno dei cinque filoni del maxiprocesso sui rifiuti entrato ormai nel vivo del dibattimento.
Ad un anno quasi esatto dal blitz che portò all'arresto, il 9 gennaio del 2014, del re di Malagrotta Manlio Cerroni e di altri sei indagati, il processo riprende dopo la pausa delle festività natalizie, con la deposizione di uno dei testimoni chiave del pubblico ministero Alberto Galanti. Sul banco Massimo Lelli, maresciallo dei Carabinieri del Nucleo Tutela Ambiente che ha condotto le indagini sull'impianto di Albano Laziale della Pontina Ambiente, società della galassia Cerroni, che gestisce sia la discarica che impianto di TMB, trattamento meccanico biologico.
Un'indagine partita nel 2008, parallela a quella del Noe, condotta attraverso l'acquisizione e l'analisi di documenti, autorizzazioni, registri di carico e scarico dei rifiuti, MUD (una sorta di dichiarazione dei redditi annuale dei rifiuti trattati) e intercettazioni telefoniche, che ha portato a ipotizzare il reato di truffa, frode e traffico dei rifiuti. Secondo l'attività investigativa la società, amministrata da Francesco Rando, negli anni compresi tra il 2003 e il 2010 avrebbe conferito nei due impianti di termovalorizzazione di Colleferro una quantità di cdr inferiore a quella che era stata indicata dalla stessa Pontina Ambiente come produzione previsionale al momento dell'autorizzazione rilasciata dalla Regione Lazio. La quota stabilita era del 29% rispetto alla quantità totale dei rifiuti solidi urbani portati in discarica. “In base a questa quota – ha dichiarato il maresciallo Lelli – era stata fissata dal decreto commissariale n. 15 del 2005 la tariffa di accesso che ciascun comune avrebbe dovuto pagare alla Pontina Ambiente per accogliere i rifiuti, ma anche per il confezionamento, trasporto e smaltimento del cdr nei termovalorizzatori”. Secondo le dichiarazioni del teste, invece, la percentuale di combustibile da rifiuti conferita a Colleferro ha oscillato, tra il 2004 e il 2010, dal sette al venti percento.
L'ipotesi degli investigatori è che la quota di cdr in surplus rispetto a quello mandato agli impianti di Colleferro, fino ad arrivare alla percentuale del 29%, sarebbe stata accantonata in discarica sotto forma di cdr o sotto forma di frazione secca, saturando prima dei tempi previsti dalle autorizzazioni regionali le volumetrie della discarica. Tanto che il 28 ottobre del 2010 la Regione Lazio firmò un'ordinanza di proroga per lo smaltimento dei rifiuti nell'impianto di Albano Laziale per il IV e V invaso della discarica.
“Ci sono state comunicazioni della Pontina Ambiente sui quantitativi di rifiuti in ingresso e in uscita dall'impianto”, ha dichiarato il maresciallo Lelli. “Dunque la Regione era a conoscenza di quello che avveniva e non ha attivato le procedure necessarie di controllo e di rivalutazione delle tariffe a carico dei comuni”.
La deposizione fiume ha impedito il contro-esame dello staff difensivo, rimandato alla prossima udienza, giovedì 15 gennaio. I legali promettono battaglia: c'è infatti da capire se è vero che gli impianti di termovalorizzazione di Colleferro non sono stati in grado, almeno per un certo periodo, di accogliere il cdr della Pontina Ambiente. Ma è anche necessario appurare se il cdr prodotto dall'impianto di Tbm raggiungeva effettivamente la quota del 29%. Inoltre, qualcuno potrebbe far sorgere il dubbio che accantonare rifiuti in discarica non producesse affatto profitti per la società di gestione.
Tutto rimandato quindi alla prossima settimana. Nel frattempo, sono finalmente state depositate le trascrizioni delle famose intercettazioni e dei verbali, oggetto per mesi di una vera e propria disputa in punta di diritto: duemilaquattrocento pagine relative solo alla parte di inchiesta su Albano Laziale.

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processo cerronialbanogalantirifiuti






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