“La passo dalla mano destra alla sinistra. La contemplo, mi inquieta. Mi guarda. Mi giudica. Mi aspetta. Pesante e fredda (…) E’ una Carl Walther waffenfabrik modello PPK-L calibro 7,65. Con sei pallottole nel caricatore”. Parole di Riccardo Riccò nel libro il “Funerale in giallo” (già uscito in Francia e in Italia arriva per Feltrinelli), scritto col giornalista Salvatore Lombardo. Il Cobra di Formigine racconta la sua storia: l’ascesa, le imprese sulle salite di Giro e Tour, sino alle squalifiche per doping (è stato fermato fino al 2024) e il tentativo di suicidio.
Riccò ricorda lo stupore all’arrivo negli Under 23 “sono un chierichetto. Tutti i ragazzi intorno a me sembrano dei caccia aerei”. Quindi l’avvicinamento al doping: “Decido di fare come gli altri. Ma con moderazione. Ed è immediatamente un altro mondo”.
Racconta come avvenne la trasfusione. “Apro il frigo, prendo la sacca di sangue rinforzata di ferritina e mi allungo per farmi la trasfusione come mi hanno spiegato”. E dice: “Non so più chi sono. Un dopato. Un recluso. Un bugiardo. Un uomo. Un bambino. Un escluso”.
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