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La questione Cisgiordania e l’asse Washington-Israele

Il 6 aprile scorso, a pochi giorni dalle elezioni in Israele, Benjamin Netanyahu dichiarò che se fosse stato riletto, cosa che avvenne il 9 aprile, Israele avrebbe annesso gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria (Cisgiordania o West Bank). Questa fu la sua principale promessa elettorale prima della crisi di governo.

“Dichiarerò la sovranità israeliana, ma non distinguo tra i blocchi di insediamenti e insediamenti isolati. Dal mio punto di vista, ognuno di questi insediamenti è israeliano. Noi abbiamo una responsabilità nei loro confronti come governo di Israele. Non ne trasferirò nessuno, e non trasferirò la loro sovranità ai palestinesi. Mi occuperò di tutti".

E’ presumibile che la dichiarazione di Netanyahu venne fatta con il consenso della Casa Bianca. Di fatto, Washington DC non prese le distanze.

La sovranità israeliana sopra l'Area C della Giudea e Samaria, o Cisgiordania, o West Bank, dove vivono 400,000 cittadini ebrei, sanerebbe di fatto una situazione che permane sospesa dal 1967, quando Israele vinse la Guerra dei Sei Giorni, ed entrò in un territorio occupato abusivamente per diciannove anni dalla Giordania e poi da essa annesso illegalmente nel 1951. Il Mandato Britannico per la Palestina del 1922 assegnava tale territorio interamente all'abitabilità ebraica.

Con gli Accordi di Oslo del 1993-1995 e la ripartizione del territorio in tre aree distinte, la A, la B e la C, l'Area C è rimasta fino ad oggi sotto la piena sovraintendenza israeliana.

La Cisgiordania rappresenta un territorio legalmente privo di un detentore sovrano e su di esso Israele esercita una rivendicazione totalmente legittima. Con gli Accordi di Oslo esso ha già ceduto una parte del territorio ai palestinesi in cambio di una pace che non è mai arrivata.

Recentemente, a Elkana, in Cisgiordania, Netanyahu ha ribadito il concetto espresso il 6 aprile scorso. “Questa è la nostra terra, non manderemo via nessuno da qui”.

Anche in questa circostanza da Washington non è arrivata alcuna presa di distanza. Va ricordato che a marzo di quest’anno, per la prima volta, il Dipartimento di Stato USA, nel suo rapporto annuale sui diritti umani, ha omesso la dizione “territori occupati” relativamente alla Cisgiordania.

La salda alleanza tra Washington DC e Gerusalemme potrebbe dare corpo a un nuovo dirompente gesto.

Dopo la dichiarazione su Gerusalemme capitale di Israele e il conseguente spostamento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, dopo il riconoscimento della sovranità israeliana sopra le Alture del Golan, Donald Trump avallerà la sovranità israeliana sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania promessa dal primo ministro israeliano?

Se ciò accadesse, rappresenterebbe, dopo 52 anni, il ritorno a Israele di un territorio che il Mandato Britannico gli aveva assegnato, e da cui era stato estromesso a seguito della guerra del 1948 fino a quando, nel 1967, lo riconquistò a seguito della Guerra dei Sei Giorni.

Il diritto internazionale, dalla Seconda guerra mondiale a oggi, è unanime nel rigettare la legittimità di territori conquistati da una nazione che aggredisce, ma non da una che si difende. Così è stato per il Golan, perso dalla Siria, così è per la Cisgiordania persa dalla Giordania. Ma mentre il Golan non è mai stato un territorio sul quale Israele poteva rivendicare la propria sovranità, la Cisgiordania, lo è senza alcun dubbio nonostante le risoluzioni ONU per la quale Israele occuperebbe illegalmente il territorio.

L’intenzione di Netanyahu, per trasformarsi in realtà, nel caso in cui dovesse essere rieletto necessita dell’appoggio americano. Se esso arrivasse prima delle elezioni, (risultato in cui Netanyahu spera), sarebbe per Bibi un volano formidabile.

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