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Malattia e sofferenza in pasto ai social: i panni sporchi si lavano in piazza

Nuove dinamiche della comunicazione ospedaliera e delle malattie: i casi di Michela Murgia, Alessandro Baricco e Jovanotti

Malattia e sofferenza in pasto ai social: i panni sporchi si lavano in piazza
Michela Murgia
Nuove dinamiche della comunicazione ospedaliera

Malattia e sofferenza in pasto ai social: i panni sporchi si lavano in piazza. I casi Murgia, Baricco, Jovanotti

E’ un diluvio di immagini di wa e X, immagini prima e dopo la chemio-terapia, come se si parlasse di interventi di chirurgia plastica (già diffusamente pubblicizzati), il Teorema Antropologico e Politico della Murgia ha sdoganato la fine, il dolore nella non indifferente ostentazione della malattia.

Meglio se grave, con descrizioni particolareggiate su “periodi molto difficili” o mesi di sofferenze ma ormai è passato tutto. Mi chiedo ma perché famosi, pseudo-tali o sconosciuti devono aggredirci con cartelle cliniche tragiche, o quasi, con tragedie che invece di essere vissute nel buio delle proprie camere, debbono essere fatte oggetto di condivisione.

Baricco ci ha in questi giorni riproposto un problema serio di leucemia (descritta come in un manuale di Oncologia), che si è ripresentata, ma ora è tutto finito, il sole splende nell’immagine Instagram di di un bellissimo parco. La foto ospedaliera, post-operatoria è diventata il selfie più gettonato, a scapito di un pudore che ormai non ha più frontiere, se è in grado di raccontarci il dettaglio del numero dei punti di sutura, e dei chilogrammi persi durante la degenzaJovanotti, eroe giovanile e imprudente che si fracassa in bicicletta(e come se no? Ma a Santo Domingo, dunque è comunque chic)ci racconta le dolorose giornate della riabilitazione. Ma non solo loro, pare che si sia instaurato un nuovo piacere , che ci ricorda il film Crash, “sto male, malissimo ma mi passerà, forse”.

Amici in preda a infezioni assortite, a psoriasi gravi, che godono nel raccontarci i lancinanti spasmi cui sono costretti e vivere, un godimento nuovo: “ancora pochi giorni di antibiotico, dopo l’amputazione del piede e tornerò in forma”. Forse la società ha bisogno di rimuovere anche l’idea che la morte possa essere una forma diversa di spettacolo, perché vip e sfigati fanno a gare per raccontarci dell’attesa del responso medico, delle analisi che potrebbero dare un esito infausto.

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Il silenzio sulla malattia e sulla morte è poco considerato.

E’ evidente che pur di stare nel “circo della comunicazione” ,chiunque farebbe qualsiasi cosa, dopo aver provato l’abbandono del fidanzato sull’altare, la perdita del lavoro da Delveroo, lo sfratto col mutuo in corso, la verifica della Guardia di Finanza sul Reddito di Cittadinanza, non dovuto, è necessario alzare il tiro almeno per emozionare ancora, come i fidanzamenti che si rompono al GF o a Temptation Island: è talmente tutto finto che invece è completamente vero. Ci piace non solo veder soffrire(gli altri)ma con l’ipocrisia che ci invita a considerare che comunque “quello era uno stronzo”, oppure se l’è meritato il “brutto male”, oppure solo che statisticamente se capita a lui, come quando siamo su un aereo e non cade, noi siamo salvi, quello che parte dopo magari verrà abbattuto a Ustica.

Lo squallore indifferenziato dunque aggrega sia la parte sana, apparentemente intelligente, colta, e quella dell’immensa Suburra mediatica che è diventato il meta-paese, siamo oltre la società dello spettacolo, siamo alla Società dell’Horror, dove perfino la Barbie ci può dare lezioni di civismo e di serietà comportamentale.

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Certo il male è sempre esistito, ma per raccontarlo c’erano i romanzi, e dunque c’era la consapevolezza di chi voleva entrare in certi meccanismi, certamente non piacevoli, ma adesso tutto il male del mondo deve essere condiviso: dal taglio della testa al taglio della cisti, e non possiamo spegnere i device perché da qualche altra parte ci faranno sapere, quali sono le tecniche di meditazione per evitare la morfina o quali novità nel campo del design ortopedico.

Non c’entrano Barrico o Allevi, o altri che hanno condiviso col mondo la sventura della fine, ma tutto questo mettere in vista, tutta questa arroganza nel voler illuminare le nostre debolezze, non ci appare come qualcosa di eroico ma semplicemente un modo per continuare a metterci in mostra, per dimostrare che esistiamo. La convalescenza è l’ultimo stadio tossico della contemporaneità, prima che la società dell’Horror la metabolizzi, anche perché non seduce l’Algoritmo e non produce Like in eccesso.