Fumetti sì o fumetti no? Sono una debàcle per la cultura o incarnano il senso della contemporaneità? Sembra che queste domande impegnino gli intellettuali di tutta Europa dopo l’attacco del filosofo ‘scomodo’ e sostenitore del Front National, Alain Finkielkraut, che ha scagliato nuovamente la sua feroce critica contro la bande dessinée. Ma il dibattito è acceso anche in Italia dopo l’esclusione dalla cinquina finale del premio Strega 2014 (vinto da Francesco Piccolo) della graphic novel Una Storia (Coconino Press – Fandango) di Gipi, uno dei più importanti fumettisti italiani. Non solo. Sembra che il nostro Paese, più che la nation delle BD, indirizzi i suoi interessi in quel senso: il filosofo Giulio Giorello ha dedicato un libro alla filosofia di Topolino e il film Salvatores, appena presentato, diventerà fumetto.
IL FILOSOFO PRO – Il filosofo Fabio Botto spiega ad Affaritaliani.it perché il fumetto è “il genere della filosofia”. “Sono dei manuali di filosofia disegnati. Ogni disegno e ogni battuta rimandano a un significato più profondo e chi legge spesso riesce ad afferrare il senso della vita. Cosa che oggi giorno risulta così difficile…”. Lui è laureato in filosofia all’Università di Pisa con una tesi su Giordano Bruno. E’ un grande studioso di ebraismo e da sempre si occupa di mitologia e letteratura. “La prima divinità che ho incontrato nella mia vita? L’universo Marvel. I suoi eroi, dall’Uomo Ragno ai Fantastici 4 rappresentano l’unità che si oppone al molteplice. E questo li rende divini. Oggi le persone hanno bisogno di nuovi dei”.
Filosofo nei suoi studi e filosofo nel parlare. “Non è un caso che il padre della Marvel sia un ebreo. Stanlee, inventando i suoi personaggi, ha dato vita alla mitologia del ventesimo secolo”. Poi capisce. Non sono argomenti per tutti. Allora sorride e spiega: “Creare dei miti significa dare vita a dei simboli che hanno la funzione di unificare la realtà molteplice e lacerata. Ogni epoca ha la sua mitologia. La nostra ha il fumetto. Superman è tutto quello che noi siamo e che vorremmo essere. In lui rivediamo i nostri problemi quotidiani (Clark Kent viene strigliato al lavoro e aveva una fidanzata che l’ha abbandonato), ma anche quello che non siamo e vorremmo essere. In lui cogliamo le nostre aspirazioni, lui può salvare il mondo, come noi non sappiamo fare. Riponiamo dunque in lui i nostri desideri e le nostre preghiere”.
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Poi un tuffo nel passato. Da piccolo, racconta, credeva nel politeismo infantile dei suoi fumetti. Per molti anni senza confidarlo a nessuno. Chiuso nella sua stanza. Si vergognava un po’ perché la sua esperienza era diversa da quella degli altri. Crescendo poi e appassionandosi alla letteratura e alla filosofia ha capito invece che poteva essere materia di studio. Così cominciò a guardare gli amici-fumetti con un occhio critico. Lo stesso occhio che lo ha poi condotto alla stesura del saggio Da Yahwèh ai Fantastici Quattro. Quello che ha trovato nello studio della filosofia applicata agli eroi Marvel è una sorta di panteismo neoplatonico. Poi la sua laurea in Giordano Bruno gli ha permesso di formulare anche la teoria dell’universo infinito: i fumetti aprono infiniti mondi, infinite storie, infinite possibilità. Le stesse che vengono descritte nella Cabala.
E la riflessione torna ai giorni nostri. Le strisce? “In Italia si leggono poco perché è un Paese dove la cultura alla lettura non c’è più. La tv e i videogiochi hanno preso il sopravvento. Ma ora stanno tornando. Credo sia perché il fumetto procede per simboli e permette, attraverso le immagini, di fare grandi riflessioni sul nostro tempo”.
IL FILOSOFO CONTRO – (TRATTO DA http://www.fumettologica.it/) Già nel 2008, in un’intervista rilasciata al quotidiano Libération a ridosso del Festival de la Bande Dessinée di Angouleme, Finkielkraut aveva infatti affermato che “Quando qualcuno mi racconta una storia, desidero che me la suggerisca, che mi faccia venir voglia di interrompere la lettura e di alzare la testa […] La bellezza dei libri è che sono privi di immagini e che offrono quindi libero corso all’immaginazione. Ci sono così tanti libri da leggere, tele da ammirare, che non ho tempo da perdere con quelli che una volta si chiamavano periodici illustrati”. La risposta del giornalista Jean-Christophe Ogier, oggi come allora presidente della Association des Critiques et journalistes de Bande Dessinée, era stata abbastanza dura, evidenziando la cecità del filosofo nella complessità di un fenomeno che era ormai abbastanza distante dall’immagine infantile e oleografica che ne aveva.
Nominato da poco accademico di Francia, Finkielkraut non ha messo certo da parte la sua crociata contro il fumetto – che pare fare un po’ pendant con la sua riflessione sull’integrità e l’identità della lingua francese – ed ha voluto evidenziare come fosse sconveniente, da parte di intellettuali e accademici come Louis Schweitzer e Michel-Edouard Leclerc, parlare della loro passione per la bédé. Soprattutto la dichiarazione di Schweitzer, presidente della Halde, cioé la Haute Autorité de lutte contre les discriminations, ha attirato la sua attenzione, tanto da lasciarsi andare a riflessioni molto dure durante la trasmissione Repliqués, diffusa il 5 Maggio su France Culture:
“Mi sembra che le asimmetrie e le gerarchie in materia culturale siano sempre meno ammesse a causa dello spirito democratico dei nostri tempi […] Penso ad un servizio pubblicato su un quotidiano, in cui l’allora presidente della Renault, Louis Schweitzer, confessava la sua passione per il fumetto, dicendo di possedere oltre 3000 albi e di condividere il suo amore con Michel-Edouard Leclerc […] Quello che mi ha colpito è che lo stesso Schweitzer è diventato il primo presidente della Halde. Non sottovaluto la necessità di lottare contro le discriminazioni razziali…ma ho l’impressione che è lo stesso diritto di discriminare che è rifiutato in nome di una presunta eguaglianza. Ed è così che ci si può vantare di amare i fumetti. Perché non dico che non si possano amare i fumetti, ma vantarsene è un’altra cosa. Sotto banco, è come dire che non esistono le arti minori. E quando si afferma che non esistono arti minori, non solo le si riabilitano, ma soprattutto si svuotano le altre”.
Le affermazioni di Finkielkraut hanno subito destato reazioni. Infatti, il 21 Maggio scorso il redattore capo della storica rivista Fluide Gacial, Yan Lindingre, ha lanciato su Twitter l’operazione Une Bd pour Finkie: una raccolta di suggerimenti di lettura (fumettistica) di grande qualità, per aiutare Finkie a conoscere meglio il campo. Nonostante i vari consigli da parte di redattori, autori e semplici lettori, il filosofo e accademico francese è sembrato alquanto restio a ritrattare la sua posizione.
In realtà, come accennato, le argomentazioni di Finkielkraut fanno leva su una strenua difesa dell’identità (perlopiù francese) contro ogni forma democratica di riconoscimento e di parificazione dei diritti. In questo quadro, quanto detto sul fumetto acquista subito – in un paese come la Francia, dove da tempo il fumetto è parte integrante del circuito culturale e museale – un aspetto “sacrilego”, che fa intuire quanto poca consapevolezza e quanto pregiudizio vi sia nella parole di Finkielkraut. Il sito del quotidiano conservatore Le Figaro, per esempio, ha contrapposto alla visione anti-democratica del filosofo francese quella del teologo domenicano François Boespflug, attento studioso dell’iconografia del divino nell’arte, che ha risposto dicendo:
“Amo quando l’arte apre le frontiere. Amo quando il valore dell’arte si arricchisce, si libera da certi a priori. La storia dell’arte mi appassiona nella misura in cui è capace di evolversi, di abolire delle distinzioni tra l’arte stricto sensu e le sotto-arti definite come tali per ragioni contestabili”.
Senza dubbio, ragionevolmente tutti potrebbero essere d’accordo con quanto detto da Boespflug, perché tratteggia una visione dinamica e organica dell’arte, senza distinzioni preliminari tra un alto e un basso. Ma, nel contempo, non mi sembra però peregrina la richiesta di distinzione avanzata invece da Finkielkraut. Il filosofo certo mostra una certa cecità verso gli studi di genere, e sembra non capire cosa sia e come funzioni un fumetto. Tuttavia, si basa su un’idea che si può ritrovare sia in Benjamin – restio ad accettare cinema e fotografia come nuove arti – o in Adorno, restio ad accettare la fecondità e la centralità del jazz. Un’idea che vede nella gerarchizzazione una difesa della “verità” e delle forme entro cui questa verità si manifesta. Tesi difficili da sostenere, oggi, in un contesto storico che ha ormai sfondato i limiti del post-moderno.
Eppure, è ragionevole forse scindere l’atto del discriminare – positivo, in quanto facoltà con cui discerniamo il semplice dal complesso e comprendiamo il diverso – dalla gerarchizzazione. Vi è una differenza sostanziale tra letteratura, pittura e fumetto, e senza dubbio la “minorità” del fumetto non deve far gridare subito allo scandalo. Discussioni del genere hanno movimentato la Rete nell’ultimo periodo anche qui in Italia, intorno al caso dell’inclusione nella selezione per il premio Strega dell’ultimo lavoro di Gipi, unastoria.
Così Gipi al riguardo in un’intervista pubblica: “Le molte discussioni sulla candidatura di unastoria riguardavano soprattutto se fosse giusto o no che un fumetto rientrasse in un premio che fino a ora è stato appannaggio solo della narrativa. In quei momenti, mentre si moltiplicavano le discussioni e le polemiche, soprattutto nel web, io me ne stavo in silenzio […] Credo che se dovessi rispondere veramente alla domanda se sia giusto o no, ti risponderei di “no”…probabilmente avevano ragione quelli che non mi volevano in lizza, perché il mezzo espressivo del fumetto è un altro, ha una diversa logica”.
Chi scrive sosteneva questa tesi dai primi momenti, e non per spirito antagonista, ma per “discernimento” e “fedeltà” ad un mezzo espressivo che potrebbe anche in maniera fiera dichiararsi minore, in virtù dei suoi natali e della sua genetica, ma che nel contempo non ha bisogno di giustificazioni extra-fumettistiche per uscire dal suo stato di presunta minorità.


