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Il filosofo Diego Fusaro ha parlato di libertà di stampa al 18mo di Affari. Intervista

Il filosofo Diego Fusaro ha parlato di libertà di stampa al 18mo di Affari. Intervista
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Affaritaliani.it è da 18 anni un quotidiano online libero e indipendente. Di questo parlerà il filosofo Diego Fusaro, che anticipa il suo pensiero in un’intervista

È importante essere liberi e indipendenti oggi?

È decisivo. Soprattutto è decisivo diventarlo, e dunque partire dal presupposto per cui oggi, nella società totalmente saturata dal mercato, checché se ne dica, non vi è libertà. Per un verso, nel lessico comune non meno che nelle prestazioni del clero intellettuale, la libertà universale oggi tanto encomiata coincide sempre con la libertà di acquisto e di fruizione di merci da parte del singolo individuo astratto, destoricizzato e desocializzato. La libertà, dunque, è ideologicamente ricavata per astrazione dalle dinamiche del mercato e della circolazione multidirezionale delle merci. Per un altro verso, il sistema della produzione perpetra la violenza in forme economiche, rendendo impossibile ogni libertà che non sia quella dell’acquisto, del consumo e dell’espressione di opinioni comunque irrilevanti rispetto alle logiche di riproduzione sistemiche. Il capitalismo trionfante, per un verso esalta ideologicamente la libertà dell’individuo, e, per un altro verso, tende a produrre fughe individuali e collettive dalla libertà in direzione di adattamenti, conformismi e adesioni a mode temporanee, superficiali e seriali, che sembrano configurarsi come il capovolgimento della libertà in coazione al livellamento e all’omologazione. Nella nostra società completamente egualizzata dalla disuguaglianza capitalistica, la condizione dell’individuo diventa, per dirla con Lukács, la sintesi tragica di onnipotenza astratta e di impotenza concreta: per un verso, la società odierna sembra presentarsi come il coronamento del trionfo dell’individuo assoluto, emancipato contemporaneamente da Dio e dalla tradizionale vita comunitaria; per un altro verso, però, l’individuo è completamente dominato da forze economiche e tecnologiche che non può in alcun modo controllare e che assumono sempre più i tratti di quella imposizione sistemico-planetaria che Heidegger aveva designato nei termini di un anonimo Gestell, il “dispositivo” impersonale del tecno capitalismo. Di qui oggi, più che mai, l’importanza di ripensare forme di libertà e indipendenza autentiche, sottratte alla presa onniavvolgente del capitale.

 

 

Quale grande lezione di libertà dovremmo seguire?

Io propongo di seguire la lezione di Marx e di Gramsci. Il primo, ci insegna che non si può essere liberi se tutti non lo sono e, insieme, che la vera libertà dell’individuo può sussistere solo all’interno di una comunità libera, strutturata secondo rapporti orizzontali tra individui comunitari, ugualmente liberi. Il secondo ci ha insegnato, per così dire, il “coraggio della coerenza”, pagando sulla propria pelle le conseguenze del suo amore per la libertà. Per questa ragione, come anche avevo scritto nel mio libro Bentornato Marx! (2009), credo che Marx e Gramsci siano maestri impareggiabili di libertà: con buona pace della vulgata che continua a presentarli come teorici dell’uguaglianza contro la libertà. Uguaglianza e libertà non sono concetti che si escludono mutuamente: sono, anzi, poli di una relazione dialettica: la libertà vera si dà unicamente là dove vi siano individui ugualmente liberi. Come ho cercato di mostrare in un altro mio lavoro (Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo), ciò vale a maggior ragione nell’odierno regno del “monoteismo del mercato”, in cui l’economia – teologia della disuguaglianza sociale – legittima in forma quasi religiosa la configurazione dell’esistente e le sue contraddizioni sempre più macroscopiche, glorificando ciò che è ed esorcizzando ogni passione utopico-trasformativa.  

 

Qual è il prezzo da pagare per la libertà di informazione?

Lo si vede molto bene analizzando quel fenomeno particolarissimo che è il politically correct. Nel suo senso più ampio, il politically correct coincide con l’insieme più o meno coerentizzato concettualmente dei messaggi che assecondano e confermano lo spirito del tempo e ai quali gli intellettuali e i giornalisti devono aderire per poter continuare a vendere il loro “capitale culturale” ai dominanti. Il luogo di riproduzione privilegiato del profilo dell’intellettuale e del suo peculiare sonno dogmatico coincide oggi con lo spazio manipolato dei giornali, ma poi anche con il recinto chiuso delle università. Il clero regolare dei giornalisti e il clero secolare degli accademici sono i cultori privilegiati del “politicamente corretto”: chi lo viola, facendo valere quello che Gramsci chiamava lo “spirito di scissione”, paga sulla propria carne viva non più con il rogo (Bruno) o con la cicuta (Socrate), bensì con il silenzia mento programmato, con la diffamazione, con la demonizzazione. Il silenziamento di ogni prospettiva critica viene oggi ottenuto non più tramite il ricorso alla violenza nelle sue forme dirette e plateali, dal rogo di Bruno e di Vanini alle torture dei non ortodossi di ogni tempo, bensì tramite la rimozione coatta delle risorse necessarie per sopravvivere: vale a dire secondo un modo che – cifra della violenza come “categoria economica immanente” (Lukács) – rende in larga parte invisibile tanto l’azione dei carnefici quanto la sofferenza delle vittime.

 

È difficile in Italia? Come si può scardinare il sistema?

In Italia è certamente difficile, forse più che in altre realtà. Il primo gesto da compiere per “scardinare il sistema” è rigettare in blocco, con il “grande rifiuto” di cui diceva Marcuse, il mare infinito delle falsità organizzate che quotidianamente il mainstream dell’industria culturale e della manipolazione organizzata ci propina in ogni salsa. Si pensi anche solo alla penosa questione dell’odierna eurocrazia chiamata pudicamente Europa, un sistema concentrazionario di tipo economico-finanziario che il mainstream continua ideologicamente a propagandare come irreversibile, giusto e buono, demonizzando e diffamando chi, come il sottoscritto, prova a mostrarne le intime contraddizioni. Occorre – questo il punto – rigettare ciò che attualmente siamo per far brillare l’ideale di ciò che potremmo essere.