L’INTERVISTA – “L’intento del regista non era di rappresentare la ‘solita’ Sardegna. Le pecore, i pastori, le faide… Ma voleva raccontare la realtà sassarese che è simile a quella europea, canadese, newyorkese”. Mario Olivieri, co-protagonista di Perfidia, l’unico film italiano in concorso al Festival di Locarno, si confessa con il direttore di Affaritaliani.it, Angelo Maria Perrino.
La storia racconta il rapporto tra il 35enne Angelo (Stefano Deffenu) e il padre Peppino (Mario Olivieri). Il ragazzo è senza lavoro, amici e amore. Angelo vorrebbe una vita ‘normale’, ma trascorre le sue giornate in un bar di periferia, malgrado i tentativi dell’appena ritrovato padre di trovargli un lavoro. L’opera è prodotta da Movie Factory e il Monello Film, con il contributo della regione Sardegna.
Quindi questo film che parla queste vite depresse, tristi, senza prospettive non è un film ‘sardo’?
“No, è un film universale. Premetto: non tutti i padri e tutti i figli hanno questo tipo di rapporto. Succede quando i padri dimenticano la presenza dei figli, presi dalla carriera”
Il suo personaggio questo figlio, Angelo, non lo conosceva? A un certo punto gli chiede “quandi anni hai“?
“Non lo conosceva. Gli dava solo ordini, lo rimproverava. Non si rendeva conto della sua età”
E’ un film sulla anomia?
“Sì. Non c’è un riconoscimento della persona. Però la paternità c’è, perché il voler sistemare questo figlio, probabilmente per togliersi anche un pensiero, una preoccupazioner. Per se stesso. C’è questo tentativo di avvicinarsi che è tardivo ormai. Una cosa che capita spesso nelle famiglie”
Lei fino a pochi anni fa è stato preside…
“Sì fino al 2012. Quarantasei anni di servizio a scuola. Conosco i giovani…”
E questo Angelo nel film è una persona senza futuro. E’ lo specchio dei giovani di oggi o è solo una parte, una degenerazione della realtà?
“E’ una parte. Dipende dalla forza che ha la famiglia nel seguirli. Perché oggi è difficile farlo, specialmente nell’età adolescenziale dove c’è un conflitto tra padre e figlio. C’è il rifiuto dell’autorità paterna o materna. Nessuno insegna ai genitori a fare i genitori. Oggi un genitore va a scuola non per ascoltare il professore che gli parla del figlio. Ma senti dire… ‘Come si è permesso di dare un 2 a mio figlio, di dirgli che non studia’. Una volta ci prendevano a ceffoni i genitori se il professore li chiamava. E così accade nel film con il figlio che diventa un peso da portare avanti, ma a suo volta poi il padre si trasforma in un peso per lui”

