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Giornata mondiale della felicità, come voto gli italiani si danno quasi 7

Il 20 marzo di ogni anno si celebra la Giornata internazionale della felicità. L’Assemblea Generale dell’ONU, nell’istituirla il 28 giugno 2012, aveva definito la “ricerca della felicità” uno “scopo fondamentale dell'umanità”. Ma agli italiani come sta andando questa ricerca? E quali fattori influiscono maggiormente sulla stessa? Secondo l’Istat, nel 2017 alla domanda «attualmente, quanto si ritiene soddisfatto della sua vita nel complesso?» le persone (dai 14 anni in su) hanno dato in media un voto pari a 6,9 (su 10). L'anno prima il voto era 7, mentre nel 2015 si fermava a 6,8. La felicità arriva dalle relazioni personali e familiari, principalmente: in 9 su 10 si sono infatti detti contenti dei rapporti con i propri parenti. Non così positiva invece la valutazione della propria situazione economica (che soddisfa solo un italiano su 2): la quota si è infatti stabilizzata al 50,5% nel 2017, dopo la crescita del 2016.

"I dati emersi evidenziano la stima sulla percezione delle famiglie italiane circa l’andamento socio economico e relazionale del 2017 ", commenta su Affaritaliani.it la dottoressa Francesca Galloni, Psicologa di Top Doctors (www.topdoctors.it), la piattaforma online che seleziona e mette a disposizione degli utenti un panel formato dai migliori medici specialisti, centri e cliniche privati di livello internazionale. "Dati positivi considerando i livelli degli anni precedenti. Ma vanno fatte alcune considerazioni: sebbene la percezione della situazione economica delle famiglie e degli individui italiani venga stimata come stabile e positiva, ciò vuol dire che mediamente una famiglia ha la percezione che il suo andamento finanziario si sia stabilizzato in questi ultimi tre anni. Questo significa ulteriormente che le relazioni familiari, le condizioni di salute e il lavoro (dove le donne risultano più soddisfatte degli uomini) sono soddisfacenti".

Chiaramente va distinta la percezione e di seguito la soddisfazione della propria situazione economica delle fasce di età “molto giovani” (52.8%) e quindi ancora non inseriti nel mondo del lavoro, ma studenti facenti parte del nucleo familiare d’origine, e “gli anziani” (33.9%), ovvero donne e uomini pensionati. Oggi quella fascia di italiani compresa tra i 35/44 e i 65/74 anni è quella popolazione più colpita e che ovviamente percepisce sempre più la precarietà socio-economica italiana: loro sono i veri insoddisfatti di questo secondo decennio del 2000. Sono giovani adulti magari conviventi ma con la progettualità di mettere su famiglia, oppure sono famiglie con due lavori precari, oppure sono famiglie monogenitoriali, e anche famiglie i cui genitori sono sulla soglia della pensione, e si ritrovano un quadro pensionabile non come auspicato dopo una vita lavorativa.

Rimane il dato ultimo che possiamo commentare essere la giusta conclusione: “Il giudizio sull’adeguatezza delle risorse economiche familiari mostra segnali di maggiore incertezza: la quota di famiglie che le valuta adeguate scende dal 58.8% del 2016 al 57.3 del 2017.” L’incertezza, la profonda crisi, la precarietà che hanno influenzato la vita degli italiani negli ultimi 5 anni porta a vivere in modo non soddisfacente il presente, senza poter attingere a quelle risorse economiche familiari che un tempo era possibile coltivare ma che ora si stanno estinguendo".

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