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Cronache

Caro lettore, prova anche tu a vederti così. A diciotto anni, ammanettato, le caviglie legate alla sedia, il sudore che gocciola dalla fronte. Non puoi chiedere aiuto, non puoi chiamare i carabinieri a salvarti perché sono loro i carabinieri, i tuoi custodi. Senti i passi avvicinarsi sempre più veloci, ascolti il suono urlato del tuo nome. Sei di schiena, non riesci a vedere la porta ma capisci che è stata aperta. In un attimo di silenzio ti circondano. Gli occhi ti fanno male per quanto li tieni sbarrati. Non importa se sei stato tu, se sei colpevole o innocente, se ricordi dove hai passato quella notte maledetta in cui due ragazzi venivano ammazzati senza pietà. Non importa chi sei né come ti chiami, devi solo rispondere alle domande. Non sei nemmeno il prigioniero di qualche esercito, non hai un’ideologia o una bandiera a cui aggrapparti fiero. Sei solo un ragazzo e i volti che vedi sono lo Stato. «Non ho fatto nulla», non riesci a dire altro. Ti pieghi quando ti strizzano le palle. Senti l’alito feroce del capobranco, quello che ti ha graffiato la faccia con la canna della pistola mentre uno dei suoi uomini ti urlava: «Adesso ti ammazziamo». Ma tu non sai dire altro che la verità: «Non ho fatto nulla».

All’improvviso tutto finisce, rimani solo con lui, il capobranco con i baffi neri che risaltano sul ghigno. Non riesci a staccare gli occhi dalle sue mani guantate, dal cappello che ha posato sulla scrivania, da quei baffi, da quei denti. Siete soli, tu e lui. Il lupo e l’agnello. La sua cantilena cerca di convincerti che un modo c’è per uscire da lì, per liberarti da quell’orrore: «A me puoi dirlo cos’hai fatto...». Continui a ripetere: «Non ho fatto nulla», ma non basta. Adesso è quasi l’alba, sei prigioniero da ore, da solo in quella caserma. Hai un’unica via d’uscita, rispondere alle domande, poi tutto finirà. Le botte sono ricominciate ma tu non le senti più, e nemmeno gli insulti, non senti più nulla. Ti sei pisciato addosso. Svieni. «Dottore, dottore, presto.» «Sì, fate presto – pensi accasciato sul pavimento –, lasciatemi tornare a casa.» Ma non sarà così. Il prezzo della tua vita al mercato dell’infamità è stato già fissato. Una mano ti tampona la faccia rossa di sangue. È mattina. Svegliati. «Vi dico tutto quello che volete, basta che la smettete.» Sono io, è la mia voce. La voce di un ragazzo di diciotto anni. Mi chiamo Giuseppe Gulotta. Per trentasei anni sono stato un assassino. Oggi finalmente mi posso abituare a un’altra vita, quella che non ho mai avuto. Una vita da uomo libero, perché innocente lo sono sempre stato. Avevo diciotto anni quando sono stato accusato di un crimine orrendo: l’omicidio di due ragazzi, due carabinieri, di notte, nella caserma dove prestavano servizio, ad Alkamar. Un atto vile, ignobile. Per trentasei anni sono stato un assassino dopo che mi hanno costretto a firmare una confessione con le botte, puntandomi una pistola in faccia, torturandomi per una notte intera.

Mi sono autoaccusato: era l’unico modo per farli smettere. Da lì in avanti non ho avuto un attimo di pace. Oggi ho cinquantacinque anni. Ho passato in una cella i migliori anni della mia vita. Come potevo immaginare che a un semplice muratore come me, mai finito in storie di crimine, potessero cucire addosso l’abito del mostro? Perché io, innocente, dovevo pagare per colpe che non avevo commesso? La mia condanna serviva a restituire la pace a tanta gente: ai due carabinieri uccisi, ai loro colleghi che li dovevano vendicare e a quelli che pur sapendo o intuendo la verità dovevano trovare un falso colpevole. Il colpevole falso ero io, io dovevo pacificare i patti e i ricatti, i segreti e le menzogne. Tante persone hanno giocato con la mia vita. Tante altre però mi sono state vicine. Tra queste ne ho scelta una che mi aiutasse a scavare nella memoria, nel mio dolore e nelle mie gioie, e nella morte di quei due poveri ragazzi uccisi. È diventato il mio grillo parlante, la voce che mi accompagnerà in queste pagine. Ho passato ventidue anni in carcere e ne ho attesi trentasei per scrollarmi di dosso questo peso enorme. Ho vissuto di speranza. Mi sono nutrito dell’amore che mi è stato dato. Mi chiamo Giuseppe Gulotta e questa è la mia storia.

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