“La caduta di David Rossi non convince”: Montigiani analizza le ombre e le incongruenze della sua morte
Mentre il caso David Rossi continua a far rumore con la riapertura delle indagini, nuove testimonianze sembrano infrangere quel muro di silenzio che per oltre un decennio ha circondato la morte del capo della comunicazione della Banca Monte dei Paschi di Siena. Le recenti attività della Commissione d’Inchiesta hanno riacceso i riflettori su una vicenda che non riguarda più soltanto un presunto suicidio, ma mette a nudo la fragilità degli equilibri tra poteri finanziari, gestione del credito e trasparenza gestionale.
A fare chiarezza è Maurizio Montigiani — bancario da lunga data e membro dell’Associazione dipendenti-azionisti del Monte dei Paschi — che ad Affaritaliani analizza il caso: “Siamo ben oltre il semplice sospetto. La dinamica dei fatti e le tracce informatiche oggi a disposizione raccontano una realtà molto diversa da quella che ci è stata presentata finora”.
Ha avuto contatti diretti con David Rossi? Qual era il vostro rapporto?
“Sì, all’epoca ero un quadro direttivo della banca e mi occupavo di controlli nel settore tesoreria e prevenzione frodi. Nel 2011 la mia posizione divenne complessa: insieme a un collega svelammo anomalie legate a operazioni sui derivati (la cosiddetta ‘banda del 5%’). Emerse un quadro in cui non si trattava di semplici iniziative individuali, ma di dinamiche interne alla gestione della banca di allora. Nel 2013, la mia attività di denuncia e la mia candidatura politica mi misero in contrapposizione con il sistema. Rossi, come responsabile dell’area comunicazione, aveva il compito istituzionale di tutelare l’immagine dell’istituto e contenere le notizie negative. Non eravamo amici: lui rappresentava il filtro rispetto alle criticità che io sollevavo”.
C’è qualcosa che le ha fatto pensare fin dall’inizio che non fosse un suicidio?
“I dubbi sono nati gradualmente, soprattutto dopo la diffusione dei filmati nel 2015. La dinamica della caduta apparve subito anomala: le perizie tecniche suggeriscono movimenti incompatibili con un salto volontario. Anche lo stato dell’ufficio presentava delle incongruenze: David era una persona estremamente meticolosa, eppure alcuni dettagli, come la giacca posizionata in modo disordinato e il tappeto fuori posto, non corrispondevano alle sue abitudini.
In questi 13 anni abbiamo raccolto molti elementi. Oggi la Commissione d’inchiesta sta lavorando su dati tecnici, tracce informatiche e telefoniche rigenerate che offrono uno scenario molto più chiaro e documentato rispetto al passato. Siamo ben oltre il semplice sospetto; siamo in una fase in cui le evidenze tecniche e le testimonianze stanno fornendo risposte concrete alle Procure”.
Qualcuno aveva interesse a metterlo in difficoltà o David rappresentava un rischio per qualcuno?
“La narrazione di un Rossi ‘in difficoltà’ o fragile è fuorviante. Parliamo del responsabile delle relazioni esterne di uno dei principali gruppi bancari del Paese: era un uomo solido, che gestiva flussi di informazione strategici. Il punto non è se volesse svelare segreti, ma la sua posizione di custode di equilibri molto delicati.
In quel periodo, la banca stava affrontando una situazione finanziaria pesantissima, con perdite ingenti legate ai derivati e una mole critica di crediti deteriorati. Rossi era preoccupato che le ispezioni interne potessero far emergere la reale entità del dissesto finanziario che l’istituto stava attraversando. Era l’uomo che conosceva meglio di chiunque altro il confine tra la comunicazione ufficiale e la realtà dei conti”.

