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Cronache
DoppioLivello Limiti piatto

L’Italia è un paese sempre in cerca della verità, incapace di fare i conti col proprio passato. Il doppio livello non è la fotografia di una mente diabolica che avrebbe deciso i destini del nostro paese. Il doppio livello è un progetto di potere, chiaro e organizzatissimo, il cui esito finale è sempre stato quello di camuffare e coprire con “false bandiere” il reale corso degli avvenimenti. Non un contropotere, ma il potere tout court: cinico, invisibile, violento. In questo libro trovate i nomi e le biografie di chi è coinvolto nella destabilizzazione che ha segnato il nostro paese, da Portella della Ginestra fino ai delitti eccellenti di Falcone e Borsellino passando per piazza Fontana, l’Italicus, piazza della Loggia, la P2, Gladio...

Un lavoro di ricostruzione durato anni che, senza dietrologie, collega piste disseminate in decine e decine di procedimenti giudiziari. Un materiale enorme, fatto anche di testimonianze inedite e decisive come quella di un ex appartenente a Gladio che molto sa sulle dinamiche della strage di Capaci e sul perché la mafia c’entri solo in parte. L’autrice racconta la nascita della cosiddetta Rete atlantica e come sia stato possibile che uomini della Nato operativi nelle basi italiane e funzionari Cia abbiano stretto legami forti con appartenenti a gruppi neofascisti, da Ordine nuovo ad Avanguardia nazionale. Molti di questi diventeranno pedine dello stragismo. Il doppio livello cerca ambienti in cui infiltrarsi o da costruire ad hoc, come nel caso della P2. E uomini di fiducia, come Giulio Andreotti. Il libro dimostra che l’Italia è stata per anni eterodiretta, complice anche la fragilità istituzionale, e c’è già chi legge gli ultimi avvenimenti politici come una possibile ricaduta in un passato che a maggior ragione oggi non dobbiamo dimenticare.

ESTRATTO DAL LIBRO "DOPPIO LIVELLO" di STEFANIA LIMITI (CHIARELETTERE)

Alcune persone sanno chi sono i mandanti delle stragi e dei delitti politici che hanno segnato la storia del nostro paese. Non possono o non vogliono parlare, ma sanno tutto, questo è certo. C’è chi ha usato questa conoscenza come arma per ottenere potere e chi ha scelto di usarla per garantirsi l’immunità: sempre di ricatto si tratta. Nessuno di loro parlerà, ormai è chiaro. La coscienza collettiva, invece, si interroga da sempre, guardandosi indietro per cercare la verità, molto spesso senza trovarla. Mentre scriviamo, la Procura di Milano sta decidendo cosa fare di quattro nuovi filoni d’inchiesta sulla strage di piazza Fontana (12 dicembre 1969) – non importa qui l’esito di quella decisione ma il fatto che le indagini non si siano mai fermate – e la Procura di Firenze ha da poco ordinato l’arresto del pescatore che ha fornito una parte dell’esplosivo per la strage di Capaci (23 maggio 1992): in entrambi i casi, una ricerca lunga, infinita.

Un percorso interminabile dal quale è emerso che gli architetti delle stragi hanno goduto sempre di un’estesa impunità e sono rimasti senza volto. Tutto questo è stato possibile perché nelle stragi e nei delitti politici è esistito un doppio livello. Affinché questo si attivi, occorre l’incrocio di interessi, aspirazioni e progetti tra chi realizza il crimine e i concorrenti esterni (che soggetti di natura anche totalmente differente si siedano, cioè, intorno a un ideale tavolo di pianificazione per portare avanti un obiettivo parallelo) oppure che l’esecutore dell’azione stragista sia indotto a ritenersi l’artefice di un processo, si illuda di essere il dominus di un’operazione in realtà ideata da altri. Non basta perciò la più semplice distinzione tra mandanti ed esecutori, valida nella grande maggioranza dei fenomeni criminali.

Questo libro vuole entrare nel doppio livello della destabilizzazione, che è poi il filo invisibile che lega la storia della nostra repubblica, dalla sua nascita fino alle stragi mafiose, tentando di capire come sia stato possibile realizzare una così grande operazione di camuffamento e deviazione della verità. Nel ripercorrere le vicende politico-criminali che hanno tormentato il nostro paese, si può cogliere l’ombra di qualcuno che ha lavorato con meticolosità per scompaginare tutto il quadro e impedire la comprensione di fenomeni terroristici trasformati in trame intricate e incomprensibili, inafferrabili nelle aule giudiziarie. Non occorre andare troppo indietro negli anni. Basta pensare all’incredibile depistaggio messo in atto dopo l’omicidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta nel luglio 1992: è stato mandato in galera un delinquente estraneo alla strage ma, nel frattempo, quale verità doveva essere protetta?

L’Italia è stata così trasformata nel paese dei misteri, dei segreti condivisi solo da alcuni. Qualcuno sostiene che anche l’assenza di un’unica procura nazionale che si occupi dei fenomeni terroristici e mafiosi non sia casuale, ma frutto di quell’opera di scomposizione dell’intero quadro eversivo. Se proviamo a ricomporre pazientemente alcune storie, avremo una rappresentazione nuova di vicende anche note. Ad esempio Gladio: quando fu rivelata da Giulio Andreotti la sua esistenza, molti dissero che stavamo per penetrare nei segreti d’Italia. Una persona esperta e acuta, il giudice Giovanni Tamburino, fece osservare che in realtà il prodotto di quella novità era «un effetto abbagliamento. Come un lampo di magnesio in una notte senza stelle.

La rivelazione di Gladio ha obbligato a ragionare di questa struttura a partire dagli elementi che sono stati forniti. Il metodo va invece ribaltato: bisogna partire dagli elementi di cui si dispone per definire la struttura».# Perché in questo modo si scoprono aspetti nuovi di una realtà che si pensava di conoscere bene. Si pensi alle terribili stragi di mafia dei primi anni Novanta: sono state eseguite da Cosa nostra ma, quando sulla scena del crimine compare una donna, bisogna allargare il punto d’osservazione. Il mistero della presenza di una bionda nei commando che colpirono in via dei Georgofili a Firenze e in via Palestro a Milano# scompagina l’ipotesi che quelle fossero azioni di puro terrorismo mafioso: non c’è dubbio che il ruolo femminile non si concili con la classica azione mafiosa e che, anzi, confermi le ormai sempre più consistenti intuizioni sui «concorrenti esterni».

Proprio come racconta in questo libro un ex appartenente alla Gladio siciliana: «Non crederà mica che la strage di Capaci fu opera soltanto di quattro mafiosi?» mi disse durante un nostro incontro. In effetti, strani oggetti distrattamente lasciati sul luogo della strage, e molti altri indizi, autorizzano a ricostruire la dinamica dell’operazione, facendo entrare in scena altre presenze, impegnate a garantire la riuscita di un «grande botto». Quando si studia la destabilizzazione si scopre che niente è come sembra e che le operazioni che la realizzano sono sempre camuffate. Occorre scomporre ogni volta il quadro e poi ricomporlo, mettendo insieme pezzi apparentemente slegati. Questo lavoro prova a farlo tornando a raccontare alcune vicende note solo per cercare verità ancora sconosciute. Sul sito www.chiarelettere.it è disponibile un’appendice con materiale di approfondimento.

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