Omicidio di Garlasco, il perito informatico Daniele Occhetti: “Sempre più convinto della sua innocenza. Contro di lui? Interessi e zone d’ombra”
Ha studiato a fondo il computer di Alberto Stasi e quello di Chiara Poggi, entrando nei dettagli tecnici di uno dei casi di cronaca più discussi degli ultimi vent’anni e contribuendo a mettere in discussione, già anni fa, parte dell’impianto accusatorio contro Stasi. Oggi Daniele Occhetti, ingegnere informatico e perito forense, noto per aver firmato alcune delle analisi informatiche più controverse e discusse legate al delitto di Garlasco – tra cui la perizia del 2009, alla quale lavorò con Alberto Porta dopo la nomina del giudice Vitelli – è nuovamente a lavoro e torna a parlare ad Affaritaliani degli ultimi sviluppi investigativi, destinati ormai a riscrivere completamente l’omicidio di Chiara Poggi.
“Senza dubbio, mi sembra che le indagini stiano andando verso una direzione corretta. Si va verso un’ipotesi che escluderebbe Alberto Stasi dai fatti e collocherebbe altri soggetti sulla scena. Il nodo, però, è capire quanto siano solide queste ricostruzioni alla luce delle analisi. Sto analizzando le relazioni e, da ciò che ho potuto leggere, emergono alcuni aspetti che meritano particolare attenzione. Ho già sentito proclami definitivi, ma da una lettura approfondita e dettagliata il quadro appare molto più complesso di quanto venga raccontato”, dice Occhetti.
Ripercorrendo la vicenda giudiziaria, il perito torna sulle prime fasi del processo: “C’è stata una fase iniziale in cui era apparso chiaro come non ci fossero elementi sufficienti per arrivare a una condanna definitiva di Alberto Stasi. Come sosteneva Vitelli, esisteva più di un ragionevole dubbio. Successivamente, però, la riapertura delle indagini ha preso una direzione diversa: gli indizi hanno iniziato a essere valutati non più singolarmente, ma nel loro insieme. E le perizie, pur rafforzando il nuovo impianto accusatorio, non sono riuscite a sciogliere del tutto i dubbi, portando così a decisioni che continuano a lasciare perplessi.”
Occhetti parla anche di “zone d’ombra” emerse nel corso degli anni: “La parte più devastante della vicenda è che si sono verificati due episodi fondamentali, che fanno pensare come ci sia stato qualcosa di diverso rispetto a un giudizio sereno sull’imputato. Il primo riguarda la requisitoria di Cendrangolo: la procura aveva sostenuto la necessità di fare un passo indietro, ma quella posizione non è stata ascoltata. Dall’altro lato, basta leggere oggi la sentenza per rendersi conto che qualcosa non torna.
In un processo come questo dovremmo cercare la verità, mentre emergono agglomerati di interessi e modalità di scambio di informazioni che lasciano davvero perplessi. Nel tempo sono emersi diversi episodi che inquietano: un sottobosco di accordi, zone d’ombra, dinamiche poco chiare. In un procedimento del genere dovrebbe emergere solo la verità, invece si ha la sensazione di intrecci e interessi che fanno riflettere”, sostiene il perito.
La bicicletta
Controverso, poi, è il tema della bicicletta vista nei pressi di Via Pascoli: “La parte che mi lascia più perplesso di tutte riguarda la bicicletta: che fine ha fatto? Per anni abbiamo ascoltato testimonianze, alcune attendibili, altre meno, ma il punto fermo è sempre rimasto quello. Ora, se viene spostata la collocazione oraria dell’omicidio, la presenza della bicicletta finisce per collocare Stasi fuori dalla scena. Ma allora chi si trovava lì alle 9.30 con quella bicicletta? Si può ipotizzare che possa essere stato Sempio, ma resta da capire come si sia poi allontanato”.
Occhetti resta fermamente convinto, oggi più di allora, dell’innocenza di Stasi: “Sono certo non c’entri. Le risultanze già acquisite nei suoi confronti restano confermate. Peccato che il percorso per restituirgli piena dignità rischia di durare più del processo stesso. E la cosa più grave sarebbe arrivare alla conclusione del procedimento senza un esito davvero definitivo”.

