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Cronache
Il bambino di Kobane

Il bambino di Kobane è stesso bocconi sulla battigia, ha una maglietta rossa, pantaloncini corti, un paio di scarponcini. Ha l’aspetto, la testa ancora un po’ più grande rispetto al corpo e i vestiti, gli scarponcini di quelli che si allacciano con il velcro, che ha il mio bambino. Anche lui di tre anni che quest’anno è andato per la prima volta al mare, in vacanza, su spiagge che sembrano assomigliare a quella.

E’ una fotografia che commuove, destinata a restare come testimonianza del dolore come, testimone della follia ideologica, è quella del giovane mascherato che a Milano spara a braccia tese contro la polizia e, testimone del coraggio, quella dell’uomo con un sacchetto in piazza Tien An Men dinanzi ad un carro armato.

Ma anche nel dolore del mondo c’è sempre qualche nota stonata, qualche rappresentazione che non viene dalla compassione ma dall’ideologia.

Qualche testata della sinistra chic, quella dei salotti e delle terrazze e anche qualche altra hanno intitolato e presentato la morte del piccolo Aylan, annegato insieme al suo fratellino, alla madre e ad altri bambini ed adulti suoi compagni di sventura, come vittima innanzitutto dell’occidente, della sua insensibilità verso i profughi e quindi anche vittima di noi che leggiamo.

E’ un falso, e anche un po’ vergognoso.

Aylan e la sua famiglia sono vittime dell’ISIS, fanatici islamici, venuti dall’Islam e non da Marte, le cui orde assediano da più di un anno Kobane e l’enclave curda del nord della Siria da cui molti, come, quella famiglia, hanno dovuto fuggire lasciando le loro case. Perché in caso di conquista anche di quella fetta di territorio al confine turco l’ISIS ha il proposito di completare il suo programma “purificatore”. Un programma fatto di uccisione di civili, decapitazioni, stupro e schiavitù delle donne, distruzione di monumenti e di ogni segno di civiltà e che ha già messo in opera e mostrato via internet a tutto il mondo ogni volta che le è stato possibile.

Quella dell’arrivo dei profughi e dei migranti è un fenomeno, non una momentanea emergenza, cui trovare una soluzione giusta e in grado di durare nel tempo pone infinite domande per la sua complessità e le innumerevoli implicazioni umane, politiche, culturali. Ma qualsiasi posizione si possa avere e anche considerando come la peggiore quella di chi chiede di colpire e ributtare a mare le barche, e considerando come la migliore la lezione di generosità della Germania, il colpevole della morte di Aylan ha un nome, quello dell’ISIS. La responsabilità di quei morti nel mare dinanzi a Kos, isoletta di un paese come la Grecia che anch’esso brancola nel buio, è e resta innanzitutto di chi ha dichiarato una guerra di sterminio contro la civiltà, paragonabile solo ad una avanzata di zombi. Ed anche è responsabilità della lunga indifferenza complice del primo ministro islamico turco Erdogan.

E senza dimenticare, molti invece lo fanno, che l’Italia, lasciata quasi sola dinanzi all’emergenza, ha salvato, con i suoi mezzi e la sua generosità, decine, forse centinaia di migliaia di persone alla deriva.

Se un torto si può imputare all’occidente è quello di non aver aiutato abbastanza i curdi che amministrano e autogestiscono la loro piccola regione, che difendono strenuamente le loro case, gli unici che hanno combattuto e vinto sul terreno l’armata nera e senza la cui tenacia l’ISIS sarebbe arrivato ancora più lontano nella sua avanzata, provocando la fuga di altri profughi.

E in più, in questo dramma, gli abitanti di quella regione, purtroppo è cosa poco nota, hanno adottato una Costituzione, la Carta del Rojava, che prevede una democrazia integrale, libere elezioni, libertà di espressione, uguaglianza completa tra uomo e donna, uguaglianza tra tutti, curdi, cristiani, yazidi, caldei, armeni senza distinzioni di etnia o di fede, non interferenza della religione nella vita pubblica, indipendenza della giustizia, protezione dell’ambiente. Nulla da invidiare alla nostra Costituzione. Un esperimento che in Medio-oriente è una vera rivoluzione, anche più delle primavere arabe, e che fa di chi resiste in quella regione il nostro naturale interlocutore meritevole di ogni aiuto.

Ma tornando alla fotografia di quel bambino, chi non scrive chiaramente chi è il colpevole nei titoli dei propri giornali e preferisce dirottare altrove le colpe offre una verità distorta, forse per ottenerne una rendita ideologica. Una scelta non migliore, per la sua consapevole ipocrisia, del disinteresse di altri. E non aiuta o aiuta molto male i bambini di Kobane che sognano, come il loro compagno sulla spiaggia, di vivere come i bambini di tutto il mondo.

Guido Salvini

magistrato

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