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Cronache
davigo

di Lorenzo Lamperti

twitter@LorenzoLamperti

"Ci saranno molte situazioni problematiche con possibili dichiarazioni di incostituzionalità". Piercamillo Davigo, giudice della Corte Suprema di Cassazione e già magistrato del pool Mani Pulite, critica duramente la legge Severino in una lunga intervista ad Affaritaliani.it: "Invece che semplificare accorpando le fattispecie di reato ha creato più confusione. Roba da non credere". Ma sulle proteste di Berlusconi e il centrodestra risponde che la legge non è retroattiva perché non attiene all'area penale, ma "semplicemente stabilisce dei requisiti per l'eleggibilità". Sull'incandidabilità: "Sono contrario, dovrebbe bastare il costume. In altri paesi non serve nemmeno una sentenza di condanna per farsi da parte". Sulla proposta di amnistia avanzata dal Colle ricorda che "il problema delle carceri esiste da sempre. In 50 anni ci sono stati 35 provvedimenti di amnistia e indulto" che non hanno risolto nulla. E attacca: "Il solo annuncio di queste misure fa crollare le richieste di rito alternativo e ciò può paralizzare il sistema giudiziario".

PIERCAMILLO DAVIGO ha iniziato la sua carriera come giudice presso il Tribunale di Vigevano. Nel 1981 è divenuto Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano, dove si è occupato prevalentemente di reati finanziari, societari e contro la Pubblica Amministrazione. Nei primi anni Novanta ha fatto parte del pool Mani Pulite, insieme ai colleghi Antonio Di Pietro, Francesco Saverio Borrelli, Gerardo D'Ambrosio, Ilda Boccassini, Gherardo Colombo, Francesco Greco, Tiziana Parenti e Armando Spataro. È stato eletto nel parlamentino dell'Associazione Nazionale Magistrati (ANM), nella corrente di "Magistratura Indipendente". Successivamente è divenuto Consigliere della Corte d'Appello di Milano. Dal 28 giugno 2005 è giudice della Corte Suprema di Cassazione.

Piercamillo Davigo, la scorsa settimana la Cassazione è intervenuta sulla legge Severino in merito allo spacchettamento del reato di concussione. Il procuratore generale Vito D’Ambrosio ha detto che si tratta di una legge che “crea più problemi che altro”. È d’accordo?

Non c’è dubbio. Si tratta di una legge non in linea con i problemi che già esistono nel fronteggiare la corruzione. Avevamo un numero variegato di fattispecie: concussione, corruzione, corruzione propria e impropria, antecedente e susseguente… L’esigenza era proprio quella di semplificare accorpando le fattispecie. Tra l’altro l’Ocse ci aveva chiesto di eliminare la situazione che si era venuta a creare con la concussione per induzione per cui alla fine non si riusciva mai a capire se chi pagava era un corruttore o un concusso. Questi problemi non sono stati risolti perché le fattispecie sono addirittura aumentate. La conseguenza è che ci saranno molte situazioni problematiche che potrebbero anche portare a dichiarazioni di incostituzionalità.

Quali potrebbero essere queste situazioni problematiche?

Mi spiego con un esempio. La concussione per costrizione, che è rimasta, è stata limitata al pubblico ufficiale. Non la può più compiere l’incaricato di pubblico servizio, mentre prima era riferita agli uni e agli altri. Il problema è che già la Cassazione si è pronunciata dicendo che se l’incaricato di pubblico servizio pone in essere quella condotta commette il delitto di estorsione aggravata dalla violazione dei doveri inerenti a un pubblico servizio. Qual è la conseguenza di questo? L’incaricato di pubblico servizio viene punito più severamente del pubblico ufficiale, il che probabilmente può presentare un profilo di incostituzionalità. Non ha senso che chi riveste una posizione meno importante abbia una pena maggiore. C’è anche un’altra questione legata alla legge Severino che crea una situazione singolare. La convenzione penale del Consiglio d’Europa sulla corruzione impone all’Italia di punire il traffico d’influenza. Si sosteneva che l’Italia non avesse una norma che punisse il traffico d’influenza, anche se in realtà era già applicabile il reato di millantato credito, dal momento che la giurisprudenza maggioritaria riteneva che il reato fosse integrato anche da chi il credito verso un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio lo avese relamente.. È stato invece introdotto questo reato di traffico d’influenza che viene punito con un massimo di tre anni di reclusione. Il millantato credito rimane ma non copre più il reato di chi il credito ce l’ha davvero. Si è dunque creata una situazione singolare: se uno millanta credito senza avercelo viene punito con la reclusione fino a cinque anni, se invece ce l’ha davvero solamente fino a tre. Che senso ha una cosa del genere? Forse di eliminare la concorrenza sleale di chi non ha il credito… roba da non credere.

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Qualcuno ha detto che la decisione della scorsa settimana della Cassazione sulla legge Severino potrebbe favorire Berlusconi sul processo Ruby. È d’accordo?

Prima di aver letto le motivazioni della sentenza non posso commentare nulla. Nessuno può farlo. A occhio, da quello che ho letto dall’informativa, mi sembra che sia una decisione del tutto normale ma non è che qualsiasi decisione vada letta solo in riferimento agli eventuali favori o sfavori a Berlusconi, altrimenti è finita…

Il Pdl, o Forza Italia che dir si voglia, contesta invece la legge Severino per quanto riguarda la retroattività. Sono critiche che hanno un fondamento?

Il tema della retroattività attiene all’area penale. La legge Severino semplicemente stabilisce dei requisiti per essere eletti in Parlamento. Attualmente per essere eletti in Senato ci vogliono 40 anni di età, se domani una legge stabilisse che invece ce ne vogliono 45 si potrebbe mai dire che non può essere retroattiva e allora chi aveva già compiuto i 40 anni e non i 45 può candidarsi? 

Sembra che Berlusconi non voglia rassegnarsi a subire le conseguenze di una sentenza definitiva di condanna. Forse in un altro Paese le cose andrebbero diversamente?

In altri paesi non c’è nemmeno bisogno di una sentenza di condanna. Tra l’altro io sono contrario alle leggi che stabiliscono l’incandidabilità per chi ha precedenti penali. Dovrebbe bastare il costume e non essercene nemmeno bisogno.

In passato lei ha parlato della giustizia come di una “gigantesca macchina che gira a vuoto”. Come si può riparare questa macchina?

Bisogna ridurre il numero dei processiIn Italia se ne fanno una quantità che non ha eguali in molti altri paesi. Tra civile e penale ci sono nove milioni di procedimenti pendenti. Significa che ci sono almeno 18 milioni di parti in tribunale (anche nel processo penale c’è almeno una vittima). Nessun sistema processuale può reggere un peso di questo genere. Non può essere che un terzo della popolazione italiana sia interessata da una causa. Invece che continuare a introdurre reati senza alcun senso servirebbe una forte depenalizzazione. Il sistema purtroppo tutela molto di più chi viola la legge rispetto a chi è vittima di una violazione. Facciamo un esempio di diritto civile: perché mai in Italia un debitore dovrebbe pagare il suo creditore? Ammesso che il creditore riesca a provare in giudizio il suo buon diritto prenderà quello che gli veniva maggiorato del tasso di interesse legale, che normalmente è più basso di quello di mercato, e solo se sono transazioni commerciali un ulteriore percentuale stabilita dal diritto comunitario. Evidentemente non c’è convenienza ad adempiere alle proprie obbligazioni, quindi aumentano le persone che violano la legge.

Un problema molto attuale è quello del sovraffollamento delle carceri. Nelle scorse settimane il presidente Napolitano ha anche parlato di amnistia e indulto. Secondo lei come si risolve il problema?

Il numero dei detenuti dipende dalle leggi penali in vigore e dalla efficacia dei procedimenti. È ovvio che se si aumentano le pene, come è stato fatto in alcune leggi in materia di sicurezza per i recidivi, aumenta il numero dei detenuti. Quando si approvano queste leggi bisognerebbe prevedere anche un aumento dei posti carcere. Peraltro il sovraffollamento delle carceri non è certo una novità, va avanti da decenni ma è un problema che non è mai stato affrontato fino a quando la Corte Europea dei diritti dell’uomo ci ha intimato di risolverlo. Bisognerebbe ridurre le recidive, insegnando un mestiere a tutti i detenuti e così prepararli al reinserimento sociale. Purtroppo invece di risolvere il problema come si dovrebbe si lanciano ipotesi di amnistia.

L’amnistia è una proposta sbagliata?

Più di 20 anni fa, quando ci fu l’introduzione del nuovo codice di procedura penale, chi, come me, sosteneva che già allora il problema maggiore fosse la durata dei processi e che il nuovo codice avrebbe triplicato tale durata. . I fautori del codice sostenevano che i riti alternativi (patteggiamento e giudizio abbreviato) avrebbero ridotto i tempi. A ciò si obiettava che in un Paese dove in 50 anni vi erano stati 35 provvedimenti di amnistia e indulto Era improbabile che vi fosse un ampio ricorso a riti alternativi. Perché uno dovrebbe patteggiare? Aspettando e tirando le cose per le lunghe si può sperare che arrivi l’amnistia. La contro risposta fu il cambio della norma costituzionale, prevedendo una maggioranza di due terzi per l’approvazione di leggi di amnistia e indulto. Ciò nonostante vi fu un’amnistia nel 1990 e un indulto nel 2006. Il solo annuncio di queste misure fa crollare le richieste di rito alternativo e ciò può paralizzare il sistema giudiziario.

Si parla spesso di guerra tra politica e magistratura. Dopo la stagione dei lodi e delle leggi ad personam la situazione ora qual è?

Gli attacchi alla magistratura sono perennemente in corso perché in Italia manca la condivisione di due principi fondamentali dello Stato di diritto: la sottoposizione di tutti alla legge, compresi quelli che le leggi le fanno, e la divisione dei poteri. Altrove, nel mondo occidentale, sono principi che non sono messi in discussione. In Italia purtroppo sì.

Come si esce da questo clima di conflitto perenne?

Ricordandosi della storia del giudice a Berlino, che solitamente viene citata a sproposito. Vicino al castello di Saint Souci, fatto costruire da Federico il Grande di Prussia, c’è un mulino. Al re non piaceva e lo voleva comprare per poi abbatterlo, solo che il mugnaio non lo voleva vendere. Dopo vari tentativi il re si spazientì: “O me lo dai con le buone o lo prendo con le cattive”. Al che il mugnaio gli rispose: “Fate pure maestà, ci sarà un giudice a Berlino…” Il mugnaio perse la causa in primo grado ma la vinse in appello, quindi il mulino è ancora lì con una lapide che ricorda la vicenda. Perché il mugnaio possa avere fiducia nel giudice di Berlino e nel principio che la legge è uguale per tutti occorrono due condizioni: la prima è che anche il re sia soggetto alla legge, la seconda è che il giudice non sia un dipendente di un re. E' opportuno ricordare le parole di Lord Bingham, già Master of the Rolls, Lord Chief Justice e Senior Law Lord in relazione ad una polemica esplosa nel Regno Unito fra il Governo e un giudice: "Alcuni rappresentanti della stampa, dotati del dono della sobrietà, hanno parlato di guerra aperta tra governo e potere giudiziario. Questa, secondo me, non è un'analisi precisa. Ma è vero che esiste un'inevitabile e, a mio parere, assolutamente giusta tensione tra i due. Esistono al mondo paesi in cui tutte le decisioni dei tribunali incontrano il favore del governo, ma non sono posti dove si desidererebbe vivere…".

Negli ormai più di vent’anni trascorsi da Mani Pulite la corruzione in Italia è aumentata o diminuita?

Le rispondo con una barzelletta ambientata durante il periodo fascista quando fu inventata la guerra alle mosche e alle zanzare, durante la quale veniva distribuito l’occorrente per disinfestare case e luoghi pubblici. Un prefetto va in visita a un piccolo comune, viene ricevuto dal podestà e appena scende dall’auto viene assalito da un nugolo di mosche. E allora chiede al podestà con tono di rimprovero: “Ma in questo comune non l’avete fatta la guerra alle mosche?” E quello gli risponde: “Sì eccellenza, ma hanno vinto le mosche”. Ecco, la sintesi della lotta alla corruzione è tutta qui.

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