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Cronache
Mafia, Condorelli "Re di torroncini" rifiuta di pagare il pizzo e denuncia

Nel mirino del clan di Belpasso, decimato dagli arresti dell’operazione ‘Sotto Scacco’, c’è stato pure il cavaliere Condorelli, il rinomato produttore dei torroncini di Sicilia. Nel 2019 gli affiliati del gruppo malavitoso legato al clan Santapaola-Ercolano recapitano un pacco con un biglietto con la scritta ‘cercati un amico’ e una bottiglia incendiaria. Condorelli denuncia il tentativo di estorsione ai carabinieri, che stanno già indagando e che intercettano una telefonata tra due affiliati Barbaro Stimoli e Daniele Licciardello. Nella conversazione agli atti dell’inchiesta i due parlano dei rischi che si possono correre al tentativo di estorcere denaro ad un personaggio di rilievo nazionale come il produttore dei torroncini e così la mafia dell’hinterland pedemontano dell’Etna cambia strategia criminale: abbandona l’idea di compiere l’estorsione a Condorelli.

Nell’inchiesta, però, emerge uno scenario molto diverso da quello che ha coinvolto il cavaliere Condorelli. Dalle indagini emergono i contributi al sodalizio mafioso da parte di imprenditori di Paternò con condotte volte a favorire consapevolmente le illecite attività del clan. Emblematica in tal senso la posizione di Salvatore Tortomasi, ritenuto responsabile di concorso in associazione mafiosa poiché, quale titolare di una ditta che si occupava di commercializzazione di prodotti agricoli ed ortofrutticoli, aveva pattuito col gruppo di Paternò, ed in particolare con la famiglia Amantea, il versamento di somme di denaro anche quale percentuale degli utili dell'attività di imprese.

Inoltre, consentendo agli stessi di concludere affari occultamente in società con se stesso, riusciva nei territori sotto il controllo del clan mafioso ad imporsi in posizione dominante nelle attività economiche esercitate, ottenendo protezione anche nei confronti dei creditori e di altri clan mafiosi, così favorendo la realizzazione di profitti e vantaggi ingiusti per il clan, al quale forniva un contributo stabile e protratto nel tempo alla realizzazione delle finalità della medesima organizzazione mafiosa. Altre figure imprenditoriali di Paternò in rapporti con il clan erano quelle di Angelo Nicotra, proprietario di importanti gioiellerie, che ‘vantava’ amicizie con Pietro Puglisi reggente del clan Assinnata, e di Enrico Maria Corsaro, ai quali venivano contestate condotte volte a consentire rispettivamente a Puglisi Pietro e ad Amantea Vito Salvatore di nascondere la provenienza illecita di beni e somme di denaro.

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