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Cronache
Nave Moby Prince affondata: i familiari delle vittime fanno causa allo stato
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Moby Prince, i familiari delle vittime fanno causa allo Stato. Non chiariti tutti gli aspetti, come i fattori esterni di pressione sull'Italia

La richiesta dei familiari arriva dopo che la Commissione d'inchiesta conclusa a fine 2017 ha fatto emergere nuovi elementi e messo nero su bianco le pesanti omissioni dell'Autorità marittima. Ma non tutta la dinamica è stata chiarita così come non scandagliati i fattori esterni. L'avvocato Carlo Palermo: 'metodi di pressione nei confronti dell'Italia e possibile connessione con eventi stragisti'.

Ci sarà un nuovo processo sul disastro del traghetto Moby Prince, la sera del 10 aprile 1991 nel porto di Livorno, che costò la vita a 140 persone. Non per accertare le cause dell'incidente ma a seguito della causa che i familiari delle vittime hanno avviato contro lo Stato. La richiesta ha preso corpo dopo le conclusioni della Commissione parlamentare d'inchiesta – avviata a novembre 2015 e conclusa a dicembre 2017 – dalle quali emerge una "mancata azione di controllo sul porto di Livorno e l'omissione dei soccorsi al Moby Prince da parte degli organi competenti", è il commento di Angelo Chessa, presidente dell'Associazione 10 aprile e figlio del comandante del Moby morto nell'incidente.

La commissione ha accertato nuove verità rispetto ai due processi precedenti, prima tra tutte l'assenza della famosa nebbia da sempre indicata come la causa del disastro, e poi la colpevole assoluta mancanza di soccorsi da parte della Capitaneria. Restano tuttavia dei punti non del tutto chiariti, come ad esempio cosa sia successo prima della collisione. Così come rimane il sospetto di operazioni militari segrete quella sera nel porto di Livorno ad opera degli americani. Su questo non ha dubbi l'avvocato Carlo Palermo, legale dei fratelli Chessa.

Carlo Palermo non è un'avvocato qualsiasi, è un ex magistrato antimafia noto per aver negli anni 80 indagato su un traffico internazionale di armi ed essere scampato per miracolo ad un'attentato di mafia. Suo il merito della riapertura delle indagini nel 2006, proprio sul filone dei traffici d'armi, poi finita in un'archiviazione. Oggi non ha molta voglia di ripercorrere quei fatti ma insiste su un punto, quell'incidente non è un episodio a se stante ma va letto all'interno di un contesto più ampio.

Siamo infatti nello scenario della fine della guerra del Golfo, il 10 aprile era proprio l'ultimo giorno del cosiddetto stato d'emergenza per la guerra in Iraq, cioè una particolare situazione giuridica internazionale in cui era possibile fare alcune operazioni ed è il motivo per il quale molto probabile che queste operazioni le stessero effettuando con una gran fretta. Ciò spiegherebbe il radar spento e la mancata comunicazione alle autorità italiane che, altrimenti, avrebbero bloccato ogni movimento di navi e l'incidente non ci sarebbe stato. Poi ci sono i rapporti con la Libia e le forniture di petrolio da questo paese.

L'incidente s‘inquadrerebbe, secondo l'avvocato, nel quadro di una rappresaglia contro l'Italia per la sua politica in campo energetico. "Tutto il 1991 – dice – ha avuto un significato diverso, vi erano dei metodi di pressione nei confronti dell'Italia, le contrapposizioni su quello che faceva l'Italia nel settore petrolifero aveva un'importanza enorme e venne preso in considerazione anche il rapporto con la Libia, il fatto che fu speronata una nave dell'Agip era un messaggio ben preciso diretto verso l'Italia e rappresenta un elemento nuovo rispetto al passato".

Questi aspetti non sono stati approfonditi nei due processi ma neanche dalla commissione d'inchiesta, che sul punto si limita a confermare la presenza nel porto di 6 navi militarizzate (navi non militari sotto il comando dell'esercito USA) coinvolte nella guerra del Golfo. In particolare "si fa riferimento – si legge a p. 142 della relazione finale – alla presenza di imbarcazioni militarizzate in attività e alla loro eventuale connessione con il natante che potrebbe aver causato la deviazione della rotta del Moby Prince", tutti aspetti che, però, "rendono necessari adeguati approfondimenti", rimandando dunque ad una fase successiva. A sostegno della sua tesi Carlo Palermo cita ad esempio anche un documento, che non si trova nelle carte delle due inchieste giudiziarie nè in quelle della commissione e che egli riporta anche nel suo ultimo libro (La Bestia).

Un documento riservato proveniente probabilmente dagli apparati USA in Italia, dove si parla di un' operazione "S/B 4/91 Magister [...]. Esclusione aree portuali e aeroportuali [...] confermata presenza «BRUCO» [...] Le operazioni verranno estese in area Viale Marchese Villa Bianca Inviasi c/o v/o Centro «S» chimico [...] artificiere nostro Centro G.O.S.[...] Confermare e distruggere". Sembrerebbe un preavviso di esercitazione che si sarebbe svolto a Palermo, del tipo di quelle operate da Stay behind prima del sequestro Moro. Il luogo è tra l'altro a metà strada tra la casa di Giovanni Falcone e quella frequentata da Paolo Borsellino (Via D'amelio).

Apparentemente non ha nessuna correlazione con l'incidente di Livorno, se non fosse per la data, l'11 aprile 1991, il giorno dopo la collisione. "Questa non è una cosa da poco – dice l'ex magistrato – se legge il contesto e si rende conto che vi sono altri eventi che accadono in quel momento, l'episodio assume una rilevanza differente". Insomma quel documento a poche ore dal disastro non sarebbe una coincidenza temporale ma un elemento del contesto internazionale in cui secondo Palermo tutto si muove e lo si potrebbe anche interpretare come la "minaccia all'Italia di un atto stragista di tipo mafioso", ciò che poi di fatto avvenne l'anno dopo con l'assassinio dei due magistrati palermitani.

 

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