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Omicidio Aurora Livoli, il killer alla fine confessa. Ma Bruzzone: “Occhio alle ammissioni tardive... I segnali da non sottovalutare”
Affaritaliani ha intervistato la criminologa Roberta Bruzzone per capire cosa scatta nella mente dell'individuo, quando la confessione non è immediata

La criminologa Bruzzone: "Le confessioni tardive sono fenomeni tutt’altro che rari"
"La confessione è uno strumento probatorio delicato, che va sempre contestualizzato e verificato". È da qui che parte l’analisi della criminologa Roberta Bruzzone, intervenuta su Affaritaliani sul tema delle confessioni non immediate nei reati gravi. Un dibattito tornato al centro dell’attenzione dopo le recenti dichiarazioni di assunzione di responsabilità rese dal peruviano Emilio Gabriel Valdez Velazco, arrivate solo a distanza di alcuni giorni dall’omicidio di Aurora Livoli.
Secondo Bruzzone, "le confessioni tardive – quelle che possono essere definite a scoppio ritardato – sono fenomeni tutt’altro che rari nei reati gravi. Dal punto di vista criminologico non vanno lette come un gesto spontaneo di assunzione di responsabilità, ma come l’esito di un processo di adattamento psicologico alla pressione investigativa".
In molti casi, infatti, "il soggetto confessa non quando decide di dire la verità, ma quando comprende che lo spazio di manovra si è drasticamente ridotto". Dichiarazioni che, avverte la criminologa, non possono essere interpretate automaticamente come una prova definitiva di colpevolezza. Si tratta, sottolinea, di "una lettura semplicistica e, talvolta, fuorviante".
La confessione è infatti "uno strumento probatorio delicato", che "va sempre contestualizzato e verificato". Sul piano psicologico, soprattutto quando arriva dopo giorni o settimane, risponde spesso a "un bisogno difensivo: offrire una versione dei fatti il meno impattante possibile rispetto alla gravità reale del gesto compiuto. Non è raro, osserva Bruzzone, che questi racconti risultino parziali, minimizzanti, oppure costruiti per contenere il danno giudiziario e simbolico".
Un ruolo centrale, in questo processo, è giocato dal tempo e dalla pressione investigativa. Il periodo che precede la confessione è spesso occupato da "tentativi di negazione, razionalizzazione e controllo dell’ansia". Quando il soggetto percepisce "che le evidenze si accumulano, che le incongruenze emergono e che il silenzio non è più una strategia efficace, la confessione diventa uno strumento negoziale, non un atto di verità pura".
Dal punto di vista processuale, il limite principale delle confessioni tardive è che "non possono mai essere considerate autosufficienti". Una confessione, soprattutto se non immediata, deve essere "riscontrata da elementi oggettivi, coerente con i dati scientifici e medico-legali e compatibile con la dinamica ricostruita dagli inquirenti". In assenza di questi riscontri, il rischio è che si tratti di "una narrazione strategica, non una ricostruzione affidabile".
Per evitare derive sensazionalistiche, anche l’opinione pubblica è chiamata a un esercizio di cautela. "È fondamentale – osserva Bruzzone – uscire dalla logica emotiva del ha confessato, quindi è tutto chiaro. In realtà, la confessione apre nuove domande: perché arriva ora, cosa viene detto e cosa viene omesso, quali aspetti vengono enfatizzati e quali silenzi sono significativi". Una lettura matura riconosce che "il tempo della confessione è spesso il tempo della convenienza psicologica, non quello del pentimento".
