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Tra Squadra Fiore e il caso del Deo. Se la Belloni fosse diventata Presidente…

Le ultime intercettazioni descrivono servizi non troppo segreti e intercettazioni poco compatibili con la riservatezza dei ruoli

Tra Squadra Fiore e il caso del Deo. Se la Belloni fosse diventata Presidente…
Elisabetta Belloni

Se la Belloni fosse diventata Presidente…

A leggere le carte dell’informativa riportate in questi giorni da alcuni organi di stampa, vengono i brividi. E viene spontaneo fare un esercizio controfattuale: immaginiamo se oggi, al posto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ci fosse Elisabetta Belloni. Immaginiamo se quella candidatura della prima donna al Quirinale avesse avuto seguito.

Se Matteo Renzi e Base Riformista, Lorenzo Guerini in primis, con la sponda di Luigi Di Maio, non si fossero opposti ricordando un principio elementare: Belloni è certamente una professionista di altissimo profilo, ma era pur sempre il capo dei servizi. E in una democrazia liberale non si era mai visto un capo dei servizi segreti diventare presidente della Repubblica.

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Sappiamo poi come andò. Ma oggi, alla luce del caos esploso intorno a Squadra Fiore, a Giuseppe Del Deo e ai lavori che sarebbero stati realizzati nella casa di campagna dell’allora direttrice del DIS, la domanda torna con ancora più forza. Se Elisabetta Belloni fosse stata eletta al Quirinale, il Paese si troverebbe probabilmente dentro un vortice politico, mediatico e internazionale difficilmente governabile.

Le intercettazioni che stanno emergendo tra l’ambasciatrice e Giuseppe Del Deo restituiscono un quadro quantomeno problematico. Intanto perché, secondo quanto riportato dalla stampa, l’allora vertice del DIS avrebbe cominciato a comprendere che qualcosa non era andato come doveva leggendo gli articoli di giornale. Un dato che, se confermato, non sarebbe rassicurante. Anche perché il tema riguardava lavori effettuati in una sua proprietà privata.

È legittimo porsi alcune domande. Possibile che non si sia mai chiesta con precisione cosa stessero facendo a casa sua? Possibile che non si sia domandata perché, secondo l’accusa, sarebbero stati utilizzati fondi dell’AISI tramite Del Deo e non, eventualmente, canali riferibili al suo Dipartimento, il DIS? Possibile che nessuno nel suo perimetro fiduciario, neppure figure a lei professionalmente vicine, le abbia segnalato l’anomalia? Possibile che tutti fossero all’oscuro di tutto, incluso l’ex direttore AISI, il generale Mario Parente, tranne Del Deo?

Evidentemente si, secondo la magistratura. Elisabetta Belloni, è bene ricordarlo con chiarezza, al momento non risulta indagata. Ma esiste un tema politico e istituzionale che non può essere eluso. Perché non stiamo parlando soltanto di una figura tecnica. Belloni è stata anche una figura ad altissima esposizione politica e istituzionale: prima evocata come possibile candidata al Quirinale, poi scelta dalla premier Giorgia Meloni come “Lady G7”, infine uscita anticipatamente dal DIS, circa quattro mesi prima della scadenza naturale del mandato, in un contesto che diversi organi di stampa hanno collegato a frizioni con Palazzo Chigi, con Mantovano, con Tajani e con la Farnesina.

A questo si aggiunge la successiva nomina a Chief Diplomatic Adviser di Ursula von der Leyen, letta da molti come ulteriore segnale di una traiettoria ormai distante dal perimetro del governo italiano. Anche in questo caso, nulla di penalmente rilevante in sé. Ma politicamente il quadro è evidente: Belloni non è mai stata una semplice alta funzionaria neutra e invisibile. È stata, ed è, una figura di potere, collocata per anni al crocevia tra diplomazia, intelligence, governo e relazioni internazionali.

Ora arrivano telefonate e passaggi su cui è legittimo interrogarsi, come del resto hanno fatto i Ros nella loro informativa. Quando Belloni chiama Del Deo, il riferimento sarebbe all’articolo di Domani che il 23 febbraio aveva rivelato i compensi milionari ottenuti dalla Sind dai servizi, tra cui sarebbero rientrati anche alcuni lavori eseguiti nella sua casa quando era ancora direttrice del DIS.

Secondo quanto riportato da Domani, Belloni avrebbe confidato a Del Deo di aver chiamato direttamente Emiliano Fittipaldi, direttore del quotidiano. E Del Deo, ormai in pensione, le avrebbe risposto: “La Sind non ha parlato con nessuno, me so’ appurato e tu Elisabè non gli devi dare informazioni a questo qua”. E poi ancora: “Speriamo che non fanno seguito, speriamo che non vanno oltre”.

Non sta a noi giudicare il contenuto giudiziario di quelle conversazioni. Sarà la magistratura, come sempre, ad accertare eventuali responsabilità. Ma il tenore politico di quelle parole non è irrilevante. Colpisce, quantomeno, la leggerezza con cui l’allora capo dei servizi discute con un suo ex sottoposto di un articolo di giornale che riguarda società, fondi pubblici e lavori privati. E colpisce anche l’idea che il vertice dell’intelligence possa muoversi in modo così diretto nel rapporto con un direttore di quotidiano su una vicenda che la riguardava personalmente.

Il punto, dunque, non è anticipare sentenze. Il punto è un altro: valutare retrospettivamente l’opportunità di certe ambizioni e di certe ipotesi istituzionali. Perché, alla luce di ciò che emerge oggi, quella candidatura al Quirinale appare ancora più discutibile di quanto non sembrasse allora. E allora la domanda resta lì, pesante: immaginiamo, ancora una volta, se oggi al Quirinale ci fosse stata Elisabetta Belloni