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Cronache
DSCN0612Elsa e Daniele

di Fabio Frabetti

Dover rientrare improvvisamente di 229.000 euro, senza un motivo. Questa l'improvvisa richiesta che una banca di Arezzo ha rivolto ad un'azienda di informatica che nel giro di sedici anni era diventata leader nell'assemblaggio di computer. Per Daniele Antoni e la moglie Elsa è l'inizio di un incubo che ha portato la società prima alla chiusura e poi al fallimento con il rischio di perdere all'asta la propria abitazione.

NON VI FACCIAMO LAVORARE - Nel 2008 un'importante banca del territorio chiede alla coppia di ipotecare nuovamente la casa per rifinanziare l'azienda : la crisi aveva lasciato il segno. Se non avesse accettato c'era il rischio di dover rientrare di tutti i fidi. Così nell'agosto del 2008 si trova di fatto obbligata a sottoscrivere un mutuo fondiario che in futuro sarà dichiarato dai giudici “di scopo”. «Eravamo tranquilli perché potevamo tamponare un po' di fornitori e altri istituti di credito. Ad ottobre dello stesso anno ci siamo però accorti che i soldi non c'erano più. La banca, tramite un conto di transizione durato appena un mese, aveva inglobato tutte le somme per andare a coprire i propri vantati crediti. Poi, il 16 marzo 2009 un funzionario della sede centrale ci informa brutalmente: “da oggi non vi facciamo più lavorare”. Non capivamo il motivo di questa improvvisa chiusura. Malgrado avessimo pagato sempre regolarmente le rate di entrambi i mutui, il 27 maggio 2009 ci viene spedita una raccomandata in cui l'istituto di credito pretendeva il rientro immediato di 229.000 euro avvalendosi della “decadenza del beneficio del termine”. Ci vengono chiusi tutti i conti e così la ditta è costretta a cessare l'attività nel maggio dello stesso anno. A gennaio 2010 sarà dichiarata fallita. Con le rate regolarmente pagate la banca ci sta portando via la casa, con un accanimento ed una velocità inaudita, avvalendosi di un diritto che nel maggio 2009, per legge, non aveva».

DA DEBITORI A CREDITORI - Qualsiasi istanza che i coniugi presentano in tribunale contro il pignoramento della casa viene respinta. Dopo aver incaricato una società specializzata di analizzare tutti i conti correnti emerge un quadro sconvolgente: non era la ditta ad essere debitrice della banca, ma l'esatto contrario. Era Daniele ad essere creditore per circa 96.000 euro di una banca che aveva illegalmente fatto sottoscrivere un mutuo di scopo e creditore di 67.000 euro di un’altra banca con un tasso di usura che una perizia quantifica nel 350%. Per questo la coppia presenta alla procura della repubblica di Arezzo una denuncia per usura, truffa ed estorsione. Un passo che come previsto dalla legge induce la Prefettura a concedere i famosi 300 giorni di sospensiva per qualsiasi atto esecutivo nei confronti dell'abitazione finita all'asta. «Dopo qualche mese, non sapendo più niente delle indagini, siamo andati in procura a chiedere notizie della nostra denuncia. L'ex procuratore capo allunga di altri 300 giorni la sospensione dei termini in modo che potessimo presentare tutte le prove in nostro possesso sulla regolarità dei pagamenti delle rate prima che la casa venisse venduta all'asta. Un provvedimento totalmente disatteso dal giudice per le esecuzioni immobiliari che ha deciso di non concedere tale prorogato visto che avevamo già usufruito di una prima sospensione: una decisione incomprensibile considerato che alcune modifiche legislative del marzo 2012 lo avrebbero invece permesso».

SULL'ORLO DEL BARATRO - Da quattro anni Daniele ed Elsa vivono un incubo quotidiano. Ogni tre mesi viene fissata la data per la vendita all'asta della loro casa. Continuamente, potenziali acquirenti chiedono di visitarla. Chi pubblicizza la vendita giudiziaria non li informa che sono in corso due procedimenti, uno civile ed uno penale, sul titolo di credito che ha originato l'esecuzione immobiliare. La coppia ha il terrore di finire in mezzo ad una strada prima che la giustizia emetta il suo verdetto sul comportamento della banca. Un dramma umano e familiare che poteva avere conseguenze molto gravi, soprattutto per le condizioni di salute di Daniele: «Ho avuto tre collassi ed ho tentato il suicidio due volte. Poi però mi sono detto: ho una famiglia e devo continuare a lottare per tutto quello che ci è stato fatto. Non mollerò, non molleremo. Il nostro stesso incubo deve essere vissuto da chi ci ha ridotto in queste condizioni. Credo di aver pestato i piedi a qualcuno a livello locale, forse il mio successo aziendale ha dato fastidio a qualcuno di importante. E me l'hanno fatta pagare: avevo un giro di affari di qualche milione di euro. È regolare che una banca eroghi un finanziamento di 200.000 euro con rate fino al 2023 e solo dopo nove mesi richiederne, senza che via sia alcuna insolvenza, il rientro immediato più gli interessi? E come può la stessa banca richiedere anche il rientro immediato della rimanenza del primo finanziamento per l’acquisto della casa che non aveva niente a che fare con l'azienda ma era relativo ad una posizione personale?». Domande ancora oggi senza risposta che inducono Daniele a rivolgersi ad altre vittime del sistema bancario: «non vi perdete d'animo, continuate a lottare. L'unione fa la forza. Volendo, siamo una potenza, perché i torti subiti fanno male ma occorre reagire con grande forza».

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usuraestorsione
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