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Alberto Affinito racconta art259design: quando il corpo reinventa la materia

Founder di art259design, Alberto Affinito racconta il suo universo creativo: materia, corpo, Basilicata, sostenibilità e Buio, lo spazio milanese vicino ai Navigli

Alberto Affinito racconta art259design: quando il corpo reinventa la materia
Alberto Affinito art259design

Da Potenza a Milano, Alberto Affinito racconta la sua moda tra materia, imperfezione e corpo

“Se fosse un uomo si chiamerebbe Igor. Se fosse una donna sarebbe sofisticata. Se fosse appariscente non lo sarebbe. Se fosse attenta noterebbe i particolari. Se fosse il particolare sarebbe nascosto. Se fosse un colore non ci sarebbe. Se fosse la luce sarebbe il buio. Se fosse ora sarebbe il passato. Se fosse l’ora sarebbe quella della notte. Se fosse quella della notte sarebbe la più silenziosa. Se fosse un aggettivo sarebbe imprecisato. Se fosse razionale non sarebbe possibile. Se fosse caotico sarebbe irrefrenabile. Se fosse un volume sarebbe inquieto. Se fosse una forma sarebbe da capire. Se fosse un tessuto sarebbe nervoso. Se fosse palpabile sarebbe bitorzoluto.
Se fosse bitorzoluto, lo chiamerei come il mio vecchio amico Jannis K. Se fosse fonte di ispirazione, anche. Se fosse il caso sarebbe di ispirazione. Se fosse la pancia sarebbe rumorosa. Se fosse prevedibile sarebbe meglio. Se fosse meglio non sarebbe questo. Se non fosse questo non sarei io”.
Se fosse una canzone, probabilmente sarebbe Lotus Flower dei Radiohead. Se fosse una scultura, avrebbe la forma dei palazzi feriti e stratificati di Anselm Kiefer. Almeno è questa l’impressione che resta dopo essere passati da Buio, lo spazio milanese di Alberto Affinito, founder di art259design.

Quelle parole sono sue. Affinito le usa nella pagina about del sito per descrivere il progetto: una specie di autoritratto obliquo.

Basterebbero queste parole per entrare nell’universo di art259design. Un universo fatto di materia, ombra, proporzioni imperfette, superfici vissute e dettagli che non cercano mai il centro della scena, ma finiscono per definirla. C’è qualcosa di ruvido e insieme sofisticato nel suo lavoro, una tensione continua tra controllo e istinto, tra costruzione e cedimento, tra forma e corpo.

Affinito arriva dalla Basilicata, dal capoluogo Potenza, passa per gli studi romani e porta dentro i suoi abiti un immaginario che ha poco a che fare con la moda intesa come superficie. La sua terra resta una presenza silenziosa: non un riferimento dichiarato, ma una radice estetica. Terra dura, essenziale, ombrosa. Un paesaggio interiore più che geografico.

Nel suo lavoro la materia viene prima di tutto. Il tessuto non è un supporto neutro, ma un interlocutore. Il corpo non sparisce dentro il vestito: torna protagonista, lo modifica, gli dà una dimensione altra.

Anche per questo art259design è un linguaggio, con i suoi codici riconoscibili: il buio, l’imperfezione, la decadenza, la materia che porta addosso i segni del tempo. Un immaginario denso e stratificato, una citazione diretta non virgolettata. La bellezza che non leviga, la memoria che resta attaccata alle superfici, il fascino di ciò che sembra consumato e invece continua a generare senso.

In questa intervista ad Affaritaliani Alberto Affinito racconta da dove e come tutto è partito, il processo, la realizzazione e la storia di art259design.

Alberto Affinito racconta art259design: quando il corpo reinventa la materia
Alberto Affinito racconta art259design: quando il corpo reinventa la materia
Alberto Affinito racconta art259design: quando il corpo reinventa la materia

L’intervista di Affaritaliani ad Alberto Affinito, founder di art259design

Art259design: che cosa significa quel numero e oggi ti senti ancora pienamente rappresentato da quel nome?

Sono sempre stato affascinato dai numeri, sia per la loro estetica sia per ciò che rappresentano. Nel mio lavoro sono spesso una chiave, mi aiutano a trovare ordine nei momenti di incertezza e a risolvere dubbi.

Mi sento ancora rappresentato, anche se oggi probabilmente sceglierei qualcosa di più immediato. Allo stesso tempo credo che proprio la sua poca “commercialità” abbia contribuito a mantenere il brand in una dimensione più selettiva e nascosta. So che per un marchio questo potrebbe essere visto come un limite, ma per me non lo è. Se dovessimo diventare troppo commerciali probabilmente non mi piacerebbe. In ogni caso credo che il problema non si ponga, visto il tipo di prodotto che realizziamo.

Quali sono oggi i riferimenti culturali, artistici, visivi o letterari che ispirano i tuoi lavori?

I miei riferimenti più forti arrivano dal mondo dell’arte povera, ma l’ispirazione può nascere davvero da qualsiasi cosa. Sono una persona profondamente curiosa e credo che ci sia bellezza ovunque, anche e soprattutto in ciò che normalmente definiremmo brutto. Quando non si hanno paletti, gli spunti possono emergere nei contesti più inaspettati ed è proprio lì che spesso si ottengono i risultati più interessanti.

Sei nato in Basilicata. quanto conta la tua terra nel tuo immaginario creativo?

Non è qualcosa che analizzo in modo razionale, lavoro seguendo ciò che sento senza interrogarmi troppo sulla sua origine. Tuttavia l’essenzialità è sicuramente un elemento centrale del mio lavoro. La solitudine è una dimensione che mi appartiene profondamente e di cui ho bisogno, soprattutto nei momenti di creazione. In questo mi riconosco nella mia terra, dura e silenziosa. La Basilicata, e in particolare Potenza, hanno inciso molto sulla mia estetica, che definirei più brutale che minimale. Nei miei lavori emerge spesso una componente ombrosa e nostalgica che in parte nasce proprio da lì.

Qual è il tuo rapporto con il corpo?

Il punto di partenza sono sempre i materiali. Da lì costruisco un involucro che accoglie il corpo senza costringerlo, arrivando talvolta a ridefinirlo e a mettere in discussione le forme abituali. Non progetto pensando a un corpo preciso. I miei capi sono pensati per adattarsi a fisicità molto diverse, per età e struttura. Più che imporre un modello, mi interessa lasciare spazio e libertà, permettendo a chi indossa il capo di interpretarlo a modo proprio. Ciò che mi rende davvero orgoglioso è vedere come i clienti riescano a trovare diverse chiavi di lettura negli outfit. Ogni capo può essere indossato in modi differenti, a seconda della persona.

Mi è capitato spesso di vedere lo stesso capo su persone di età, corporature e generi diversi. Quando riesci a entusiasmare allo stesso modo qualcuno di vent’anni e qualcuno di settanta, uomini e donne insieme, capisci che le possibilità sono davvero infinite.

Superfici consumate, imperfezione, decadenza: ti ci riconosci?

Sì, profondamente. Amo le superfici logore e tutto ciò che porta i segni del tempo, è nell’imperfezione che riconosco il mio segno. Non si tratta di un’estetica del “rovinato” fine a se stessa, ma di una ricerca nel difetto che diventa dettaglio, o nell’imperfezione che apre nuove possibilità. La matericità è centrale. Ho sempre avuto un rapporto fisico con gli oggetti, una necessità quasi istintiva di toccarli. Nei capi cerco di restituire proprio questa tensione al contatto.

Com’è il tuo metodo di lavoro?

L’intuizione è fondamentale e nel mio caso può arrivare subito oppure dopo molte prove. Quando arriva, però, gran parte del lavoro è fatta e da lì tutto diventa più fluido. I metodi possono cambiare, ma i rituali restano. Il più importante arriva alla fine: tolgo il capo dal manichino e lo appendo. È in quel momento che capisco se è davvero finito. Il capo deve avere una propria autonomia, una presenza. Appeso, questo diventa immediatamente evidente.

Quando capisci che un capo funziona?

È un processo fatto di tentativi. A un certo punto è il tessuto stesso a suggerire come vuole essere trattato. Quando un capo funziona non lascia spazio a dubbi, è una percezione immediata, quasi “lo grida”.

La collezione Primavera/Estate 2026 cosa racconta?

Nasce da una visione semplice e personale, una bambina di ritorno da una lezione di danza. Quello che mi ha colpito è stata la leggerezza di quell’immagine, quasi eterea, ma anche l’atteggiamento. Ho cercato di tradurre quella sensazione in capi in equilibrio tra il mondo del balletto e quello della strada, mantenendo quel senso di fierezza e raffinatezza di quell’istante.

C’è una collezione a cui sei più affezionato?

Per me è impossibile lavorare senza una storia da raccontare, e da questa esigenza nasce anche la necessità di dare un titolo a ogni collezione. Quella a cui sono più legato è la Igor FW21. Non a caso la seconda linea, “aigor”, nasce proprio da lì e ne raccoglie l’eredità estetica rielaborandola con un tono più ironico.

Sostenibilità: quanto conta davvero per te?

È sempre stata una componente fondamentale del mio approccio, ben prima che diventasse un tema diffuso. Oggi cerco di tradurla in modo concreto, soprattutto attraverso il riutilizzo e la riprogettazione dei materiali. Non sprecare nulla è diventato un principio centrale. Credo che il vero cambiamento stia nel processo, progettare partendo dal materiale e non il contrario. Ridurre lo scarto significa ripensare radicalmente il modo di costruire un capo.

Quanto è difficile difendere l’identità del brand nel sistema moda?

È molto difficile. Nel tempo abbiamo commesso diversi errori nel tentativo di inseguire certe dinamiche, ma sono scelte che non portano risultati e rischiano solo di far perdere identità. Oggi il mio obiettivo è restare coerente. La crescita, se deve arrivare, arriva come conseguenza naturale. Non mi interessa una crescita forzata, preferisco mantenere una dimensione più contenuta, anche a costo di produrre meno ma con maggiore controllo e consapevolezza. Ultimamente il mio motto è fare meno e fare meglio.

Lo spazio fisico a Milano cosa rappresenta?

Milano non è semplicemente un negozio. Negli anni ho aperto diversi flagship store, temporanei e permanenti, ma il progetto Buio ha un altro obiettivo e una narrazione diversa. Credo che i monomarca non siano più così attuali né particolarmente attrattivi. Oggi le persone hanno bisogno di qualcosa in più, di una storia reale e non di progetti costruiti a tavolino. Buio è un contenitore che riunisce tutte le mie passioni e comunica in modo diretto, senza fraintendimenti, la mia estetica. Può piacere o meno, ma è coerente e, a volte, anche volutamente provocatoria.

All’interno ospitiamo opere di arte contemporanea, pezzi d’arredo trovati e rielaborati o realizzati su misura, oltre alle tre linee che produciamo. Tutto deve essere coerente, sia con lo spazio sia con ciò che contiene. È un luogo dedicato alla sperimentazione e all’avanguardia, dove ogni oggetto ha una storia e un’intenzione precisa. Ho sentito anche la necessità di rendere il cliente partecipe del processo. Per questo abbiamo trasferito laboratorio e ufficio stile accanto al punto vendita. Sempre più il pubblico vuole sentirsi parte di un progetto che sceglie e riconosce come proprio, e sono convinto che questo porterà benefici anche alla creatività. Un laboratorio nascosto, chiuso in un basement come lo era il nostro, rischia di isolarsi e perdere il dialogo con chi indossa il prodotto. Per me questa è una nuova apertura, un modo per condividere ciò che facciamo con la strada. D’altronde è proprio da lì che tutto nasce.