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Culture
Celebrazioni per Napoleone nel 2021? Se ne occupi la Francia: I'Italia ha altre priorità

Alcuni Enti e Fondazioni italiani si stanno attivando per organizzare un comitato di esperti affinchè si possa celebrare, al più alto livello, la ricorrenza memoriale del 5 maggio 1821, giorno in cui Napoleone Buonaparte, indubbiamente uno dei più esaltati protagonisti della grandeur francese -Manzoni docet- rese la sua “spoglia immemore” ed “orba di tanto spiro”.

Subito alla mente torna prepotente, a farsi strada, il concetto caustico, che andava per la maggiore in quello snodo cruciale della fine del XVIII secolo: “Tutti i francesi rubano! No, Buonaparte!”. Era il leit motiv ricorrente sulla bocca degli Italiani allorchè Napoleone Buonaparte faceva numerare ed imballare le opere d'arte della Penisola. Che la sua foia di conquistatore -ed erano numerosissime- pretendeva, con protervia, di strappare all'Italia per tacitare la prepotente ingordigia di oggetti belli e di valore che, l'inimitabile genio italico, aveva creato, lungo il corso dei secoli, ricchi di eventi e di esplosiva intelligenza creativa. Fatto che viene riconosciuto come incontestabile da tutto intero l'orbe terracqueo. Era, semplicemente, una forsennata volontà di arricchire la Francia a spingere il Corso a rendersi responsabile di questo reato continuato nei confronti degli Italiani? Chi scrive crede che ci fosse dell'altro: una sorta di colpevolezza freudiana che gli mordeva il petto, che gli urgeva, con inconfessato travaglio, nella propria coscienza: la consapevolezza di aver denegato le proprie origini, la propria identità per la brama di carriera, la sete di potere che gli molceva l'animo, che lo rendeva inquieto e iperattivo. Giambattista Vico (1668 – 1744) aveva ragionato da maestro, nel saggio De antiquissima Italorum sapientia della superiorità intellettuale, filosofica, morale della popolazione italica: concetto in seguito ribadito, con sicura contezza, dall'abate Vincenzo Gioberti (1801 – 1852) nella fondamentale dissertazione Del primato morale e civile degli Italiani (1843). Subliminale il modo in cui Napoleone avvertiva il proprio “tradimento” e sicuramente tacitava questo suo “peccato” con tali azioni corsare. Ma non poteva definitivamente raggiungere lo scopo perchè troppo vigliacca era la denegazione della Terra di provenienza.

È un vizio atavico quello dei francesi di volersi appropriare, con rapinosa destrezza, degli ammalianti gioielli della cultura e dell'arte italiana. Vizio risalente nientemeno che al re Carlo VIII (1843 – 1498): la Biblioteca Nazionale di Parigi può contare su di alcune centinaia di volumi manoscritti e di preziosi incunaboli provenienti dalle raccolte di numerose diocesi meridionali, di cui questo sovrano francese s'impossessò indebitamente durante la sua effimera conquista del Mezzogiorno napoletano, nel 1494.

Ma chi era, in realtà, Napoleone Buonaparte? Certamente, un arrivista, un parvenu. Lo si può dire apertis verbis. Con innumeri frustrazioni, a cominciare dall'altezza del proprio personale fisico che era abbondantemente al di sotto della media dei suoi tempi.

Apparteneva, Napoleone, ad una famiglia della piccola nobiltà della Toscana che, endemicamente squattrinata, si era trasferita, nel 1612, nell'isola di Corsica. Nell'immediato, dalla cittadina di Sarzana, fissando la residenza ad Ajaccio, il capoluogo dell'isola stessa, dove, il generale francese, nacque da Carlo Maria (1746 – 1785) e Maria Letizia Ramolino (1750 – 1836) - la futura Madame Mére-, il 15 di agosto del 1768. Evento che venne posticipato, per la determinata volontà dello stesso Napoleone, al 1769, per significare che la sua venuta al mondo si fosse verificata allorchè la Corsica era di già pervenuta in mani francesi e poter costruire in tal modo il mito della propria “verginità” di autentico figlio della barbarica Gallia.

“Questo grand'uomo - scrive nel 1847, ma è 1846, nella agiografico-panegirica storia genealogica della Famiglia Bonaparte, un anonimo Samminiatese- amava la Francia perchè l'aveva adottato per figlio, ma la sua origine era italiana... la sua famiglia era avventizia nell'isola di Corsica, poiché essa era Toscana, ed il vero stipite ancora esisteva sul cadere del secolo decimottavo in Samminiato, dove erasi stabilita fino dal secolo decimoterzo” (pp. 20 – 21).

Tutto ciò, comunque, non bastava al giovane Corso e, per tanto, procedette, anche, alla “francesizzazione” del cognome cassando quella vocale “u” che, ormai, era di troppo e troppo sapeva d'italiano: il che non stava bene a colui che intendeva dominare la Francia e, con essa e per essa, l'intera Europa continentale.

“Tutti i francesi rubano! No, buonaparte! Ecco, è in questo gioco di parole, in questa sorta di calembour, che si condensa l'ubi consistam, vero, autentico, ossia il nocciolo intorno al quale gli italiani di oggi, girano parossisticamente, senza rendersi conto che Napoleone Buonaparte e, prima di lui e dopo di lui, e la conclusione della sua parabola politica e storica, i francesi di ieri e di sempre non hanno mai nulla regalato né all'Italia, né, tanto meno, agli Italiani stessi, depredandoli con sistematica determinazione delle loro evanescenti speranze. Li scippò così della loro identità culturale con lo sbandierare a tutti i venti l'illusorio trinomio con il quale ammaliavano e sottomettevano i popoli: libertè – egalitè – fratenitè!!! Le vicende politiche e militari -ma anche umane- di alcuni personaggi di spicco della storia moderna italiana ed europea: Francesco I di Valois-Angouleme (1494 – 1547), sovrano di Francia; Gastone de Foix-Nemours (1489 – 1512): condottiero e maresciallo di Francia; Lodovico il Moro, duca usurpatore di Milano, con le proprie, personali storie, ne forniscono ampia ed incontroversa testimonianza.

E lo slogan innervato delle tre fascinose parole? Non soltanto esso è stato un autentico cavallo di Troia con il quale i popoli sono stati subornati. Sempre in nome degli smaglianti simulacri che, invece di rendere gli italiani liberi del proprio destino, risultavano, di contro, imbrigliati in uno status che, sotto le mentite spoglie della fratellanza delle genti latine, in breve si rivelava un esiziale inganno e disinganno. Come dovette rendersi conto, sulla propria pelle, lo stesso Ugo Foscolo che, con patriottica, cieca passione, aveva dedicato a Napoleone l'ode A Bonaparte liberatore. Il poeta, dopo la bruciante disillusione del Trattato di Campoformido, del 18 ottobre 1797, con cui il Corso cedeva all'Austria la Repubblica di Venezia, umiliando il suo ultimo doge, Lodovico Manin (1789 – 1797), si rese conto, con dolorosa sorpresa, della spregevole vigliaccheria perpetrata dal generale francese e dell'abietto baratto concluso con gli Austriaci di cui fu, suo malgrado, protagonista l'ormai agonizzante Serenissima.

È a questo subdolo personaggio, il quale manipolò, per il proprio becero tornaconto, documenti e, ancora di più, opinioni e coscienze, che, ora, qualcuno in Italia, affetto da masochismo latente oppure già in atto, vuole dedicare giornate di studi e convegni memorativi.

Non è un fatto nuovo e, quindi, non dovrebbe suscitare eccessiva sorpresa. Il punctum sostanziale della questione, invece, deve essere argomentato in una maniera altra, in un diverso ambito che, a questo punto, è necessario precisare e chiarire: sin quando le inclinazioni o, se vogliamo, le preferenze coinvolgono la sfera privata e personale, nulla quaestio. Ma nel momento in cui si pretende di coinvolgere in patenti speculazioni di carattere economico finanziarie, di decidere per gli altri, specie loro malgrado, la discussione cambia e, allora, bisogna orientarsi con estrema cautela e circospezione. Soprattutto quando è necessario spendere denaro pubblico, il problema diventa molto impegnativo. Non è assolutamente pensabile di voler omaggiare il buon Napoleone con un “servo encomio” -ancora Manzoni!- quando altri, e con assoluto fondamento, argomentano – tra costoro l'autore di questo scritto-, che la condotta umana, politica, storica esplicata da costui non sia delle più limpide e lineari.

Se esiste una sia pur sola persona - qui non si tratta soltanto di un singolo ma di innumeri “qualcuno”- che, in sostanza, ritiene come l'empereur sia stato un rapinatore seriale, un istigatore continuo di razzie, non può essere sopportabile, razionalmente, coinvolgerlo nella sarabanda orgiastica di iniziative e manifestazioni che, immancabilmente, si scatenerà nel 2021 perchè i più “sensibili” intellettuali italici sono proclivi a mettersi in mostra e, freneticamente, sgomitare per apparire alla ribalta e sciorinare, ai quattro punti cardinali, la propria cultura abborracciata ed il proprio pensiero d'accatto.

Quello, però, che fa più specie, è il sapere che, tra i futuri enti promotori delle manifestazioni napoleoniche, venga contemplato il Centro di Studi delle Residenze Reali Sabaude. È uno scandalo questo, che grida vendetta ed umilia. Il calvario del Re di Sardegna, Vittorio Emanuele I di Savoia (1750 – 1824), che fu costretto a esulare, quasi ramingo, prima a Roma, quindi a Gaeta ed, infine, nell'isola di Sardegna -che forniva il titolo istituzionale al Regno Sabaudo -, in quanto il Sovrano, per l'occupazione dei suoi Stati continentali da parte delle truppe di Napoleone, nel periodo che intercorre dal 1798 al 1814, venne costretto ad abbandonare la capitale dei suoi stati, Torino, ed a cercare rifugio lontano dalla residenza elettiva della dinastia, tale sin dal tempo del duca Emanuele Filiberto (1528 – 1580), soprannominato Testa di Ferro.

Napoleone lo si lasci omaggiare dai francesi che ne hanno ben donde. Noi Italiani abbiamo priorità più cogenti, anziché il servile ossequio ad un depredatore impenitente: l'assoluta necessità di decenti aule scolastiche per gli allievi di ogni ordine e grado di studi. L'assenza, quasi totale, di laboratori sia chimici che fisici e linguistici. Fatto che costituisce una delle più vergognose realtà intellettuali italiane. S'impieghi il denaro occorrente per gli spot finto-culturali, che servono soltanto a titillare la vanità di alcuni cerretani della pseudo cultura contemporanea, per fini più utili e fruttuosi, e si lasci riposare la spoglia immemore di quel mega ispiratore di razzie e di furti della storia moderna, che risponde al nome di Napoleone I. Lasciando i suoi resti, perennemente, nel sarcofago sotto la cupola del tempio degli Invalidi, allestito, nel 1840, a Parigi.

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