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Culture
Cervelli in fuga tra Big Data e burrate. C'è chi torna: "Ma ora sono precaria"

 

Migrantes,  la ricecatrice 'cervello in fuga' Valentina Cauda racconta: sono tornata da precaria

"Tornare in Italia e' molto difficile tanto che io, per rientrare dalla Germania ho dovuto accettare di tornare ad essere precaria". Valentina Cauda fa parte dell'elite della ricerca europea. E' infatti una delle poche ricercatrici che sono state capaci di vincere il piu' prestigioso concorso indetto dal Consiglio delle Ricerche Europeo (ERC). Ogni anno sono davvero poche decine i ricercatori che riescono ad accedere a questo tipo di finanziamenti. Valentina Cauda ha vinto con un programma di ricerca sui tumori, ma arrivare a questo traguardo e' stata dura e la strada e' stata tutta in salita. "Dopo la laurea sono andata ad approfondire i miei studi e le mie ricerche in Germania, a Monaco di Baviera dove sono rimasta per circa tre anni e mezzo.

Al termine di questo periodo - racconta all'Agi - io e mio marito, abbiamo deciso di rientrare in Italia e per farlo ho accettato una posizione da ricercatrice per un solo anno all'Istituto di Tecnologie (IIT) di Genova''. Dopo il primo anno, il contratto di ricerca "e' stato rinnovato di anno in anno per cinque anni di fila, tranne che nell'ultimo periodo in cui veniva rinnovato ogni 4 mesi", racconta Cauda. Al termine dei 5 anni si e' posto di nuovo il problema. "Superati i 5 anni l'IIT non ammette piu' ulteriori rinnovi, o si diventa professori associati oppure nulla, non si puo' continuare. E' una prassi piuttosto diffusa, solo che in Italia non e' molto facile trovare nuovi incarichi, per cui ho iniziato a fare concorsi ovunque come professore associato anche se non sono mai riuscita a vincerne uno. Ero molto demotivata, ma ho voluto tentare anche la strada del grant dell'Erc".

La vittoria di questo bando di ricerca ha letteralmente ribaltato la condizione della ricercatrice piemontese. "Il grant dell'Erc vale un milione e mezzo di euro e ciascun ricercatore puo' usare quei fondi dove vuole. Per questo le Universita' europee competono per accaparrarsi i vincitori offrendo loro incarichi a tempo indeterminato''. Cosi' ha fatto anche il Politecnico di Torino, dove ora, dopo tutta questa trafila, Cauda e' riuscita ad essere assunta e a costruire il suo gruppo di ricerca grazie al quale sta lavorando alla messa a punto di nuove nanotecnologie da utilizzare contro i tumori. "Sono di Torino - ha concluso - e la mia famiglia vive qui. Insieme a mio marito volevamo metter su una famiglia, ora possiamo farlo con maggior sicurezza e ci godiamo la nostra vita insieme alla nostra bambina. Credo che nella vita sia importante dare peso anche a queste scelte".

 



Migrantes, la ricercatrice Barbara Capone: "Io, cervello in fuga, mi sento esiliata"


 



"Mi sento esiliata". Barbara Capone e' una giovane (35 anni) fisica teorica, laureata a Roma e poi, dopo un Master a Cambridge ha migrato attraverso l'Europa fino ad arrivare a Vienna, dove oggi si occupa di nanomateriali. Non ci sta a definirsi una migrante. "Sei migrante se la tua e' una scelta volontaria e potenzialmente reversibile, se puoi cioe' tornare nel tuo paese e occuparti delle cose per le quali hai studiato e sei stata preparata", ha detto all'Agi. "Purtroppo pero', da quando, dieci anni fa, ho lasciato l'Italia, non ho piu' avuto ne' modo, ne' occasione di tornare indietro. Ecco perche' mi definisco piu' una esiliata che una migrante", ha spiegato la ricercatrice mentre sta andando a Budapest a presentare un progetto davvero interessante, la fisica al servizio dello sviluppo sostenibile, ovvero un programma di ricerca per fornire strumenti di purificazione dell'acqua. "Occorre poi smontare anche lo stereotipo esterofilo - ha sottolineato - che va per la maggiore in Italia. Purtroppo per molti di noi che siamo all'estero non e' che sia tutto questo Bengodi, anzi per lo piu' ci si riduce ad inseguire cattedre e posizioni in questo o in quel paese".

"E' come se ci fosse una situazione molto diffusa di precariato in tutta Europa", aggiunge Barbara Capone, che di se' racconta: "Io per esempio dopo l'Italia ero andata in Gran Bretagna, ma dopo un periodo a Cambridge sono stata costretta a cambiare paese perche' anche li' avevano tagliato i fondi destinati alla ricerca a seguito della crisi finanziaria". Impossibile poi pensare di tornare in Italia attraverso i programmi di rientro dei cervelli in fuga. "Si tratta di concorsi surreali - ha detto Capone - ai quali e' davvero molto difficile entrare. Inoltre occorre dire che fino ad oggi tutte le posizioni accademiche erano chiuse e solo ora si comincia a fatica a muovere qualcosa". Quanto all'Austria, paese in cui vive, la ricercatrice ha detto: "Non e' certo un posto da sogno, soprattutto in questo momento e per capirlo, basta vedere cosa sta succedendo anche in chiave politica".





Migrantes: Luca Rossi, 'cervello in fuga' a Copenaghen, tra Big Data e burrate

 



"Dei miei amici, di quelli che hanno iniziato con me (io mi sono laureato quadriennale nel 2002), sono l'unico che adesso ha un posto relativamente stabile. Gli altri vivono forme piu' o meno stressanti di precariato". Luca Rossi e' originario di Cesena ed ora e' professore associato a Copenaghen dove insegna Digital Media & Communication e Network Society. La sua e' una storia esemplare. "Ero ricercatore a tempo determinato a Urbino le prospettive alla fine del contratto erano quelle che erano, e stavo da un po' valutando l'idea di andare via. E' uscito un posto alla IT University (che conoscevo da prima essendoci stato per conferenze), ho fatto domanda e mi hanno preso. Dopo i tre anni di assistant professor e' uscito un posto da associate (che e' a tempo indeterminato), ho partecipato ed ho vinto. Ora si e' trasferita a Copenaghen anche mia moglie, abbiamo comprato casa e ci viviamo questa citta' bellissima in cui c'e' una grande comunita' italiana".

Una comunita' che, stando ai dati di Migrantes sembra destinata a crescere. "Negli ultimi anni - spiega all'Agi - e' cresciuta tantissimo nonostante la Danimarca non sia il paese piu' semplice dove emigrare: e' un paese costoso se non si ha un lavoro e se e' vero che tutti parlano inglese i lavori che si possono fare in inglese sono pochi e di solito a professionalizzazione medio-alta quindi diciamo che non e' che uno viene a Copenaghen e cerca qualcosa da fare cioe' si puo' fare, ma secondo me non e' una buona idea". "La mia sensazione e' che sia comunque emigrazione di livello medio alto, che lavora in multinazionali o cose del genere. Poi c'e' molta ristorazione e ultimamente anche alcuni produttori di cibo che fanno cose italiane in Danimarca: per esempio c'e' un buonissimo caseificio italiano che ha aperto da non poco a Copenaghen e fa mozzarelle, burrate, altri formaggi fatti con ottimo latte danese, che le mucche non stanno mica solo in Italia". Al di la' di questi casi, comunque la sensazione e' netta. "Ad andarsene sono essenzialmente gli universitari e la cosa e' molto semplice, in Italia l'universita' e' sottoposta ad un ridimensionamento tale da non permettere di lavorare. se vuoi fare questo lavoro, e magari sei anche bravo, andare all'estero non e' un'opzione e' spesso l'unica strada".

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