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Culture

 

BiografiaLetta

Di Enrico Letta si sa poco ma abbondano i luoghi comuni. È un democristiano alla guida di un governo monocolore Dc con innesti furbetti. È un “sobriamente predestinato” divenuto prescelto per una serie di fortuite circostanze. È la rivincita della generazione dei quarantenni. È l'incarnazione antropomorfa delle larghe intese. È la longa manus dei “poteri forti” e delle lobby trasversali. E usa il subbuteo come metafora della realtà. L'ultima di queste affermazioni è pacifica. Per il resto, l'allievo prediletto di Nino Andreatta arrivato a Palazzo Chigi è un soggetto atipico nel panorama italiano. È il primo presidente del Consiglio espresso dal Partito democratico, ma più che altro è il primo premier post-ideologico della storia repubblicana. Grande mediatore, ha l'arte della trattativa e del dialogo nel Dna, ma elabora la sua visione ogni giorno nei think net e nei circoli bipartisan di cui è animatore. Dall'europeismo di lunga data a un'idea di integrazione e di welfare per molti aspetti sorprendente. Nipote di cotanto zio, cresciuto a pane, politica, cattolicesimo e riservatezza, Letta ha cominciato una brillante carriera da tecnico-politico avviandosi a diventare un Giuliano Amato 2.0. Salvo poi rendersi conto che, se non si fosse radicato in profondità nel tessuto politico, avrebbe rischiato di fare la fine di Giulio Tremonti. Capace di trattare alla pari con Merkel e Hollande, il premier appartiene anche a una generazione – gli adolescenti degli anni Ottanta – convinta che per uscire dallo stallo economico e politico sia necessario guardare la realtà con lenti diverse. Adesso è davanti alla prova più ardua: di fronte a lui ci sono la grande crisi, con il suo conseguente «effetto spaesamento» e la voragine della disoccupazione delle nuove generazioni, «senza le quali il paese è perduto». Il “governo Vedrò” si muove nel campo minato in direzione della «pacificazione nazionale», ma a lui spetta anche il compito di convincere gli elettori del Pd che ne vale la pena.

SU AFFARITALIANI.IT IL CAPITOLO "I LETTA BOYS (AND GIRLS)

Quello di cui abbiamo bisogno è adrenalina. L’Italia rischia di precipitare nel declino. Deve trovare gli enzimi positivi che la aiutino a rialzarsi. È nell’ottica di questa prospettiva che dobbiamo impegnarci per trovare soluzioni.

È febbraio del 2005. Pieno inverno. Nella cinquecentesca Villa Guastavillani, sulle colline bolognesi, Enrico Letta convoca una riunione fondamentale. L’edificio, che porta il nome di un cardinale nipote di Papa Gregorio XIII, è la sede dell’Alma Graduate School, la business school dell’università di Bologna nata quattro anni prima per offrire formazione manageriale e d’impresa ad alto livello. Nevica. Enrico Letta ha deciso di tenere lì la riunione fondativa di VeDrò, il pensatoio che vedrà la luce l’estate successiva. Prima, ne aveva accennato soltanto nel discorso all’Arel e discusso in un paesino toscano, Marti. Adesso si tratta di passare all’azione. Si ragiona sulla creazione di un luogo in grado di generare e mettere insieme «identità e aggregazione». Il tema chiave è già duplice: il ricambio generazionale e il «dialogo oltre i tabù in funzione dell’interesse del paese». L’idea è elaborare il punto di vista dei trenta-quarantenni (con il valore aggiunto di qualche cinquantenne) che non ci stanno a farsi incasellare nelle rispettive ideologie di provenienza e si parlano per risolvere problemi. Si tratta, in sostanza, di dare corpo a un’intuizione che hanno avuto in tre. Oltre Enrico, Filippo Andreatta, bolognese classe 1968, figlio di Nino, vicepresidente dell’Arel, professore ordinario di Scienza politica all’università di Bologna e consigliere di amministrazione di Alma Graduate School. È uno dei più stretti consulenti di Letta, al punto che potrebbe presto approdare a Palazzo Chigi come consigliere politico. Anche lui con il pallino della generazione post ideologica: «La mia immagine simbolo? Il ragazzo di Tienanmen che ferma il carro armato. Ancora più bella perché è un anonimo, poteva rappresentare tutti noi». E con il chiodo fisso del ricambio generazionale: «Siamo l’Italia delle rendite» diceva nel 2008 a Luca Telese. «Il problema oggi sono le carriere cooptate, in ogni campo, dalla politica agli studi notarili, alle botteghe artigiane alle imprese. La rendita è il vero nemico». Il primo giovane a cui farebbe fare il salto al governo? «Enrico Letta. Non perché sia mio amico – e lo è – ma perché ha avuto il coraggio di correre contro Veltroni, quando l’unanimismo gli sarebbe convenuto». A chiudere il trio c’è Max Bergami, anche lui bolognese economista ulivista, tra i fondatori della Alma Graduate che oggi dirige (e di cui è consigliere delegato), nonché capo della segreteria del ministro dello Sport e del turismo Piero Gnudi durante il governo Monti. Alla riunione partecipa anche una ragazza, figura chiave nella squadra dell’attuale premier. Monica Nardi, oggi 35 anni, viso dolce, modi delicati e capacità lavorativa da caterpillar, di Enrico è lo spin doctor. Praticamente l’ombra. E soprattutto l’interfaccia: capo della comunicazione a Palazzo Chigi, fino a un mese fa dirigeva l’associazione politica 360 e si occupava delle pubbliche relazioni per VeDrò. Significa avere accesso ai sancta sanctorum del lettismo. 360, infatti, è soprattutto una corrente, nemmeno esigua (conta 24 parlamentari), e molto organizzata. Non tragga in inganno il fatto che sui giornali si parli spesso di dalemiani, prodiani, mariniani (con deriva fioroniana), renziani, Giovani turchi, persino civatiani e mai di lettiani. Agiscono sottotraccia e si riuniscono settimanalmente nelle stanze candide e iper-moderne di via del Tritone per organizzare l’attività parlamentare e decidere l’agenda delle priorità. Segretario generale è Francesco Russo, nel Consiglio direttivo siedono Marco Meloni, Alessia Mosca, Guglielmo Vaccaro. Nardi è nata a Ostia e ha conosciuto Letta durante un master in cooperazione internazionale a Portogruaro, provincia di Venezia, nel 2002. «C’era la possibilità di uno stage all’Arel come correttrice di bozze. Sono entrata e da lì è cominciato tutto». E molto è dipeso dalla capacità delle Letta-girls di fare squadra anche tra loro. Con Monica si relazionano Benedetta Rizzo, 44enne romana, amica ventennale di Letta, sveglia e bene inserita nel giro che conta, presidente ma, soprattutto, anima di VeDrò, e la trentenne Alessandra Calise, ufficio stampa di 360. A completare la squadra al femminile c’è Debora Fileccia, storica segretaria di Letta. È con lui dal ‘96, quando lei aveva 28 anni e lui due di più. Sono passati insieme dalla Dc al Ppi, dalla Margherita al Pd. L’ha seguito, come capo della segreteria particolare, in tutte le esperienze istituzionali. È la persona di cui il premier si fida senza riserve, affidandole l’agenda e le questioni più delicate. E al governo con Letta – ma dietro le quinte – è andato un gruppo compatto di quasi coetanei. Tutti, pressappoco, nati dopo il ‘66. «È la prima volta che la mia generazione si trova nella cabina di comando – racconta uno di loro – E questo pensiero mi fa tremare i polsi». Il portavoce è il fidatissimo Gianmarco Trevisi, giornalista di RadioRai. 45 anni, segue Enrico da venti finendo per assomigliargli un po’ anche fisicamente. Si sono conosciuti nel ‘97 quando Trevisi era uscito dalla scuola di giornalismo della Luiss. Con Chiara Geloni (direttore di You Dem ed ex vicedirettore di Europa) e Piero Martino, storico portavoce di Franceschini oggi deputato, cominciarono subito a lavorare all’ufficio stampa del Ppi. Quando Franco Marini, consapevole che il suo tallone d’Achille era la comunicazione, volle due «facce nuove» come vicesegretari, queste furono Enrico e Dario. Poi Trevisi seguì Letta al governo, collaborò alla campagna elettorale per le Europee 2004 e per le primarie del 2007. Marco Laudonio è il coordinatore del sito del governo, con il mandato di «rinfrescare il volto virtuale delle istituzioni ». Giornalista specializzato in new media, master a Tor Vergata in Economia e gestione della comunicazione e dei media, responsabile della community e dei social media di 360. Massimiliano Cesare, napoletano, classe ‘67, è consigliere economico con l’incarico di curare i rapporti con le imprese. Specializzato in Diritto amministrativo e societario, il legale lavora in sinergia con la deputata piacentina Paola De Micheli, ben coperta sul fronte delle grandi aziende a partecipazione statale. La conoscenza con Cesare, molto attivo sul fronte della lotta alla mafia, risale al 2007, durante un incontro della campagna elettorale di Letta per le primarie contro Veltroni. Sul fronte rivolto all’estero il premier ha schierato due coetanei che conosce da tempo, entrambi pisani e molto rodati. Consigliere politico internazionale è Fabrizio Pagani, funzionario dell’Ocse. Nato il 4 gennaio del 1967, laureato in Scienze politiche al Sant’Anna, è con Letta dai tempi del ministero delle Politiche comunitarie e poi lo ha seguito in ogni avventura al governo. Consigliere per gli Affari europei è Stefano Grassi che, dopo un dottorato in Politica e diritto internazionale al Sant’Anna, è entrato alla Commissione europea. Nel 2011 era stato chiamato da Monti come consigliere per le Politiche comunitarie e le riforme economiche, Letta lo ha voluto al suo fianco nell’incontro con Barroso. A completare il team c’è il giovanissimo consigliere per i Rapporti con il Parlamento, destinato a lavorare in sinergia con Franceschini: Roberto Cerreto, classe ‘74, che proviene da Montecitorio. Come funzionario del servizio d’aula ha accompagnato prima Bersani e poi lo stesso Letta alle consultazioni per la formazione dell’esecutivo. E il premier, dopo averne apprezzato il lavoro, lo ha voluto con sé...

(continua in libreria)

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