Gallerie d’Italia, ‘The Day May Break’: a Torino la mostra di Nick Brandt sulla fragilità del pianeta
La luce del tardo pomeriggio filtra su Piazza San Carlo a Torino mentre le porte delle Gallerie d’Italia si aprono su un vernissage che ha il sapore delle grandi occasioni. Non è solo una mostra, ma un attraversamento emotivo e visivo che interroga il nostro tempo. “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno”, visitabile dal 18 marzo al 6 settembre 2026, è molto più di un progetto fotografico: è un racconto corale, potente e necessario.
Ad accogliere il pubblico, tra addetti ai lavori e appassionati, è stato Michele Coppola, che nel suo intervento ha sottolineato il valore culturale e civile di un’esposizione che riporta al centro il tema importante del cambiamento climatico. Le sue parole hanno trovato un’eco naturale nelle immagini che si susseguono nelle sale: monumentali, silenziose, ma capaci di colpire con una forza quasi pittorica. Poco dopo, il breve intervento dello stesso Nick Brandt, commosso e intenso, ha restituito la dimensione profondamente etica del suo lavoro, lontano da ogni retorica e vicino, invece, a una verità che si fa immagine.
Il percorso espositivo, curato da Arianna Rinaldo, riunisce per la prima volta i quattro capitoli di “The Day May Break”, progetto avviato nel 2020 in piena pandemia. Sessantatré fotografie di grande formato costruiscono un racconto unitario che si sviluppa tra Africa, America Latina, Oceania e Medio Oriente, componendo una geografia della fragilità contemporanea. Brandt, artista britannico classe 1964, si inserisce in quella tradizione fotografica che da Sebastião Salgado a Edward Burtynsky ha saputo coniugare estetica e denuncia. Ma il suo sguardo è diverso: meno documentaristico, più teatrale, quasi metafisico. Le sue immagini sembrano quadri sospesi nel tempo, dove uomini e animali condividono lo stesso destino, lo stesso spaesamento.
Nel primo capitolo, realizzato in Kenya e Zimbabwe, i soggetti, esseri umani e animali salvati, convivono nello stesso spazio visivo, in una sorta di alleanza silenziosa contro la perdita. In Bolivia, nel secondo capitolo, la natura ferita diventa teatro di una resistenza dignitosa. Poi le Fiji, dove i corpi immersi nell’acqua anticipano un futuro già scritto, fatto di terre sommerse e vite sospese. Infine la Giordania, con il quarto capitolo commissionato da Intesa Sanpaolo, dove i volti dei rifugiati siriani emergono da un paesaggio desertico che è insieme reale e simbolico.
C’è, in queste immagini, una qualità che richiama la grande pittura romantica: la luce, sempre studiata e attesa, modella i corpi e i paesaggi con una precisione quasi caravaggesca. Ma qui la bellezza non consola: amplifica, piuttosto, la tensione tra ciò che è e ciò che potrebbe non essere più. Il titolo della mostra, “La luce alla fine del giorno”, suggerisce una speranza fragile, mai retorica. È una luce che non nega l’oscurità, ma la attraversa. E forse è proprio in questa tensione che risiede la forza del lavoro di Brandt: nella capacità di rendere visibile ciò che spesso scegliamo di non vedere. Una sezione della mostra è dedicata al dietro le quinte, e rivela la complessità del processo creativo: mesi di preparazione, troupe locali, attese infinite. Nulla è lasciato al caso. Ogni scatto è il risultato di un equilibrio delicato tra controllo e imprevedibilità, tra costruzione e verità.
Uscendo dalle sale, la sensazione è quella di aver attraversato non solo una mostra, ma un’esperienza. In un tempo in cui le immagini scorrono veloci e spesso superficiali, Nick Brandt ci costringe a fermarci, a guardare davvero. E a riconoscere, con un certo disagio, che il destino dell’uomo e quello del pianeta non sono mai stati così intimamente legati. Alle Gallerie d’Italia di Torino, la fotografia torna così alla sua funzione più alta: non solo rappresentare il mondo, ma interrogarlo. E, nel farlo, cambiare anche noi.
L’intervista di Affaritaliani a Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo e Direttore Generale Gallerie d’Italia
“Credo che questa sia la modalità che ha contraddistinto il lavoro delle Gallerie d’Italia sin dalla loro apertura. Abbiamo iniziato a collaborare con Nick Brandt nel novembre 2023, con l’idea di sostenerlo e accompagnarlo nella realizzazione del quarto capitolo del progetto. Ma l’aspetto ancora più significativo è la scelta del fotografo di presentare in anteprima mondiale tutti e quattro i capitoli proprio qui a Torino, nella sede delle Gallerie d’Italia. Questo dimostra il ruolo e il livello raggiunto dalla sede torinese: un luogo capace di affiancare gli artisti come partner, sostenendoli e permettendo loro di raccontare e valorizzare il proprio lavoro con grande determinazione e professionalità. Le parole che Nick Brandt ha utilizzato in conferenza stampa, e che ha condiviso anche con i nostri ospiti questa sera, testimoniano quanto sia forte la convinzione che istituzioni culturali come queste, nate dalla visione di un soggetto privato come una banca, siano fondamentali per promuovere l’arte e la cultura. La fotografia, in questo senso, si conferma uno strumento potente per affrontare e raccontare i temi più urgenti del nostro tempo“, ha dichiarato Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici Intesa Sanpaolo e Direttore Generale Gallerie d’Italia, ai microfoni di Affaritaliani.

