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Culture

di Silvia Viterbo

Il  teatro a Santarcangelo, con la storia della radio dedicata ai ragazzi. Dopo un teatro d’immagine, la radio creazione per l’orecchio, ritrova un angolo dedicato ai bambini che hanno la capacità di ascoltare e vedere nuove vie da percorrere, per vivere esperienze intime di ascolto e conoscenza. Chi riesce a guardare oltre le immagini e sa giocare con l’immaginazione non può che essere amico della radio,  e le parole ascoltate possono entrare dentro in profondità, nell’intimo, per non essere più dimenticate.

 Giallo di Fanny & Alexander è un radiodramma dal vivo, e le voci infantili che rispondono all’appello dei nomi dei presenti, creano un dialogo radiofonico misterioso e fantasmatico fra una maestra  e la sua classe invisibile. Giallo è una domanda sulla natura e la forma di quella parte bambina che vive in ognuno di noi, talvolta buia talvolta lucente. La struttura serrata ed affascinante dell’operazione teatrale perde col passare dei minuti il mordente iniziale, ma la conduzione resta particolare perché nasce una nuova letteratura dei bambini che sta alla base di “Giallo.

Mentre in Marmocchio. Una specie di Pinocchio di Marmo, la rivisitazione dell’opera di Collodi si perde nell’ambientazione non idonea all’ascolto radiofonico. Ci si distrae, il dialogo senza immagini, ma anche senza voci dirette, ma solo registrate, finisce col non interessare. Peccato perché l’idea è molto bella e il radicale cambiamento di scenari delle avventure del famoso burattino affascinante, perché Pinocchio diventa un tessuto da condividere con i radioascoltatori.

A Santarcangelo si aggirano ancora personaggi interpreti tardivi “dei figli dei fiori”, con una dimessa maniera di considerare il proprio corpo, che dissente dalla forza e dalla energia che si richiede ai giovani come apporto al teatro. Restano molto particolari gli eventi di strada, dalle marionette al ballare tutti insieme con gioia e dimenticanza del tutto.

Bello, emotivo, diverso lo spettacolo di Alessandro Sciarroni: Untitled_I Will Be There When You Die. Quattro ragazzi giocano con i birilli in maniera quasi ossessiva ed il loro lancio in aria sempre più complesso, con figure intersecate fra di loro o solitarie, evoca la fragilità del’esistenza umana. L’arte circense dei giocolieri diventa regola, disciplina, impegno, concentrazione. E quando vi è l’errore è accettato, perché l’errore è componente della vita. Gli interpreti devono stare nel tempo presente, senza possibilità di tornare indietro, ancora e ancora e ancora. L’applauso lungo, intenso scalda un pubblico che ha bisogno di essere coinvolto in qualcosa che abbia un linguaggio nuovo ed affascinante.

Nello spazio Liviana Conti, luogo di fine serata dove passare la notte bevendo e ballando nelle strutture industriali avvolgenti, si svolge su dure panche il lavoro forse più affascinante del Festival. Legionari. Discussione con combattimento di Walter Silis. Ricostruzione storica fatta da due giovani attori che parlano in inglese, lettone, svedese, tedesco e anche uno di loro, in un italiano alto nella scelta dei termini e appassionato, anche talvolta nella difficoltà di pronuncia. Si racconta dei soldati baltici che vennero estradati in Unione Sovietica nella seconda Guerra Mondiale. Vi è la ricostruzione storica, il dramma, l’epilogo chiesto al pubblico che ribalta quello deciso dalla commissione estera l’8 dicembre 1945. Ma vi è soprattutto l’ironia, la leggerezza dialettica dei due attori, che fanno passare due ore nella più assurda scomodità come omaggio dovuto ad un lavoro teatrale complesso, ma che anche nella non comprensione del testo, resta ugualmente intenso e penetrante.

Si cena in mezzo alla strada resa isola pedonale. Tantissimi giovani, ma anche giornalisti, critici, i vecchi abitanti del posto con qualcosa di nuovo da vivere e raccontare.

 Ultimo spettacolo quello del francese Francois Chaignaud, Dumy Moyi, in una grotta con un lungo passaggio sotterraneo ed uno spazio piccolo in cui vengono stipati 25 spettatori.  L’interprete ha costumi ispirati alle danze theyyam di Malabar in India. Sono maestosi e in testa animali piumati sembrano prendere il volo. Le unghie variopinte, il trucco colorato e complesso, la voce bella. Il fascino del canto sulle note di musiche ucraine, filippine,e sefardite danno vita ad una cerimonia, a un atto metaforico che in qualche momento però cede al travestimento che connota l’interprete di un ruolo scontato. L’intimità voluta dalla strategia ambientale, l’antitesi che si vuole creare con i rituali del teatro occidentale, non risultando nuove oscillano fra il consenso e il déjà vu.                                                                         

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