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Culture
Sutri, Sgarbi tra politica e arte: insulta l'assessore per la fascia tricolore

di Mirko Crocoli

Il compianto e profetico Bettino Craxi sosteneva che: “Se il governo e il Parlamento non vogliono chiudere la cosiddetta Tangentopoli, che almeno si adoperino perché ci si provi ad aprirla per intero. Non è possibile che su tutti gli scandali della storia della Repubblica si siano fatte puntualmente inchieste parlamentari, mentre sul più grande scandalo dall’Unità d’Italia in poi, non si senta il bisogno di mettere agli atti del Parlamento, e quindi della Storia, una ricostruzione approfondita, documentata, completa in tutti i suoi aspetti”. (…) Ragionandoci su, giusto per qualche attimo, è infatti strano che non venne mai istituita, se consideriamo che codeste commissioni (“mono” o “bica”) sono state ciclicamente erette in ogni legislatura praticamente per tutto. Sulla Loggia massonica P2? Immediata! La Anselmi un Dio in terra. Sulle Stragi?

Libero Gualtieri e Giovanni Pellegrino le hanno presiedute per 13 anni. Su Aldo Moro? L’ultima ha “respirato” fino a poco tempo fa grazie a Giuseppe Fioroni. Gladio? faceva parte della “Stragi”. Sul default delle banche? fatta. Sulla Mafia? Ce la tiriamo dietro da decenni (Parenti, Violante, Bindi e Morra). Dossier Mitrokhin? Il buon Paolo Guzzanti la gestì in maniera esemplare. E poi; sul Cermis, sul sistema sanitario, sullo smaltimento dei rifiuti, sui crimini nazifascisti, sul fiume Sarno, sugli infortuni sul lavoro, sull’Uranio impoverito,

su Ilaria Alpi, sul dissesto della Federazione italiana dei consorzi agrari e persino sul caporalato. Non ci siamo fatti mancare proprio niente. Forse, scavando a fondo, rischiamo di trovarla anche sul “senso dell’amore” di Pozzi e Cicciolina, il mitico partito che fece gioire l’uomo italico degli anni Ottanta. Chissà però perché è saltata una, l’unica, la sola, l’inimitabile, proprio quella, quella su Tangentopoli. Mistero! Le parole del Vittorione nazionale in parlamento (show mediatico a parte) non sono poi così astruse. Tutt’altro. Anzi, ci sarebbe da sentenziare: “e come dargli torto!”. Tuttavia, qualcuno, in quell’aula, fa ancora orecchie da mercante e ci vuole perennemente imbambolare con il tanto osannato politically correct, che di corretto poco o nulla c’è. 

E dopo lo straripante “j’accuse” alla magistratura in quel di Montecitorio, c’è giusto il tempo di riassettarsi e rimettersi verticale per tornare in pista. Direzione Sutri, cittadina laziale ove ad attendere il critico d’arte e primo cittadino non vi è un tribunale speciale, ma la sua fascia tricolore. E per noi non c’era altro da fare che seguirlo. Inevitabile. Sapevamo che non ci saremmo pentiti e che ne sarebbe valsa la pena. Così è stato.
E’ un fiume in piena Sgarbi, non si ferma neanche dinanzi agli etruschi. Incazzato era partito dalla Capitale e incazzato arriva a metà pomeriggio in provincia di Viterbo. Non c’è tempo per i sentimentalismi, va in scena “Da Giotto a Pasolini”, una mostra allestita sui tre piani dello splendido Palazzo Doebbing, dal 26 giugno al 17 gennaio 2021, partorita da una mente “diabolica” (la sua!), prodotta da Contemplazioni e patrocinata da Intesa Sanpaolo. E’ il terzo anno che l’istrionico ferrarese fa grandi mostre nella city alle porte di Roma e - questa inaugurata giovedì - ha un sapore un po’ speciale. 

La bellezza, come suo solito, è al centro dell’universo e - a dimostrarlo - sono le 250 opere che coprono un periodo che va dal VI secolo fino ai giorni nostri. Ad attenderci, nella giornata di anticipo (dedicata ai media e a qualche volto noto) dell’apertura c’è niente meno che l’Efebo, statua bronzea del primo periodo imperiale. Correva l’anno 1912 quando fu ritrovata casualmente nelle terre sutrine dai contadini Giacomo Brigotti e Giuseppe Bomarsi. Per decenni venne conservata a Roma, presso il Palazzo Massimo sede del Museo Nazionale Romano e solo di recente, dopo una lunga trattativa con lo Stato, riportata nella patria natia, prima al Museo del Patrimonium e poi al Doebbing, sede appunto della nuovo miracolo culturale firmato Sgarbi. Tre piani, una terrazza panoramica sulla sontuosa vallata, l’opera di Giotto e una moltitudine di straordinarie immagini del Maestro Pier Paolo Pasolini, incluse quelle del giovane ventitreenne Dino Pedriali che immortalò il genio nudo sulla Torre di Chia, pochi chilometri dal luogo dell’evento, sempre nell’Alta Tuscia.

Oltre ad una nutrita rappresentanza della stampa erano presenti anche alcuni colleghi del parlamentare, tra questi i deputati Felice Mariani (5 stelle) e Nicola Acunzio (Misto), entrambi in commissione cultura, il
sempreverde “Mariotto” Segni, alcuni attori di teatro e tv, il conduttore Pierluigi Diaco e – ovviamente – tutti gli amministratori locali. Ma il vero regista della giornata è lui, il professore, l’esteta, l’impetuoso, il vulcanico, l’ingestibile primogenito dei farmacisti di Ro, il quale, appena messo piede sui sampietrini di Sutri e poco prima di avviarsi verso il suggestivo percorso che porta verso la mostra, già da sfoggio di sé distruggendo letteralmente il povero assessore che tenta di sistemargli il tricolore ad altezza vita, reo, secondo il Sindaco, di averlo allacciato con uno misero spillone: “Non abbiamo neanche i soldi per una cazzo di fascia. Una cazzo di fascia. Capra! Capra! Capra! Capra! Capra!”.

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