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Culture

di Alessia Liparoti

MarcoLodoliVaporeEinaudi

«Per Augusto nulla aveva senso, la vita gira, fa rumore, polvere, si accanisce senza motivo come un martello su una pietra, la vita è solo un breve imbroglio di cui ridere senza troppo ritegno. Per il mago Vapore tutto era vapore». Levità, infantile spensieratezza ma anche inconsistenza e persino inconcludenza. Tutto questo porta con sè Augusto, il co-protagonista dell'ultimo romanzo dello scrittore, giornalista e professore romano Marco Lodoli, Vapore (Einaudi, 110 pagine). L'impalpabilità di un personaggio e di un modus vivendi ripercorsi dagli altrettanto impalpabili ricordi della moglie. La storia è infatti raccontata da Maria Salviati, una donna di 72 anni che vediamo fare la spola ogni giorno tra Roma e i Pratoni del Vivaro. Maria è accompagnata da Gabriele, un enigmatico agente immobiliare cui ha affidato il compito di trovare dei compratori per la casa «buttata in mezzo ai campi» a 40 chilometri dalla capitale. Così seduta su una panchina in attesa che i giusti acquirenti facciano capolino come in un dramma di Beckett, l'anziana signora ripercorre con il giovane venditore la sua esistenza e quella delle mura che l'hanno ospitata. Parla del marito Augusto, in arte mago Vapore, dei genitori, della sua attività di insegnante di biologia, del figlio Pietro. Un figlio che ora risiede in Canada e che lei come un mantra ripete «non essere un bambino cattivo». Un bambino dall'indole solitaria e sensibile, desideroso di aiutare chi soffre che da ragazzo abbraccerà l'ideologia comunista e si scontrerà col padre e la sua irrealistica e forse anacronistica «leggerezza». Il rapporto genitori-figli, quello tra realtà e fantasia, tra segreti e verità, tra levità e pesantezza si fanno largo in questo affresco fitto di immagini incorporee eppure tanto incarnato nella vita e nell'animo dei personaggi da renderli vivi e vicini. Autore apprezzato e premiato con oltre 20 libri pubblicati all'attivo, Lodoli tuttavia alla ribalta ha preferito la platea di studenti di moderna borgata pasoliniana, insegnando per anni in un istituto professionale alla periferia di Roma e raccontando le difficoltà dell'universo scolastico e dei ragazzi in lucide e disarmanti analisi su Repubblica. Affaritaliani.it lo ha intervistato.

MarcoLodoli

Nel suo ultimo libro la leggerezza espressa dal Mago Vapore si contrappone alla pesantezza incarnata sin dal nome dal figlio Pietro. Un tema e una conflittualità archetipici. Ma quale dei due ha dato origine al testo?
Quando arriva il sentimento di un libro non è mai una teoria da sviluppare. È un luogo, un ambiente, un’incertezza, quella casa di campagna con quel prato davanti, l’idea di una confessione che annodi tutti i ponti della vita. E nella vita ci sono questi elementi contrapposti di responsabilità e irresponsabilità, di dolcezza e di durezza. Il tentativo era quello di far tenere insieme degli opposti, che è poi il compito dell’arte e della poesia in particolare: riuscire a scavalcare l’opposizione apparente delle cose per avvicinarle.

Torna in questo romanzo una dimensione a lei cara, quella della magia. Non a caso in università sta realizzando una ricerca sul rapporto tra l’eroe classico e la figura della maga…
Sì, spesso nei miei libri ritorna questo filone. Unito però anche all’elemento clownesco che c’era già nei Fannulloni e in Grande circo invalido, mentre c’era una maga nei Fiori. Mi attrae molto questa dimensione di funamboli sul filo perchè mi sembra meravigliosa. È un po’ quell’atmosfera che si ritrova nei quadri di Picasso, nel cinema di Fellini e di Chaplin o nei dischi dei Beatles: una rappresentazione dell’assurdo, ma in modo lieve.

Ricorrono nei suoi libri personaggi misteriosi, enigmatici. In Vapore ad esempio Gabriele un agente immobiliare-confessore ricorda il personaggio di Italia nell’omonimo romanzo facendo affiorare il fascino per qualcosa di sovrannaturale, di extra terreno.
Sì, io non sono un autore cosiddetto realistico. Mi interessa la realtà nella sua dimensione metafisica, come un’avventura spirituale dell’anima. Di solito le storie, anche concrete e in cui ci si può riconoscere, mi toccano perché sono come delle porte che si aprono in un punto oltre il quale comincia un altro senso della vita oppure ci si affaccia su qualcosa che è più grande delle singole storie, qualcosa che le contiene e in qualche modo le giustifica.

In Uccidere il padre (Voland, 2012) Amélie Nothomb affronta proprio la difficoltà di un rapporto padre-figlio con la magia sullo sfondo. Elementi presenti anche in Vapore…
Non ho letto questo libro e ammetto di non conoscere molto bene Amélie Nothomb. Tuttavia nelle mie storie ci sono delle figure primarie che sono messe davanti a questioni primarie: il senso della propria vita e del trascorrere del tempo verso la morte e la speranza che tutto questo significhi qualcosa, sebbene poi ci si chieda ‘che cosa’. Le mie opere sono un po’ come delle promesse di senso, una speranza che poi tutto quello che ci accade abbia un contatto con l’eternità.

In tal senso un ruolo fondamentale è svolto dalla casa di campagna di Maria. Una casa depositaria di ricordi e segreti, autentico motore narrativo.
Sì, è partito tutto da questa casa di campagna, dall’immagine di una panchina all’esterno. Immagine già presente ad esempio in Italia e in Sorella. Anche lì c’era l’idea di un luogo chiuso, destinato inevitabilmente a scoppiare. Come ogni compressione, questa chiusura non porta alla felicità ma anzi rende necessario uno spalancamento e anche l’ingresso inevitabile in una dimensione di rischio. Finché si rimane in una realtà soffocante, forse non accade nulla di terribile, ma alla fine la vita si spegne. Bisogna uscire da quella porta ed entrare nella vita.

Una vita verso cui uomini e donne hanno inclinazioni differenti. Da qui lo splendido monologo di Maria, che si è dovuta ritagliare uno spazio tra le pagine dell’esistenza, tra le personalità forti di marito e figlio cercando di far prevalere l’amore sulla pazzia.
È vero. L’idea è quella di una donna che ha una maggiore propensione all’accudimento: in un tempo di sprechi, dispersioni e frantumazioni, la donna tende a riunire i frammenti, a proteggerli. Lei lo fa nell’amore e nel racconto, che non è un modo maschile, anzi nell’uomo questo aspetto spesso si contrappone: una ragione per sé e un torto per gli altri. La donna invece sente l’errore complessivo di tutto e al contempo crede che questo errore vada comunque protetto. C’è un sentimento poetico dell’esistenza, Maria cerca di preparare un nido dove raccogliere e tenere insieme anche questi pezzi di vetro taglienti, che sono la memoria di una vetrata con un’immagine compiuta.

“Ogni persona è una lezione” si legge in Vapore. Lei ne sa qualcosa vista la sua professione. C’è
qualcuno che di recente è stato per lei ‘una lezione inaspettata’?

Io penso ci sia un elemento di magistero connaturato alla vita. Di recente ho riletto con profonda commozione dei racconti di Katherine Mansfield, ad esempio uno brevissimo intitolato Sole e Luna che mi ha toccato davvero molto, come non mi accadeva da anni. Non bisogna aspettare la voce del guro, ma predisporsi ad accogliere un concerto di suoni, a volte anche dissonanti, porre attenzione verso delle piccole verità che poi forse si assommano in una sola. Io non ho mai avuto l’idea del personaggio-guida, del poster da attaccare in camera ma sento che ci sono tante persone sensibili soprattutto i ragazzi. E questa sensibilità prima che venga compressa e annullata, va ascoltata perché da lì possono venire delle grandi lezioni.

In molti articoli per Repubblica ha ripreso le riflessioni di sconcertante lucidità dei suoi studenti di cui
denuncia spesso l'incapacità di pensare e argomentare le opinioni, preda di un edonismo consumista e conformistico che li rende in balia di un mondo dove o sei vip o non sei nulla.

Questo è l’elemento che più mi addolora perchè vedo che c’è una tale aggressività da parte della cosiddetta società dei consumi verso l’adolescenza che rischia di sottrarle quelle zone di sensibilità, di verità, di folgorazione improvvisa, quei campi segreti che sono il regno dell’adolescenza. Mi sembra che i ragazzi siano stati schiacciati da questo peso delle immagini, dell’apparenza, delle mode ed è un guaio perché invece il patrimonio umano di un giovane, il suo tesoro sepolto, è infinitamente più grande e rischia di restare ancora più sepolto perché vi si riversano sopra camion di spazzatura.

Ha affermato anche che gli adolescenti di oggi non hanno più voglia di cambiare il mondo. Pietro, il personaggio di Vapore, è un giovane idealista che vuole sì cambiare il mondo, ma in maniera estrema al punto che l’esito è tragico.
Sì, è vero. Quando si entra in quel fanatismo ideologico che Pietro rappresenta si è portati a credere di avere una ragione assoluta. È una dimensione che mi è sconosciuta in quanto penso ci sia invece un’imperfezione complessiva della vita, quindi chi si arroga il diritto di affermare la propria verità incondizionata mi sembra sempre che abbia una visione parziale e sbagliata. Nel caso specifico, Pietro è un ragazzo che parte da una forte sensibilità, è uno che soffre per il dolore del mondo, che vorrebbe correggerlo. Questo è un passaggio che tutti gli adolescenti sentono. Forse Pietro prende la strada sbagliata nel suo tentativo di correzione quotidiana delle cose, non facendo altro che peggiorare ulteriormente quell’imperfezione esistenziale.

Anche nella letteratura lei ricerca questa spinta di giovinezza al punto da aver affermato che alcuni autori dall’intelligenza matura come Philip Roth - di cui è appena ricorso l’80esimo compleanno - non la emozionano. È così?
Quello che cerco è di solito quell’attenzione verso l’assoluto e la volontà di cambiare il mondo che è tipico della giovinezza. Con tutto il rispetto per un autore straordinario, ma quel tipo di bravura, di intelligenza narrativa non mi toccano da vicino. Philip Roth è un gigante ma non è uno di quelli la cui voce mi arriva.

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